Israele sorprende i mercati. La Borsa vola nonostante le guerre

Redazione Money Premium

15 Luglio 2025 - 10:00

Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Israele è oggi il mercato azionario con la migliore performance al mondo. Crescono anche shekel e bond: il miracolo economico continua nonostante i conflitti.

Israele sorprende i mercati. La Borsa vola nonostante le guerre

Nel linguaggio dei mercati finanziari, le parole contano poco. Parlano i numeri. E da ottobre 2023, i numeri raccontano una storia sorprendente: la nazione con la migliore performance azionaria, la valuta più forte e il miglior mercato obbligazionario tra le economie avanzate non è un’oasi di pace, bensì uno stato al centro di un conflitto regionale in corso. È Israele.

Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas e l’escalation con l’Iran nella primavera 2025, molti esperti temevano un allargamento del conflitto in Medio Oriente. Invece, il Tel Aviv 35 Index ha guadagnato circa il 129% in dollari in meno di un anno. Lo shekel si è rafforzato del 22% rispetto al minimo toccato nell’ottobre 2023, diventando la valuta con la miglior performance globale. E i bond decennali israeliani hanno registrato il maggiore calo di rendimento tra i paesi sviluppati, con un -44 punti base, segnale inequivocabile di fiducia.
Le borse non sono un termometro politico, ma anticipano trend economici. Ed è proprio su questo fronte che Israele ha costruito una resilienza quasi unica. Nonostante la percezione geopolitica di uno “stato in guerra”, il paese si muove con efficienza da economia matura, tecnologicamente avanzata e fiscalmente disciplinata.

Il Tel Aviv 35 Index ha guadagnato circa il 129% in dollari in meno di un anno. Il Tel Aviv 35 Index ha guadagnato circa il 129% in dollari in meno di un anno. Fonte: Bloomberg

Negli ultimi 25 anni, la sua produttività totale dei fattori — un indicatore della capacità di innovazione e crescita reale — è aumentata quattro volte più velocemente rispetto alla media OCSE. Il PIL pro capite è salito da circa 19.000 dollari nel 2000 a oltre 55.000 nel 2025. E il peso dell’hi-tech è diventato strutturale: oggi oltre il 50% delle esportazioni israeliane è costituito da beni e servizi tecnologici. Nessuno tra i suoi vicini può dire lo stesso.
Il miracolo israeliano non è nato ieri. Dopo la crisi economica degli anni ’80, il paese ha abbandonato il suo modello socialista originario, vendendo aziende statali, aprendo al commercio e investendo pesantemente in venture capital. A partire dai primi anni 2000, mentre le economie sviluppate aumentavano la spesa pubblica, Israele la riduceva dal 50 al 40% del PIL. Il debito scendeva sotto il 70%.

L’investimento in ricerca e sviluppo, invece, è salito. Oggi supera il 6% del PIL — più del doppio della media globale — e metà di questi fondi proviene da multinazionali straniere, molte nel settore difesa e cyber sicurezza. È proprio qui che Israele ha trovato la sua leva strategica: trasformare le esigenze militari in innovazione civile, come nel caso del sistema Iron Dome e delle tecnologie di intercettazione missilistica.

Con più start-up per abitante di qualsiasi altro paese, Israele è ormai noto come la “Start-Up Nation”. È il terzo paese al mondo per numero di aziende nel campo dell’intelligenza artificiale generativa, dietro solo a Stati Uniti e Cina. La cultura imprenditoriale ricorda più la Silicon Valley che Tel Aviv: dinamica, audace, con forte propensione al rischio.
Le ripercussioni si sentono anche nei mercati internazionali. Fondi sovrani come Norges Bank e banche globali come Goldman Sachs hanno aumentato le loro posizioni in aziende israeliane. Alcune, come Harel Insurance (+428%) o Big Shopping Centers (+208%), hanno registrato performance molto superiori ai benchmark settoriali globali.

Mentre i paesi dell’area — dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Iran — restano dipendenti dai ricavi energetici o dal turismo, Israele ha scalato la classifica globale per produttività e innovazione. È l’unico paese del Medio Oriente classificato sia come economia sviluppata dal FMI, sia come mercato finanziario avanzato da MSCI.
La guerra, però, non è sparita. La questione di Gaza resta aperta, l’Iran resta una minaccia, e gli equilibri regionali sono fragili. Ma proprio in questo contesto, i mercati stanno lanciando un segnale: per quanto precaria, la leadership economica israeliana sembra destinata a durare.

Il FMI prevede per Israele una crescita del PIL del 4% nel 2026, la più alta tra le 34 economie avanzate, e del 3,9% nel 2027. Numeri che certificano una fiducia non episodica, ma strutturale. Se gli investitori non credessero nella tenuta a lungo termine del sistema israeliano, questi dati non esisterebbero.
In un’epoca in cui conflitti e incertezze geopolitiche minano la fiducia, Israele rappresenta un caso atipico. Il mercato ha deciso di premiare la sua capacità di innovare, riformarsi e crescere, anche sotto le bombe. È un paradosso: più viene colpito, più si rafforza.

Le stime di crescita di Israele Le stime di crescita di Israele Fonte: Bloomberg