L’ascesa del credito privato fa aumentare il rischio sistemico

Redazione Money Premium

08/05/2025

Le nuove forme di private credit conquistano gli investitori retail con promesse di rendimenti e flessibilità, ma la liquidità parziale espone il sistema a tensioni inattese

L’ascesa del credito privato fa aumentare il rischio sistemico

Negli ultimi anni, il settore del credito privato ha conosciuto un’espansione impressionante, spinto da fondi come quelli gestiti da Blackstone, Apollo Global Management e altri colossi finanziari.

Quello che fino a poco tempo fa era un mercato dominato da investitori istituzionali e capitali vincolati per anni, si sta trasformando con l’affermarsi dei fondi «evergreen», strumenti perpetui che combinano caratteristiche di lungo periodo con una parziale possibilità di rimborso per gli investitori. Questo fenomeno, sebbene fornisca nuova linfa al sistema, porta con sé rischi strutturali emergenti.

I fondi «evergreen», come il celebre BCRED di Blackstone, consentono ai sottoscrittori di riscattare fino al 5% del valore netto per trimestre, pur mantenendo un impianto di gestione tipicamente illiquido. Questo ha attratto una nuova fascia di investitori – piccoli risparmiatori e professionisti benestanti – che, pur desiderosi di rendimento, non vogliono rinunciare del tutto alla flessibilità. Di conseguenza, dal 2021 a oggi, gli asset gestiti da BCRED sono quasi raddoppiati, superando gli 81 miliardi di dollari, mentre l’intero segmento retail nel debito privato ha raccolto decine di miliardi di nuovi capitali.

Ma proprio questa accessibilità porta con sé un’erosione di uno dei pilastri del credito privato: la stabilità del capitale raccolto. I fondi tradizionali, con capitale vincolato per cinque o più anni, possono investire con tempismo nei momenti di crisi o illiquidità di mercato, approfittando di valutazioni più convenienti. Gli evergreen fund, invece, devono restare liquidi in parte per rispondere alle richieste di riscatto, limitando così la loro agilità nei momenti strategici.

Un altro elemento di preoccupazione riguarda l’effetto contagio in caso di stress di mercato. I fondi evergreen, pur essendo meno vulnerabili a vere e proprie «corse agli sportelli», possono comunque dover liquidare asset illiquidi – come debiti da LBO – a sconto per onorare le uscite. Questo potrebbe avere un impatto negativo sul prezzo dei prestiti privati in generale, mettendo sotto pressione il settore intero.

L’industria risponde sottolineando che i limiti di riscatto e la durata media degli investimenti forniscono un cuscinetto sufficiente. In teoria, se il portafoglio è ben strutturato, una parte significativa del capitale dovrebbe rientrare ogni anno per effetto del naturale rimborso dei prestiti, riducendo la necessità di vendite forzate.

Tuttavia, l’esplosione della raccolta ha creato un altro rischio: l’overdeployment. Con oltre 400 miliardi di dollari ancora da investire, secondo Preqin, molti fondi potrebbero sentirsi spinti a concedere prestiti più rischiosi o su asset meno liquidi pur di mantenere alti i rendimenti. Un circolo vizioso che potrebbe rendere il sistema più fragile proprio mentre diventa più popolare.

L’adozione su larga scala degli strumenti evergreen nel mercato del credito privato rappresenta una rivoluzione finanziaria tanto promettente quanto potenzialmente pericolosa. Il rischio non è tanto una crisi acuta, ma un logoramento progressivo dei rendimenti e della disciplina di credito. La sfida per i gestori sarà mantenere l’equilibrio tra attrattiva commerciale e rigore finanziario.