Serve un ulteriore passo in avanti: sul piano finanziario e su quello economico, per essere alla pari con gli Stati Uniti e poter competere ad armi pari sul piano globale anche con la Cina, all’Europa serve realizzare finalmente l’Unione bancaria e quella del mercato dei capitali, così come è indispensabile procedere al completamento del mercato interno nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia da cui furono inizialmente esclusi.
Questa è una delle terapie anticipate in una recente intervista da Enrico Letta, incaricato dalla Commissione europea di redigere un Rapporto di alto livello sul futuro del mercato unico europeo, delineando quelle che a suo parere dovranno essere le linee di azione del nuovo Parlamento europeo e dalla Commissione che vedranno la luce dopo le elezioni del prossimo giugno.
Anche Mario Draghi è stato incaricato di redigere un rapporto di alto livello, in questo caso sulla competitività dell’industria europea.
Bisogna rassegnarsi, dunque: sono i rappresentanti delle élite, sin dai tempi di Jacques Delorsper dieci anni alla guida della Commissione, a delineare i processi evolutivi dell’Unione, non certo di partiti che si presentano alle elezioni con l’ambizione spropositata di rappresentare democraticamente i cittadini.
C’è in fondo un conflitto ideale mai risolto, una dinamica inesausta che comporta l’ampliamento continuo della sfera di azione dell’Unione europea, un’impostazione federalista che ambisce a realizzare una sorta di super Stato europeo che viene edificato un po’ alla volta utilizzando come catalizzatore le situazioni di crisi.
Così come l’epidemia di Covid ha portato ad accentare ulteriori poteri a Bruxelles, ora è la guerra in Ucraina che serve per creare i presupposti per una politica comune in materia di riarmo, nella prospettiva di costituire un Esercito europeo: sarà a guida francese, così si spera a Parigi, soppiantando la trentennale prevalenza della Germania a cui fu affidato il compito di includere i Paesi ex-comunisti dopo la caduta del Muro di Berlino.
C’è un altro ideale, ben diverso: quello di un’Europa che si fa strumento di cooperazione, di pacificazione tra gli Stati, e non già per il loro superamento in quanto tali per edificare un Super Stato. Era questa l’Europa delle origini, quella della Ceca, poi della Cee e dell’Euratom, che si arrestò inevitabilmente di fronte alla ipotesi di costituire la Ced, la Comunità Europea di Difesa: nel 1950 era un passo politico inaccettabile, andando a confliggere con l’alleanza con gli Usa definito attraverso la Nato.
Non si è mai risolto il conflitto profondo ed irresolubile tra due ideali europei: quello originario della Pace universale tra gli Stati risale ad Immanuel Kant, che vedeva nella Pace di Basilea tra la Francia rivoluzionaria ed il Regno di Prussia un primo passo verso la cessazione dei conflitti in Europa. Il sistema dei Trattati, sempre più ampio, avrebbe reso progressivamente impossibili i conflitti armati: erano limiti posti volontariamente alla sovranità di ciascuno, senza creare un’autorità imperiale sovrapposta né immaginare un sistema di integrazione federale o confederale.
Se si vuole, a partire dalla Società delle Nazioni fino all’Onu ed alle sue Agenzie specializzate, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale degli investimenti, e le sedi multilaterali come il Wto per la liberalizzazione del commercio, hanno sviluppato l’idea secondo cui la cooperazione mediante trattati in campo politico ed economico riduce l’area del conflitto tra gli Stati.
In questi termini, non vi sarebbe nessun limite geografico alla estensione dell’Europa costruita sulla base di trattati di cooperazione.
Ben diversa è invece l’idea di costruire un’Europa che si riconosce in quanto tale nelle comuni radici culturali e religiose, quelle cristiane e giudaiche, impedendo su questa base l’ingresso della Turchia nell’Unione. Una decisione che fu assunta sotto le pressioni della Francia in antagonismo con la Germania che ha relazioni secolari con la Turchia, dopo averle concesso una lunghissima e fruttuosa fase di preadesione che aveva portato alla sua modernizzazione, affermando l’inconciliabilità dell’Europa con un Paese appena proclamatosi islamico e non più laicista come era nella tradizione di Ataturk.
Fu per questo prevalere di una costruzione accentrata e non di estendere la cooperazione che si arrivò al boicottaggio dell’Unione Euromediterranea, costituita d’intesa tra la Francia e l’Egitto nel 2008 ed a cui aveva aderito la quasi totalità dei Paesi rivieraschi, che aveva come modello la Cee delle origini. Sarebbe stato un progetto in grado di estendere il modello di cooperazione in un’area estremamente critica: le Primavere arabe, all’opposto, hanno solo aumentato i conflitti interni e le distanze con l’Europa. Basta pensare a ciò che è avvenuto in Algeria, in Libia ed in Egitto per non parlare della Siria. Solo di recente, sulla base delle iniziative italiane con il Piano Mattei, finalmente la Commissione europea si è decisa ad aprire un dialogo con Tripoli ed il Cairo nonostante l’opposizione del Parlamento.
Bisogna riconoscere che, di fatto, l’Unione europea sta perseguendo una prospettiva imperiale. Mentre non cessa di allargare la propria area di influenza geografica accettando sempre nuove richieste di adesione, ambisce al ruolo di potenza geopolitica capace di competere con Usa e Cina: sul piano economico, su quello finanziario e su quello militare.
C’è una scusa, poi, che è assolutamente falsa: in questi anni, il “livello nazionale” si sarebbe dimostrato assolutamente insufficiente, e soprattutto inefficiente, per affrontare i giganti americani e quelli cinesi, come dimostrerebbe il posizionamento di retroguardia delle industrie nel settore delle telecomunicazioni o quello delle banche.
La verità è un’altra: nel settore delle telecomunicazioni, che non è fatta solo dai gestori ma soprattutto dalla manifattura, negli anni Ottanta e Novanta i fabbricanti europei erano dei veri e propri giganti nel panorama mondiale, con tecnologie di assoluta avanguardia nel settore della telefonia mobile: da Alcatel a Nokia, da Ericsson a Siemens. Ma hanno dismesso tutte le loro fabbriche, e la produzione di apparati è stata lasciata completamente in mano ai coreani ed ai cinesi: lavorare stanca.
E’ l’efficienza produttiva che crea i colossi industriali, e non viceversa: Nokia o Huawei sono cresciute perché hanno messo sul mercato prodotti di alta qualità a prezzi competitivi.
Creare invece giganti di carta attraverso acquisizioni finanziarie o mediante la forzata integrazione dei mercati è un rimedio solo apparente ed in realtà controproducente, come dimostrano le vicende bancarie degli anni passati. Sono state le avventure sconsiderate delle banche tedesche negli Usa a creare loro dei problemi insolubili, così come la loro esposizione insieme alle banche francesi in Grecia ed in Spagna.
Bisogna scegliere: tra l’ulteriore accentramento del potere politico a Bruxelles ed il gigantismo di pochi soggetti economici e finanziari, obiettivi che servirebbero all’Europa per diventare un protagonista della competizione globale, ed il ritorno alla cooperazione sempre più estesa tra un numero sempre maggiore di Stati al fine di ridurre progressivamente le aree di conflitto mediante regole condivise.
Questa è la scelta per l’Europa.