Dopo il picco di inflazione registrato tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2023, l’inflazione sembra iniziare a scendere. Per comprendere meglio questa dinamica iniziamo ripercorrendo brevemente i vari indicatori che misurano l’inflazione.
Gli indici d’inflazione italiana da monitorare
Il primo è dato dall’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC). Sostanzialmente si tratta di un paniere di beni di consumo che, come scrive l’Istat, considera l’Italia “come se fosse un’unica grande famiglia di consumatori, all’interno della quale le abitudini di spesa sono ovviamente molto differenziate”. Questo paniere viene regolarmente aggiornato per includere nuovi prodotti di consumo o dismetterne di inutilizzati.
La seconda misura è data dall’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI). Questa misura viene utilizzata largamente per rivalutare gli assegni monetari, ad esempio nel caso dei coniugi separati o per rivalutare le pensioni. Rispetto al primo indice, il NIC, la popolazione di riferimento è diversa. Se l’uno rappresenta l’intera popolazione, il FOI prende in esame le famiglie che fanno capo a un operaio o un impiegato.
Vi è poi l’indice armonizzato dei prezzi al consumo per i Paesi dell’Unione europea (IPCA). Un indice simile al NIC che però esclude alcuni prodotti come e le lotterie, il lotto e i concorsi pronostici per rendere comparabili i panieri tra i paesi europei ed avere dei dati confrontabili.
Infine, molto importanti, sono tutta quella categoria di indici che cercano di rappresentare la cosiddetta inflazione di fondo, cioè l’inflazione più pervasiva e meno suscettibile alla volatilità dei prezzi di alcuni beni. E quindi si possono escludere i prezzi energetici, o quelli alimentari, o entrambi. O ancora i prezzi delle case. Insomma, questi indici - che in inglese si chiamano ‘core inflation’ - sono molto importanti anche per determinare quanto a lungo può durare un periodo di alta o bassa inflazione.
Inflazione Italia: lo stato attuale
Partendo da queste definizioni si possono illustrare gli ultimi dati disponibili.
In questo grafico possiamo vedere il NIC, con il dato congiunturale che sostanzialmente registra la variazione mensile, da febbraio a marzo di quest’anno e che indica una diminuzione dello 0,3%, ed il dato tendenziale, cioè la variazione registrata tra marzo 2022 e marzo 2023 che è del 7,7% in diminuzione dal 9,9% di febbraio.
Per marzo i dati del FOI non sono ancora stati pubblicati, abbiamo invece quelli preliminari dell’inflazione armonizzata a livello europeo, che a livello annuale rallentano all’8,2% dal 9,8% di febbraio.
Quindi effettivamente l’inflazione sta iniziando a scendere dai picchi registrati tra la fine del 2022 e l’inizio dell’anno, quando si era arrivati addirittura a superare il 12%. Numeri che non si registravano da decenni.
Perché l’inflazione sta scendendo
C’è però più di una considerazione da fare: in primis questi numeri risentono del cosiddetto “effetto base”, ovvero l’effetto distorsivo provocato dal confronto con il livello dei prezzi dell’anno scorso, quando l’inflazione stava accelerando enormemente. Quindi è naturale che ora inizi a scendere. In secondo luogo, la diminuzione è in gran parte legata al calo del costo dell’energia. Infatti, se consideriamo le misure dell’inflazione di fondo abbiamo che al netto degli energetici e degli alimentari freschi, questa registra ancora una moderata crescita su base annua, dal 6,3% di febbraio al +6,4% di marzo. Similmente, l’inflazione al netto dei soli beni energetici passa dal 6,4% al 6,5% nello stesso periodo. Cioè l’inflazione di fondo a marzo non aveva ancora raggiunto il suo picco, probabilmente raggiunto in questo mese.
Inflazione Italia: le previsioni
Ciò vuol dire che nell’economia, nelle aziende, si fa largo l’idea che i prezzi rimarranno alti ancora a lungo. A supporto di questa ipotesi è interessante notare la recente pubblicazione di Banca d’Italia sulle aspettative d’inflazione. Questa indagine è stata indagine condotta tra il 24 febbraio e il 17 marzo presso le imprese industriali e dei servizi con almeno 50 addetti. Ebbene secondo questo rilevamento le attese sull’inflazione al consumo si sono sì ridotte, ma si attestano ancora al 6,4 per cento sui 12 mesi, al 5,3 sui due anni e al 4,8 tra i 3 e i 5 anni. Insomma, aziende e lavoratori si aspettano di convivere con un’alta inflazione ancora per lungo tempo.
Proprio Banca d’Italia, nel suo ultimo bollettino economico di gennaio stimava l’inflazione per quest’anno, il NIC per intenderci, al 6,5% per quest’anno, per poi scendere al 2,4% l’anno prossimo ed al 2,0% nel 2025. Forse un tantino ottimisti: sicuramente si può dire che l’inflazione scenderà ma quasi certamente non torneremo ai dati di un tempo, quando l’inflazione stentava ad arrivare al 2% (ed era anche quello un gran problema). Con le tensioni geopolitiche e nuove crisi energetiche dietro l’angolo la nuova normalità potrebbe stare tra un 2 ed un 4% all’anno.
Infine un’ultima considerazione, perché in Europa c’è molta disparità: ci sono i paesi baltici, che hanno sofferto molto la crisi energetica, in cui i prezzi sono saliti anche oltre il 20% ed altri paesi invece molto più lungimiranti.
Ad esempio, guardate questo grafico che mostra nei vari paesi la quota di beni e servizi con prezzi amministrati, con per ipotesi dei massimali introdotti dallo stato: in Svizzera raggiungono il 30%. E non è quindi un caso che in Svizzera l’inflazione sia solo al 2,9%. O ancora, vi sono altri paesi mediterranei, tipo la Spagna, che subito ha intrapreso delle azioni per calmierare il prezzo dell’energia e da gennaio ha abbassato l’IVA sui generi alimentari portandola a zero per tanti beni di prima necessità e dal 10 al 5 per pasta, olio e altro. In Spagna l’inflazione annuale a marzo stava al 3,3%.
Diciamo che non tutto piove dal cielo, i governi qualche leva per proteggere i cittadini dall’inflazione, tramite prezzi regolati e tassazione che ce l’avrebbero. E potrebbero farne uso decisamente in misura maggiore.