Mentre procedono le operazioni delle forze di difesa (Idf) di Tel Aviv all’interno della Striscia di Gaza, il mondo s’interroga sulle ripercussioni geopolitiche del conflitto tra Hamas e Israele. Che rischia di deflagrare in una guerra - mondiale - più ampia, che nessuno sulla carta vuole. Da decifrare, in questo mosaico complesso, il ruolo dei Paesi arabi, dal Qatar - maggiore sponsor di Hamas - a quello dell’Arabia Saudita, più importante alleato regionale degli Stati Uniti. Ne abbiamo parlato con il giornalista e analista geopolitico, Lorenzo Vita.
Caro Lorenzo, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, pronuncerà un attesissimo discorso venerdì. Il paventato rischio di allargamento del conflitto è concreto, a tuo parere?
Il rischio c’è, indubbiamente, anche se Hezbollah non ha al momento un interesse reale a un conflitto diretto con Israele. In primis perché coinvolgerebbe l’intero Libano, il cui sistema politico e le forze armate non vogliono né possono permettersi una guerra con lo Stato ebraico. Il Paese vive una crisi economica e sociale senza via d’uscita e gli alleati internazionali hanno già palesato gli enormi rischi in caso di ingresso in guerra. In secondo luogo, perché anche Hezbollah deve rendere conto alla popolazione di riferimento, gli sciiti in particolare del sud del Libano, che sanno bene come dalla guerra del 2006 il Paese non si sia di fatto più ripreso, tanto più quell’area dove ora ci sono i militari di Unifil. Certo, questo non significa che non possa esserci una guerra. Esistono incidenti, schegge impazzite, inoltre Nasrallah e l’Iran potrebbero avere voglia di mostrarsi potenti e decisivi nella regione, alzando il tiro per evitare di essere considerati poco credibili agli occhi del mondo mediorientale. Ma penso che il cosiddetto “asse della resistenza” abbia ben chiaro che un conto è esser identificato come difensore in caso di attacco, un conto è attaccare per primo e far sprofondare le cose con la Marina degli Stati Uniti davanti al Libano.
In che fase siamo dell’operazione militare avviata da Israele dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre scorso?
In base alla descrizione del ministro della Difesa Yoav Gallant, sembra che siamo all’inizio della fase 1 bis: la parte in cui è l’ingresso terrestre parallelo ai bombardamenti aerei. Si avvicina la fase più cruenta, che è quella della battaglia di Gaza city: il rischio di un bagno di sangue è molto elevato.
Che ruolo si sta ritagliando in questo conflitto il Qatar? Da un lato è noto il sostegno - anche economico - ad Hamas. Dall’altra, il piccolo emirato ospita la base americana di Al Udeid. Doppio gioco o capacità di agire su più fronti?
Come spesso accade in Medio Oriente, è difficile che tutto appaia lineare e perfettamente coerente. Il Qatar è un attore fondamentale: ospita la leadership di Hamas ma tratta per gli ostaggi, ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti ma allo stesso tempo non dimentichiamo che la sfida con l’Arabia Saudita ha caratterizzato gran parte della politica regionale degli ultimi anni. Non è da escludere comunque che Doha abbia interesse a tagliare i ponti con il passato dopo questo conflitto anche in un’ottica di ricostruzione di una propria influenza regionale.
E la Turchia? Erdogan si è espresso con parole durissime nei confronti di Israele, e Tel Aviv ha replicato ordinando il rientro dei diplomatici israeliani dalla Turchia.
Quella turca è una partita estremamente complessa. Erdogan balla da sempre su un sottile equilibrismo di sfida all’Occidente e appartenenza ad esso, di attacchi a Israele ma di costante ricerca con esso di un dialogo strategico. Basti pensare che Turchia e Israele sono i migliori partner militari dell’Azerbaigian, così come basta ricordare che la Turchia cerca in ogni modo che il gas israeliano passi sul proprio territorio e non per Cipro e Grecia in direzione dell’Europa. Inoltre, Erdogan da sempre sfrutta Gaza e la questione palestinese: sia per aumentare la propria leadership regionale e nel mondo musulmano, sia per avere dalla sua un’arma con cui è in grado di diventare garante – quale leader turco, dunque non arabo – di un problema tutto interno al mondo arabo e i cui rappresentanti non riescono a trovare una quadra. Ultimo elemento culturale e narrativa: la questione neo-ottomana. Il Sultano, in uno dei suoi ultimi comizi, non ha evitato di ricordare che tutto a suo dire sia frutto del dissolvimento dell’impero.
C’è poi da decifrare il ruolo dell’Arabia Saudita, che lo scorso settembre aveva annunciato l’imminente normalizzazione dei rapporti con Israele. Il ministro della Difesa saudita incontrerà i massimi funzionari statunitensi a Washington nelle prossime ore.
Riad è uno dei più importanti partner regionali di Washington, e non è un caso che ci siano incontri di alto livello tra ministri. Se il conflitto si allarga a tutto il Medio Oriente, l’Arabia Saudita è certamente a rischio, anche perché non va dimenticato che a sud, in Yemen, regna ancora un limbo in cui gli Houti filorianiani possono essere un’arma pericolosa: basta vedere i missili intercettati sul Mar Rosso e caduti in Egitto. C’è poi un altro elemento che può rafforzare il ruolo di Riad: l’eventuale coinvolgimento della monarchia araba nel post-conflitto. La exit strategy israeliana sembra essere quella di non volere responsabilità sul futuro della Striscia: non è da escludere che i sauditi, come altri, possano avere un peso in questo dopoguerra. In questo c’è anche il nodo dell’avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, che potrebbe tornare in auge. È chiaro che questa evoluzione non piaceva a molti, a partire dall’Iran, ed è chiaro che ora, con la guerra, qualsiasi negoziato è congelato posto che Riad non può certo evitare di sostenere la causa palestinese. A mio avviso, però, si rischia spesso di dare troppo peso alla strategia regionale, alla “geopolitica” delle grandi potenze, e si dimentica il dato locale.
Che il riavvicinamento israelo-saudita possa essere stato motivo per il “semaforo verde” dell’attacco di Hamas non è da escludere, ma non è che Hamas abbia deciso all’ultimo di attaccare. Si parla di un piano pensato molto tempo fa e per cui ci è voluto un addestramento di anni, addirittura è uscito un documento sui media israeliani in cui si dice che l’ex ministro Avigdor Lieberman parlò dell’ipotesi di un attacco simile già nel 2016. Operazioni contro Hamas sono state continue e si sapeva che tanto loro quanto il Jihad islamico si stessero rafforzando, anche con clamorosi errori politici e di sicurezza che poi hanno avuto il loro tragico effetto nell’orrore del 7 ottobre.