Iran, come finisce una guerra che nessuno ammette?

Lorenza Morello

25/03/2026

Conflitti energetici, sabotate infrastrutture e strategie globali ridisegnano alleanze, confini e vite senza alcuna dichiarazione ufficiale. La terza guerra mondiale è già in corso.

Iran, come finisce una guerra che nessuno ammette?

La Terza Guerra Mondiale è già scoppiata.
Non la stiamo aspettando. La stiamo vivendo.

Non ha ancora un nome, ma ha già una struttura, una logica e delle vittime.
Le guerre mondiali non iniziano quando vengono dichiarate. Iniziano quando il sistema globale entra in conflitto per il controllo delle risorse vitali.
Nel XXI secolo, quelle risorse sono l’energia e le materie prime: gas, petrolio, terre rare, rotte marittime. Esattamente come nel XX.

L’Ucraina rappresenta il fronte dell’interdizione del gas russo all’Europa, mentre il Medio Oriente è il teatro del controllo del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, con il tentativo di cattura o neutralizzazione delle riserve iraniane. Il Venezuela, invece, diventa il punto strategico per la cattura delle maggiori riserve dell’emisfero occidentale. Non sono crisi separate, ma veri e propri fronti dello stesso conflitto.

Un conflitto per decidere chi controlla il flusso energetico globale nel prossimo mezzo secolo.
Questo schema non è nuovo.

Nella Seconda Guerra Mondiale, la corsa al Caucaso e ai pozzi tra l’Elbrus e lo Shatt al-Arab non riguardava semplicemente territori, ma risorse energetiche. Allo stesso modo, El Alamein non fu solo sabbia del deserto, ma petrolio del Medio Oriente e controllo delle rotte verso l’India. Lo Stretto di Malacca rappresentava un nodo cruciale: chi lo controllava, controllava i rifornimenti dell’Estremo Oriente.
Pearl Harbor?

I giapponesi sapevano che la guerra con gli USA era solo questione di tempo. L’attacco fu un tentativo disperato di ritardare l’inevitabile, cioè la proiezione navale americana nel Pacifico. La logica energetica e commerciale aveva già deciso tutto.
La Battaglia dell’Atlantico fu caratterizzata dai sottomarini tedeschi che tentavano di isolare la Gran Bretagna dal suo impero e dagli Stati Uniti. Navi americane vennero colpite quasi due anni prima che Washington entrasse ufficialmente in guerra.

Oggi la stessa logica opera su scala ancora più vasta.
Gli Stati Uniti puntano al controllo assoluto dei mari: nell’Indo-Pacifico attraverso un assedio marittimo alla Cina, nell’Atlantico e nel Mediterraneo garantendo la rotta del GNL americano verso un’Europa post-Russia, e nel Golfo mantenendo la chiave del rubinetto energetico globale.

La Cina lo sa.
Per questo investe nella Via della Seta terrestre per bypassare i mari controllati dalla US Navy, rafforza accordi energetici con Russia, Iran e Arabia Saudita ed espande la propria flotta navale a un ritmo senza precedenti. Non si tratta di semplice competizione commerciale, ma di preparazione al conflitto.
Il neoliberismo ha esasperato questa dinamica.

Quando il profitto privato dipende dall’accesso monopolistico alle risorse globali, la guerra non è un’anomalia del sistema, ma la sua estensione logica.

Parafrasando Clausewitz: la guerra è la continuazione dell’economia con altri mezzi.
Servono prove che la guerra è già in corso.

Il caso Nordstream, nel settembre 2022, mostra un gasdotto fondamentale per l’Europa fatto saltare con esplosivi militari, senza colpevoli ufficiali né condanne ONU. Una nave iraniana disarmata è stata affondata a 3.000 km dal fronte, nei pressi dello Sri Lanka, senza soccorso ai naufraghi, violando la Seconda Convenzione di Ginevra. Una gasiera russa è stata colpita a est di Malta, nel cuore del Mediterraneo, lungo una rotta commerciale internazionale. Il Belgio ha assaltato una petroliera russa, bloccando e sequestrando una nave in un’azione che assume i contorni di un’intercettazione militare dei flussi energetici.

La guerra sui mari non è futura. È presente.
Ora mettete insieme questi episodi.
Un gasdotto sabotato, una nave iraniana affondata in India, una gasiera colpita nel Mediterraneo e una petroliera assaltata non sono incidenti né semplici tensioni, ma operazioni di guerra sul sistema energetico globale.

Nel frattempo, si è provveduto a seppellire ogni civiltà, ogni umanità e ogni diritto con anni di ininterrotta propaganda bellicista.
Si è esibito e normalizzato il Genocidio Palestinese.
Si lascia guidare l’Occidente da un ricercato della ICC.
Si normalizzano simboli estremi.

Altri indicatori emergono chiaramente: l’abolizione della diplomazia, ormai parificata al tradimento; la propaganda e la disumanizzazione del nemico russo, poi estese a palestinesi e iraniani; e la censura, che vieta di criticare Kiev, Tel Aviv e in larga misura NATO e UE.

Perché non la chiamiamo Terza Guerra Mondiale?
Perché non esiste un fronte unico né una dichiarazione formale, e perché i morti sembrano lontani.
Ma la struttura e i fatti sono quelli.

Una guerra mondiale non richiede che tutti i Paesi si sparino simultaneamente, ma che un conflitto sistemico per l’egemonia globale ridisegni alleanze, economie, confini e vite su scala planetaria.
Questo sta già accadendo, sotto i nostri occhi.

La domanda quindi non è se inizierà la Terza Guerra Mondiale, ma come usciremo da quella che è già iniziata.
E la risposta non può essere affidata a chi l’ha scatenata.
Nessuno salverà il Soldato Ryan che è ognuno di noi.