Kiyosaki, autore del famosissimo libro «Padre ricco, padre povero», afferma da settimane che il crollo più grande della storia è già in corso, ma stavolta i dati macroeconomici sembrano dargli almeno in parte ragione: i rendimenti dei Treasury USA a 10 anni hanno superato il 5% per la prima volta dal 2007, Piazza Affari ha azzerato l’intero rally estivo e il petrolio Brent si mantiene stabilmente sopra i $107 al barile, tutti segnali che qualcosa di strutturale potrebbe davvero stare cedendo.
Se questa convergenza di pressioni dovesse protrarsi, le conseguenze sul valore reale dei risparmi e dei portafogli obbligazionari potrebbero rivelarsi ben più serie di quanto i titoli di cronaca quotidiana lascino trasparire.
Per capire se Kiyosaki abbia ragione questa volta, vale la pena separare la sua narrativa dalle evidenze concrete che i mercati stanno offrendo in questo momento.
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La narrativa di Kiyosaki e i quattro fattori del collasso
L’autore di «Rich Dad Poor Dad» sostiene che un collasso sistemico si starebbe irradiando verso il resto del mondo. La sua tesi è giusta? proviamo ad analizzare 3 elementi che oggi geenrano preoccupazione: la bolla speculativa sull’intelligenza artificiale, le tensioni geopolitiche che tengono il petrolio stabilmente sopra i $100 al barile, livelli record di debito sovrano globale e il pensionamento di massa dei Baby Boomer, che eserciterebbe una pressione crescente e strutturale sui sistemi previdenziali occidentali. Guardando i dati disponibili, almeno tre di questi elementi sembrerebbero trovare riscontro nei numeri reali.
Un parallelo storico che va oltre i numeri}
Il confronto con quell’epoca non si esaurisce nella coincidenza numerica. Nel biennio 2007-2008 il rialzo dei rendimenti rifletteva un sistema in cui la leva finanziaria aveva raggiunto livelli strutturalmente insostenibili, i prezzi degli asset erano stati gonfiati da anni di liquidità abbondante e a basso costo, e le banche centrali si trovavano strette tra l’imperativo di contenere le pressioni inflazionistiche e quello di non soffocare una crescita che già mostrava i primi segni di fragilità. Quello schema sembrerebbe ripresentarsi oggi in una versione aggiornata e per certi versi più complessa: il debito pubblico statunitense ha raggiunto i $40.000 miliardi, i rapporti debito/PIL nel Regno Unito e nell’area euro si troverebbero ai massimi storici, e i governi di tutto il mondo escono da anni di espansione fiscale straordinaria legata prima alla pandemia e poi alle tensioni geopolitiche.
A complicare ulteriormente il quadro intervengono almeno tre elementi strutturali che si alimentano a vicenda. Il primo è la pressione inflazionistica legata al prezzo del petrolio: con il Brent stabilmente sopra i $107 al barile a causa delle tensioni in Medio Oriente e degli attacchi Houthi alle infrastrutture energetiche saudite, le banche centrali si troverebbero costrette a proseguire nella stretta monetaria anche in un contesto in cui la crescita potrebbe iniziare a vacillare.
Cosa significa?
L’economista Samy Chaar di Lombard Odier ha chiarito con precisione il punto critico: rendimenti al 5% risulterebbero sostenibili in uno scenario di crescita al 6,5%, ma diventerebbero potenzialmente destabilizzanti se la crescita rallentasse fino a pareggiarsi con il costo del denaro. È esattamente questa la trappola del debt trap, o spirale del debito, che Kiyosaki indica da anni come fattore sistemico di fragilità. In questo scenario, anche una recessione moderata potrebbe trasformarsi in un problema fiscale di proporzioni rilevanti per diversi governi occidentali.
I limiti della narrazione catastrofista
Dove invece la tesi di Kiyosaki mostrerebbe i suoi limiti più evidenti è nella credibilità previsionale storica. Lo stesso identico allarme, con le stesse forme retoriche, è stato lanciato nel 2020, nel 2022 e nel 2025, senza che il collasso si materializzasse nei tempi o nelle modalità annunciate. I suoi target per il 2026 risulterebbero ancora molto distanti dalla realtà attuale dei prezzi: Bitcoin a $250.000, oro a $27.000, argento a $200. Questo non significherebbe necessariamente che la direzione indicata sia sbagliata, ma che i tempi e le proporzioni della sua narrativa sembrerebbero sistematicamente sovrastimare la velocità dei processi di aggiustamento macroeconomico, rendendola uno strumento di comunicazione più efficace che uno di previsione operativa.
La crisi arriva davvero?
La domanda posta dal titolo non ammetterebbe una risposta semplice. Kiyosaki potrebbe avere ragione nel segnalare che ci troviamo in una fase di stress strutturale dei mercati, ma il suo schema narrativo, quello di un crollo imminente e totale, si è rivelato storicamente più efficace come strumento di comunicazione che come previsione operativa.
Quello che i dati di questa settimana sembrerebbero suggerire è qualcosa di più sfumato e forse più insidioso: non un crollo verticale, ma un deterioramento graduale delle condizioni finanziarie globali, con rendimenti obbligazionari in rialzo, banche centrali meno prevedibili e mercati azionari che inizierebbero a riprezzare il rischio dopo mesi di euforia.