C’è un mondo che si mette in moto sulla crisi israelo-palestinese accelerata dagli attacchi di Hamas di sabato 7 ottobre. Un mondo che sta puntando, nel breve periodo, a due obiettivi: circoscrivere la crisi e farne un fattore locale. E sul medio lungo periodo a guardare alla brutale guerra da 3mila morti solo nei primi sei giorni di scontri come al non plus ultra della questione mediorientale, a una sfida strutturata e strategica volta a risolvere il tema annoso delle rivalità e delle trincee di odio tra potenze regionali.
Circoscrivere il conflitto: su Israele-Gaza le potenze condividono l’obiettivo
I tre “imperi”, Cina, Russia e Stati Uniti sono concordanti su questo dato e nessuna delle tre maggiori superpotenze, pur agendo autonomamente, sembra voler dare un assegno in bianco a Benjamin Netanyahu. Vladimir Putin ha dato la colpa per l’eruzione di violenza di Hamas al fallimento di una strategia dell’Occidente collettivo per definire la Palestina come un attore minoritario sul piano internazionale. “Penso che molte persone saranno d’accordo con me che questo è un vivido esempio del fallimento della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente”, ha detto Putin. La manovra di Hamas e la risposta di Netanyahu creano un contesto in cui Washington è obbligata a tornare a occuparsi di Medio Oriente, e infatti Tony Blinken, segretario di Stato Usa, ha saggiamente perimetrato nelle sue dichiarazioni i modi e tempi del sostegno Usa alla risposta israeliana: sì al rispetto della legge di guerra, no a rappresaglie indiscriminate.
Cosa vuol dire questo? Il fatto che sostanzialmente tra Mosca e Washington sia emerso un gioco delle parti per spostare da Kiev a Gaza il focus della politica globale. In un contesto che vede la guerra in Ucraina stagnare e l’inverno avvicinarsi, la de-escalation retorica riguardante la scala di priorità può presagire la ricerca di un accordo. Il cui grande broker potrebbe essere la Cina, che già nei mesi scorsi dopo aver mediato la pace tra Israele e Arabia Saudita aveva indicato la crisi israelo-palestinese come principale secondo fronte diplomatico.
Parola d’ordine: contenere
Appare chiaro, giorno dopo giorno, quanto la ritrosia cinese ad andare fino in fondo sul tema fosse dettata proprio dalla percezione che qualcosa di grosso si preparava e che molti, a partire da Usa e Israele in prima fila, hanno sottovalutato. “I leader delle organizzazioni terroristiche hanno recentemente aumentato le loro minacce di una guerra regionale globale”, scriveva ad agosto il think tank mediorientale Memri, “in risposta alle minacce israeliane di assassinare gli agenti terroristici e coloro che li inviano, incluso il leader di Hamas Saleh ’Arouri”.
In un’intervista al canale Al-Mayadeen, quest’ultimo ha minacciato di intensificare lo scontro con Israele fino al punto di una guerra globale. Il report è circolato in ambienti diplomatici internazionali, ivi compresi quelli vicini a Pechino, specie laddove comunicava che esistevano “crescenti indicazioni che una guerra contro Israele potrebbe scoppiare a settembre o ottobre 2023” e che “l’innesco potrebbe essere una spirale di scontri violenti che provocano molte vittime, o l’uso di nuove armi che portano a molte vittime da parte israeliana, di fronte alle quali Israele non sarà in grado di bastarsi con le sue regolari misure antiterrorismo”.
La Cina è l’unica grande potenza che, del resto, ha sempre puntato sull’Autorità Nazionale Palestinese e non su Hamas. “Lo scorso giugno, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas ha visitato Pechino, dove ha incontrato il suo omologo cinese. La visita ha portato un balzo in avanti nelle relazioni con Pechino con cui è stata concordata una partnership strategica”, ha scritto il sinologo Federico Giuliani su Lettera43. Ora il timore di Pechino è che Hamas mandi in fumo questo lavoro.
Ora l’incendio è scoppiato e ora tutte le potenze mirano alla de-escalation. Ognuna, ovviamente, pro domo sua. Per Washington l’obiettivo è rimettere in campo il contenimento anti-Iran sull’asse tra Israele e Paesi arabi. Per Putin l’obiettivo è mostrare l’esistenza di un grande campo antioccidentale nel mondo e esaltare la posizione di Stati per ora a metà del guado e tesi a mediare la salvezza di ostaggi israeliani e vite umane a Gaza come Turchia, Egitto e Giordania. La Cina vuole mettere in sicurezza le Vie della Seta che passano per il Mediterraneo. Aggiungiamo noi, anche l’India, forte alleata di Israele, teme che l’escalation di Hamas possa produrre tentazioni di emulazione nel sempre bollente contesto del Kashmir. Anche Papa Francesco, personalmente e per mezzo del patriarca latino di Gerusalemme cardinal Pizzaballa, ha espresso come propria la linea della complessità: si al diritto di difesa a Israele senza dimenticare la profondità della questione palestinese e la necessità di una situazione strutturale.
L’Europa incerta
Fatica a emergere, oggigiorno, una voce europea, ininfluente in una crisi ove i Paesi del Vecchio Continente hanno visto governi di varia estrazione tornare letteralmente al 2001, alla guerra di civiltà, allo sdoganamento di pregiudizi antiarabi in reazione all’orrore di Hamas. Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha unito storia, memoria e geopolitica: è un “dovere morale” figlio del dramma dell’Olocausto la scelta di Berlino di difendere Israele. Il governo italiano ha dimenticato la lezione di moderatezza di Bettino Craxi e Giulio Andreotti sposando la linea dei falchi israeliani: guerra totale a Hamas.
La Commissione Europea ha inizialmente bloccato i fondi alla Palestina, parte degli aiuti internazionali che fanno per l’80% il bilancio dell’Anp e della Striscia di Gaza, salvo poi essere spinta al dietrofront dalla saggia presa di posizione di Spagna, Lussemburgo, Irlanda e Portogallo, secondo cui togliere gli aiuti alla Palestina voleva dire fare un favore ad Hamas. Tra dilemmi morali e scarsezza di visione, l’Europa non ha semplicemente una posizione. E questo danneggia ogni sforzo per la pace perché sdogana le tesi dei falchi verso la guerra totale. Che ci sono, ovviamente, nella leadership di Hamas e nella sua bestiale condotta. Ma non mancano nemmeno a Israele. E rappresentano, congiunti, una minaccia per la pace. Cosa di cui la democraticissima Europa sembra non essersi accorta.