L’Italia роtrеbbе еntrаrе іn rесеѕѕіоnе ѕе lа guеrrа соn l’Іrаn соntіnuа

Alessandro Nuzzo

2 Maggio 2026 - 14:08

L’allarme lanciato da Confindustria: se la guerra in Iran dovesse proseguire fino a fine anno, il nostro Paese potrebbe entrare in recessione.

L’Italia роtrеbbе еntrаrе іn rесеѕѕіоnе ѕе lа guеrrа соn l’Іrаn соntіnuа

Se la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran dovesse protrarsi ancora a lungo, ipotizziamo fino alla fine del 2026, l’economia italiana potrebbe entrare seriamente in recessione. Ad affermarlo è stato il presidente di Confindustria, l’associazione degli industriali italiani, Emanuele Orsini.

«Quasi un mese fa abbiamo detto che, se la guerra fosse finita in fretta, avremmo raggiunto una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dello 0,5% per il 2026. Se il conflitto dovesse continuare per altri tre mesi, cioè fino all’estate, la crescita del PIL scenderebbe a zero. Tuttavia, se queste condizioni dovessero persistere fino alla fine dell’anno, l’economia italiana entrerà quasi certamente in recessione», ha dichiarato all’Ansa.

Il problema principale riguarda il costo dell’energia, per il quale il nostro Paese paga più di altri Stati europei, in alcuni casi anche due o tre volte di più. Questa forte dipendenza dall’approvvigionamento energetico estero, unita all’aumento continuo dei prezzi, rischia di generare gravi difficoltà economiche. Il Dipartimento di analisi di Confindustria ha valutato le possibili conseguenze dello shock energetico legato all’intervento degli Stati Uniti in Iran.

Le stime di Confindustria: quanto costa alle aziende italiane la guerra in Iran

Gli esperti stimano che, se il conflitto si risolvesse entro giugno, con prezzi medi del petrolio attorno ai 110 dollari al barile e una rapida ripresa della produzione, le aziende italiane si troverebbero a pagare circa 7 miliardi di euro in più per l’energia rispetto allo scorso anno. Se invece la guerra dovesse protrarsi fino alla fine del 2026, con un prezzo medio del greggio intorno ai 140 dollari al barile, le imprese italiane sarebbero costrette a sostenere costi aggiuntivi per circa 21 miliardi di euro. Uno scenario che provocherebbe uno shock economico rilevante, con il rischio concreto di trascinare il Paese in recessione, frenando investimenti, produzione industriale e consumi delle famiglie.

Il PIL è previsto in calo dello 0,7%, una contrazione che, secondo le stesse stime, potrebbe estendersi anche al 2027. Orsini ha ampliato l’analisi anche al settore della distribuzione: «Parlando con il presidente di Federdistribuzione in questi giorni, ho appreso che sugli scaffali, in Sicilia, cominciano a mancare alcuni prodotti». Un segnale ancora circoscritto, ma indicativo delle tensioni crescenti lungo le catene di approvvigionamento.

La risposta richiesta da Confindustria è duplice: da un lato un intervento rapido del governo italiano sul fronte energetico, con il cosiddetto Decreto Bollette ancora atteso; dall’altro una reazione più decisa da parte dell’Unione Europea. «L’Europa si deve svegliare. Ci aspettiamo che possa offrire garanzie alle banche per sostenere la costruzione di nuovi impianti», ha sottolineato Orsini.

Il presidente degli industriali ha poi aggiunto, senza mezzi termini: «Se oggi serve riaprire le centrali a carbone per sostenere le nostre imprese, va fatto. La Germania lo sta già facendo». Una posizione netta che evidenzia la gravità della situazione e la necessità di interventi immediati per evitare un peggioramento del quadro economico nazionale. In caso contrario, il rischio è che il caro energia diventi un freno strutturale alla competitività italiana.

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