Nella notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile, l’Iran ha lanciato 331 missili e droni contro Israele, nel primo attacco diretto che la Repubblica Islamica ha condotto contro Tel Aviv. Si è trattata di una rappresaglia ampiamente annunciata e prevista dopo l’attacco di Israele del 1° aprile contro l’ambasciata iraniana a Damasco, in Siria, nel quale sono morti due generali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e altri cinque ufficiali, tre dei quali dirigevano le operazioni in Yemen, Iraq e Libano. Tra questi c’era anche il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, un comandante della forza Al-Quds.
La maggior parte degli oltre 300 missili, che si ritiene siano stati lanciati dall’interno del territorio iraniano durante un attacco di cinque ore, sono state intercettati prima arrivare sul suolo israeliano, a più di 1.100 miglia (1.770 chilometri) dai loro punti di lancio. Secondo il Wall Street Journal, la metà dei missili è andata incontro a un malfunzionamento. L’esercito israeliano ha dichiarato che «il 99%» dei missili lanciati dall’Iran sono stati intercettati da Israele e dai suoi partner regionali«, mentre solo»un piccolo numero" di missili balistici ha raggiunto lo stato ebraico, provocando dei danni contenuti. In totale, circa 170 droni, più di 30 missili da crociera e più di 120 missili balistici sono stati lanciati contro Israele dall’Iran durante la notte di sabato. I funzionari statunitensi, secondo quanto riportato dalla Cnn, hanno dichiarato che più di 70 droni e tre missili balistici sono stati intercettati dalle navi e dagli aerei militari della Marina Usa.
Giordania e Arabia Saudita a sostegno di Israele
Un ruolo nel contrastare l’attacco di Teheran contro Tel Aviv lo hanno avuto anche stati arabi come Giordania e Arabia Saudita, alleati degli Stati Uniti nella regione. La Giordania, infatti, ha aperto il suo spazio aereo agli aerei israeliani e statunitensi e, a quanto pare, ha anche abbattuto i droni che violavano il suo stesso spazio aereo, secondo quanto riportato da Dw. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, i residenti hanno sentito una forte attività aerea e le immagini dei resti di un drone abbattuto nel sud di Amman, la capitale della Giordania, sono circolate sui social media. «Anche gli stati del Golfo, compresa l’Arabia Saudita , potrebbero aver svolto un ruolo indiretto, dal momento che ospitano sistemi di difesa aerea occidentali, aerei di sorveglianza e di rifornimento che sarebbero stati vitali», ha osservato la testata britannica The Economist.
«Israele ha utilizzato i suoi F-35, F15 e F16 per intercettare i droni insieme a Iron Dome, David’s Sling e Arrow I e II» spiega l’esperto di Difesa, ed sottosegretario di Reagan, Stephen Bryen. «Israele è stato assistito dall’aeronautica e dalla marina statunitensi e da Giordania e Arabia Saudita. La Giordania ha utilizzato i suoi F-16 e le sue difese aeree». «Gli attacchi dell’Iran hanno anche raccolto nuovo sostegno internazionale a sostegno di Israele, anche da parte dei principali stati arabi critici nei confronti dell’offensiva di Gaza che tuttavia hanno sostenuto la risposta militare israeliana agli attacchi dei droni», ha affermato Julien Barnes-Dacey, dell’European Council on Foreign Relations.
Gli scenari possibili
Cosa può accadere ora? Paradossalmente, nota Daniel Brumberg, membro dell’Arab Center Washington DC, il successo di Israele – con il sostegno degli Stati Uniti e di altri Paesi – «nel distruggere la stragrande maggioranza di questi missili potrebbe aver contribuito a ridefinire un nuovo, se forse ancora più pericoloso, regolamento per la deterrenza Israele-Iran». Il mondo è in attesa della rappresaglia di Israele, che pur avendo limitato al minimo i possibili danni dell’attacco iraniano, ha dimostrato di dover dipendere nella sua difesa dagli Stati Uniti e dagli Stati del Golfo. E l’amministrazione Biden non ha alcuna intenzione di farsi coinvolgere in un nuovo conflitto regionale a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre, così come Teheran non ha alcun interesse a dar seguito a uno scontro diretto con Israele dopo un’azione tanto spettacolare quanto dimostrativa. Tutti gli attori coinvolti possono dire alle rispettive opinioni pubbliche di aver vinto e di aver salvato la faccia. L’unico dubbio che rimane è sulla ragionevolezza di un leader palesemente inadeguato come Benjamin Netanyahu.
Lo strappo degli Stati del Golfo
Nei giorni scorsi, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC)- formato da Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – si è riunito a Doha, in Qatar, approvando un documento sulla sicurezza regionale. Per Israele, si tratta di un passo importante poiché iPaesi del GCC esprimono un chiaro impegno per la stabilità, la sicurezza e la prosperità e, in maniera implicita, accettano che Israele abbia un posto legittimo nell’ordine regionale. Esattamente ciò che l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso voleva impedire.