Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sono al centro del mondo: il 2023 che si avvia alla conclusione lascia in eredità un dato di fatto geopolitico che non sarebbe stato scontato fino a un paio di anni fa. Sulla scia di guerre come quelle di Ucraina e Gaza, della crisi energetica globale, dell’ascesa della Cina e dell’aumento dell’inflazione e dei venti recessivi che hanno minacciato l’Occidente l’importanza delle petromonarchie del Golfo si è ampiamente valorizzato.
Il nuovo cuore del mondo
Le motivazioni sono economiche, politiche, geostrategiche. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono cercate da ogni attore politico predominante nel pianeta. Basti pensare che nell’ultimo anno e mezzo i due Paesi sono stati gli unici in cui si siano recati sia Joe Biden che Xi Jinping e, da ultimo, Vladimir Putin. In tempi di nuova Guerra Fredda e di rivalità geostrategica globale, anche le visite di Stato hanno un senso più profondo di un tempo. E l’arrivo dei tre “imperatori” nei Paesi del Golfo ne conferma la strategicità.
Il primo motivo per cui Arabia Saudita e Emirati sono nuovamente centrali è legato al ritorno di fiamma delle grandi dinamiche energetiche come determinante primario degli equilibri economici internazionali. L’eredità della pandemia di Covid-19 e la svolta emergenziale della guerra in Ucraina hanno fatto tornare in auge la partita energetica. Sauditi ed emiratini sono tornati al centro della scena. I primi come decisori strategici della produzione di greggio dell’Opec+, i secondi per la triangolazione in atto tra Occidente e Russia attraverso la ripulitura del petrolio russo in fuga dalle sanzioni.
Transizione à la araba
Ma le due potenze hanno avuto modo di imporre sostanzialmente la loro agenda anche sul fronte della transizione energetica. La Cop28 negli Emirati Arabi Uniti e lo sdoganamento tramite l’assegnazione dell’Expo 2030 a Riad, capitale saudita, in nome di Saudi Vision 2030, il percorso di ristrutturazione dell’economia nazionale voluto da Mohammad Bin Salman, ha premiato la visione del futuro propria dei due regni islamici. L’annuncio dei due Paesi di coordinare l’allocazione di 10 miliardi di euro per la transizione tramite l’Arab Coordination Group (Acg) va di pari passo con quanto accaduto negli stessi giorni della Cop28 all’Opec+, ove i sauditi e gli Emirati hanno sostenuto i tagli alla produzione destinati a essere operativi dal 2024 per sostenere verso l’alto i prezzi del greggio. Nel comunicato finale, poi, è totalmente sparita l’idea di procedere al phase-out generalizzato dei combustibili fossili nel breve periodo.
Gli hub della geopolitica globale
Questo strapotere narrativo e questa centralità economica sono figlie della rinnovata centralità geostrategica del Golfo negli equilibri globali. Basta tracciare dei cerchi concentrici attorno a Riad o Abu Dhabi per mostrare come in un contesto globale con gli equilibri geopolitici sempre più spostati in Asia il Golfo sia il cuore del mondo. Dai due Paesi si può raggiungere un terzo della popolazione mondiale in meno di quattro ore di volo, oltre il 60% in 6-7 ore.
Al contempo i due Paesi sono al centro di tre dinamiche-chiave. In primo luogo, la rinnovata attenzione della Cina per la connettività euroasiatica, che ha prodotto la distensione saudita con l’Iran in nome delle forniture energetiche a Pechino e della fine di rivalità consolidate anche per gli interessi occidentali. La visita di Bashar al-Assad alla Lega Araba, al summit saudita del 2023, è una testimonianza di queste svolte. In secondo luogo c’è un altro processo politico di distensione, quello tra Israele e il mondo arabo, caro invece all’Occidente. Nonostante lo stop seguito all’inizio della guerra a Gaza, l’Arabia Saudita vuole coronare il percorso distensivo avviato dagli Emirati Arabi, complice l’inserimento come mediatore del rivale Qatar. C’è, infine, l’attenzione dell’India, che sul Golfo punta per il suo corridoio alternativo, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec) promosso al recente G20 di Nuova Delhi.
In quest’ottica, anche Vladimir Putin ha scelto proprio il Golfo per la sua prima trasferta diplomatica a lungo raggio dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina, preparandosi al ritorno in grande stile nella dialettica internazionale. Il Golfo non vuole schierarsi esplicitamente in nessuna crisi ma vuole far sentire la propria voce ovunque. Oltre il semplice dato del petrolio, oggi passano per le arterie di comunicazione vegliate dai Paesi del Golfo molti traffici commerciali, il nuovo semiasse delle relazioni economiche dei Paesi amici dell’Occidente e le ambizioni delle potenze revisioniste. La geopolitica mondiale non vuole sapersene di distrarsi dal Medio Oriente, è inevitabile. Il puntello degli Stati monarchici del Golfo ai principali affari internazionali è un dato di fatto che lo conferma. La guerra tra Israele e Hamas, in quest’ottica, non farà altro che consolidare un’attenzione che nelle cancellerie globali è da tempo chiara.