In Lombardia è stato accertato il primo caso di influenza aviaria sull’uomo in Italia: ecco sintomi e pericolo di contagio in base a ciò che sappiamo oggi
Da anni si sente parlare di influenza aviaria, di possibili contagi, di misure che riguardano perlopiù gli animali e di cautele poco giustificate da un reale rischio per l’uomo. Ma ieri c’è stato uno step inaspettato, che riguarda direttamente un contagio umano e, aspetto ancora più rilevante, è capitato proprio in Italia. Si tratta del primo caso accertato di un paziente con influenza aviaria in tutta l’Europa continentale, sebbene in forma ancora lieve e totalmente sotto controllo.
Dai volatili agli animali di compagnia e, adesso, anche all’uomo. Ecco perché il primo contagio sul suolo italiano ha fatto scattare un segnale d’allarme.
In Lombardia il primo caso di aviaria d’Europa: cosa sappiamo
L’influenza aviaria è un’infezione virale notoriamente trasmessa tra gli uccelli nella sua variante più letale e diffusa. Da qualche anno si associa l’aviaria agli allevamenti di pollame e bovini, con una certa capacità del virus di mutare e contagiare specie molto diverse tra loro. Il rischio più concreto, ad oggi, è quello di ritrovare differenti ceppi sugli animali, come ad esempio quelli di compagnia - in particolare nei gatti.
Il contagio nell’uomo - e tra uomo e uomo - è ancora in fase di studio e, va detto, una rarità scientifica. Solo in Paesi disagiati di Asia e Africa le casistiche sono diverse. Ma andiamo con ordine.
In Lombardia è stato accertato un caso di infezione da virus influenzale aviario A(H9N2) con scarsa capacità di aggravamento e di sintomatologia grave. Va detto, questo ceppo è uno di quelli più lievi ma, comunque, si tratta del primo caso in assoluto su un umano sul suolo italiano.
Il paziente è sotto osservazione e in isolamento all’Ospedale San Gerardo di Monza e presenta anche altre patologie in cura. Va rimarcato come il contagio, molto probabilmente, sia avvenuto all’estero, data la provenienza del soggetto. Ovviamente, come oramai siamo abituati, purtroppo, per i casi di epidemia, il monitoraggio dei contatti e l’isolamento sono due aspetti cruciali nella vicenda.
Influenza aviaria? Non sono tutte uguali
Con il termine “influenza aviaria” si racchiudono tanti ceppi diversi di virus, molto diversi gli uni dagli altri. Il caso lombardo appartiene al sottotipo H9, che rappresenta anche una variante poco conosciuta nell’uomo. Stando alle parole rilasciate dall’epidemiologo Gianni Rezza e riprese dall’Ansa, nel mondo si contano circa 170 casi di contagio umano per questa particolare tipologia.
Va detto, quindi, che si tratta di un’influenza molto rara, non grave, poco aggressiva e che non porta a complicanze degne di nota (nell’uomo). Sul contagio, invece, non vi sono abbastanza dati per definire uno scenario plausibile.
Discorso ben diverso, invece, quello che riguarda l’altro ceppo dell’aviaria, contraddistinto dal virus H5N1, il più diffuso in diversi Paesi africani e asiatici e che è tristemente noto per un tasso di letalità molto alto, vicino al 50% dei casi riconosciuti. Sebbene, date le situazioni geografiche, anche i dati a disposizione potrebbero essere viziati da un monitoraggio tutt’altro che puntuale e preciso.
Per la variante H5 sono stati diagnosticati ad oggi circa un migliaio di casi umani in tutto il mondo, riprendendo sempre le parole di Rezza all’Ansa, con pochissime presenze europee, tutte lontane nel tempo: un caso in Inghilterra e alcune decine in Turchia.
Quanto è pericolosa l’aviaria e quali possono essere i sintomi
Quando si parla di aviaria, il primo aspetto da chiarire è il reale livello di rischio: per la popolazione generale resta basso, come indicato dalle autorità sanitarie europee, e diventa più concreto solo per chi lavora a stretto contatto con animali infetti, come negli allevamenti. Il contagio, infatti, avviene prevalentemente tramite inalazione di particelle contaminate presenti nell’ambiente o durante la manipolazione di animali o prodotti infetti, mentre non ci sono evidenze di trasmissione attraverso il consumo di carne (o latte).
Dal punto di vista dei sintomi, il discorso cambia sensibilmente a seconda del ceppo. Il virus H9N2, quello riscontrato nel caso lombardo, è associato nella maggior parte dei casi a forme lievi: si tratta spesso di sintomi simil-influenzali, come febbre moderata, tosse, mal di gola e disturbi delle vie respiratorie superiori. In alcuni casi l’infezione può essere addirittura asintomatica, rendendo più difficile una diagnosi immediata. Raramente si osservano complicazioni, anche se la presenza di patologie pregresse può influire sull’evoluzione clinica.
Diverso, invece, lo scenario per il ceppo H5N1, che può provocare quadri molto più severi: infezioni respiratorie importanti, polmoniti e, nei casi più gravi, insufficienza respiratoria. È proprio questa capacità di aggravamento a renderlo il sottotipo più monitorato a livello globale.
Negli animali, i segnali possono variare: nei volatili si osservano spesso mortalità improvvisa e sintomi respiratori, mentre nei mammiferi – inclusi gatti e, più raramente, cani – possono comparire letargia, difficoltà respiratorie e perdita di appetito. Anche nei bovini, recentemente coinvolti in alcuni focolai, sono stati segnalati sintomi legati alla produzione di latte e allo stato generale di salute.
Il vero punto di attenzione, più che l’impatto immediato, è la capacità del virus di mutare e adattarsi a nuove specie. Al momento non esiste una trasmissione stabile tra esseri umani, ma ogni caso viene monitorato proprio per prevenire possibili evoluzioni.
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