Il mercato obbligazionario giapponese sta lanciando un messaggio chiaro e potente: l’epoca dei tassi zero è ufficialmente finita e le conseguenze sono globali. Il rendimento del decennale nipponico ha sfiorato l’1,6%, toccando i livelli più alti dal 2008. Ancora più sorprendente il movimento del titolo trentennale, volato oltre il 3,2%, massimo storico assoluto per i JGB (Japan Government Bonds). Per un Paese che per anni ha rappresentato la “capitale mondiale” della liquidità a costo zero, si tratta di una svolta epocale.
Ma perché dovrebbero interessarsene anche gli investitori italiani? Perché il rialzo dei bond giapponesi rimescola le carte in tavola anche per chi compra BTP. I rendimenti si stanno riallineando in tutto il mondo, l’arbitraggio internazionale si riduce e le scelte di portafoglio diventano più complesse. In più, con un Giappone che offre ora rendimenti simili a quelli italiani ma con rischi percepiti inferiori, il confronto diventa inevitabile.
In un contesto in cui anche la Banca centrale giapponese ha smesso di fare da “àncora globale” ai tassi bassi, l’equilibrio dei mercati obbligazionari entra in una nuova fase. E chi investe in BTP farebbe bene a prenderne nota.
Rendimenti JGB
Fonte MacroMicro
Cosa sta succedendo ai bond giapponesi
L’impennata dei rendimenti sui titoli di Stato giapponesi è frutto di un cambio strutturale nella politica monetaria della Bank of Japan (BoJ). Dopo decenni di tassi negativi e di controllo artificiale della curva dei rendimenti (Yield Curve Control), la BoJ ha cominciato a normalizzare la propria strategia. Prima ha abbandonato lo YCC nel marzo 2024, poi ha avviato un graduale Quantitative Tightening, riducendo il suo bilancio e lasciando al mercato il compito di determinare i prezzi reali dei titoli.
Il contesto macro giustifica questo cambio di rotta. L’inflazione core-core (che esclude energia e alimentari freschi) si aggira stabilmente attorno al 3,3%, segno che il Giappone è uscito dal torpore deflazionistico degli ultimi dieci anni. A questo si aggiunge l’incertezza politica in vista delle elezioni del 20 luglio. Sondaggi in calo per il partito di governo e possibili promesse populiste (come il taglio dell’IVA o dei contributi previdenziali) hanno spinto gli investitori a chiedere un premio di rischio più alto per finanziare un debito che già oggi supera il 250% del Pil.
Il risultato è un’esplosione dei rendimenti, soprattutto sul lungo termine, con il 30 anni che rende oggi più del Bund tedesco e si avvicina persino ai livelli dei Treasury americani.
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Perché cambiano le regole del gioco (anche per i BTP)
Il Giappone, da sempre simbolo di stabilità monetaria ultra-espansiva, è ora un benchmark di riferimento per tutti gli investitori obbligazionari globali. Se il trentennale giapponese rende oltre il 3%, l’intero equilibrio tra rischio e rendimento cambia. Questo ha implicazioni dirette per i BTP.
Innanzitutto, si riduce il vantaggio competitivo dei titoli italiani, perché se un investitore internazionale può ottenere un rendimento simile con i JGB, considerati più sicuri, la domanda per i BTP potrebbe ridursi, comprimendo i flussi in ingresso, o spingendo in alto i rendimenti dei titoli di Stato italiani. Inoltre, la fine del carry trade (cioè la strategia di prendere in prestito yen a tassi zero per investire altrove) toglie benzina ai mercati obbligazionari europei, che ne avevano beneficiato per anni.
Questo significa che la mappa mentale degli investitori retail e istituzionali sta cambiando. I portafogli oggi devono considerare nuove opzioni e diversificare con titoli giapponesi, magari coprendo il rischio di cambio, per ridurre la volatilità mantenendo rendimenti elevati. La competizione tra Stati per attirare capitali è appena cominciata e chi investe in BTP deve ora guardarsi intorno, perché i parametri di confronto si sono moltiplicati.
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