In Cina i mutuatari hanno raggiunto un livello record, specchio di un possibile e profondo disagio all’interno del suo sistema economico. Dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19, ben 8,54 milioni di persone – per lo più di età compresa tra i 18 e i 59 anni - sono finite nella lista delle autorità a causa di mancati pagamenti per coprire una serie di debiti inerenti a più settori, dall’immobiliare al commerciale.
La suddetta cifra, equivalente a circa l’1% degli adulti cinesi in età lavorativa, è tra l’altro in aumento rispetto ai 5,7 milioni di morosi registrati all’inizio del 2020. E questo a causa principalmente delle misure pandemiche e di altre restrizioni che hanno ostacolato la crescita economica e distrutto i redditi delle famiglie. La notizia è stata rilanciata dal Financial Times, secondo cui un simile contesto evidenzierebbe la profondità della recessione economica del Paese, nonché gli ostacoli che il Dragone starebbe affrontando per raggiungere una piena ripresa.
Gli effetti sull’economia della Cina
L’impennata dei mutuatari cinesi potrebbe indebolire la fiducia dei consumatori della seconda economia mondiale. Anche perché i soggetti inadempienti finiti nella black list delle autorità devono fare i conti con una serie di limitazioni, compreso l’acquisto di biglietti aerei e l’effettuazione di pagamenti tramite app mobili come WeChat Pay e Alipay (altro ostacolo per l’economia cinese, già afflitta dal rallentamento del settore immobiliare e, come anticipato, dalla scarsa fiducia dei consumatori), il non poter accedere a lavori pubblici o utilizzare strade a pedaggio. L’ingresso nella lista nera viene attivato dopo che un mutuatario viene citato in giudizio dai creditori.
La crisi del “debito personale” fa seguito alla corsa ai prestiti da parte dei consumatori cinesi. Secondo l’Istituto nazionale per la finanza e lo sviluppo, un think tank con sede a Pechino, il debito delle famiglie, in percentuale del prodotto interno lordo, sarebbe quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, raggiungendo lo scorso settembre una quota pari al 64%. Il punto è che i numerosi obblighi finanziari sarebbero diventati sempre più ingestibili, visto che la crescita salariale si sarebbe arrestata o sarebbe diventata negativa nel bel mezzo di un crescente malessere economico.
Disoccupazione e debiti
Nella società cinese avrebbe così preso forma un ciclo perverso: con l’aumento dei consumatori a corto di denaro capaci di arrivare alla fine del mese, molti di loro avrebbero smesso di pagare le bollette. In tutto ciò bisogna poi considerare la crisi nel mondo del lavoro. Lo scorso giugno, ad esempio, la disoccupazione giovanile avrebbe raggiungo il record del 21,3%, spingendo il governo cinese a smettere di riportare i dati.
Scendendo nei dettagli, la China Merchants Bank ha dichiarato questo mese che i crediti inesigibili derivanti da pagamenti con carta di credito scaduti da 90 giorni sono aumentati del 26% nel 2022 rispetto all’anno precedente. La China Index Academy, una società di consulenza con sede a Shanghai, ha invece segnalato 584.000 pignoramenti in Cina nei primi nove mesi del 2023, quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
La ricetta del governo
Quali ricette attuerà il Partito Comunista Cinese (PCC) per invertire la tendenza? Il governo cinese ha promesso una politica fiscale “proattiva” ed una politica monetaria “efficace” per sostenere la crescita. Intanto ha già iniziato gradualmente ad intensificare gli stimoli monetari e fiscali, tagliando i tassi di interesse e annunciando l’emissione di 1 trilione di renminbi (140 miliardi di dollari) in titoli di Stato centrali.
La ripresa dell’attività è però stata lenta e disomogenea. Separatamente, il Politburo del PCC ha dichiarato, in una riunione tenutasi per discutere il lavoro economico per il prossimo anno, che “il governo dovrebbe continuare ad attuare politiche fiscali proattive e politiche monetarie prudenti”. Secondo l’agenzia cinese Xinhua, Pechino dovrebbe migliorare “la qualità e l’efficienza” delle politiche fiscali mentre la politica monetaria dovrebbe essere “flessibile, appropriata, precisa ed efficace”. Il 2024 sarà un anno cruciale per capire se la Cina è veramente uscita dal tunnel.