Imposte locali, il federalismo fiscale è al capolinea

Guido Salerno Aletta

15/07/2025

Riscossione coattiva al centro del dibattito: pochi margini fiscali per Comuni e Regioni, crescono i rischi sociali mentre la montagna dei crediti non riscossi blocca la spesa pubblica.

Imposte locali, il federalismo fiscale è al capolinea

Si guarda il dito, e non la luna: lo sforzo fiscale delle comunità locali è già arrivato ai limiti, ed ogni azione automatica volta a riscuotere coattivamente le imposte non pagate rischia di lacerare il tessuto sociale.
Questo è il nodo delicatissimo: la riscossione coattiva dei tributi locali, una volta devoluta automaticamente e nel suo complesso ad un soggetto terzo, quale che questo sia, inciderebbe su situazioni personali spesso già precarie, e quindi sulle relazioni sociali che nelle piccole comunità sono particolarmente sensibili ad azioni amministrative forzose, pur se condotte in nome della legge.

Il dibattito politico suscitato dalla Audizione del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti da parte della Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale si è concentrato sulle sue proposte alternative di riorganizzazione del sistema di riscossione coattiva dei tributi locali, un’attività che assume un ruolo strategico non solo come meccanismo di ultima istanza, ma anche come leva essenziale per garantire l’efficacia complessiva dell’intero ciclo di riscossione delle entrate: o si procede alla creazione di una entità separata, che collabori con l’Agenzia delle Entrate e della Riscossione (ADER), ovvero si concede a soggetti privati questa attività, che ha caratteristiche peculiari per via della parcellizzazione territoriale e della esiguità dei singoli carichi impositivi.

In particolare, per quanto riguarda quantitativo, Giorgetti ha rammentato che, sulla base delle valutazioni dell’ANCI, la quota comunale del complesso del magazzino ruoli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione è pari a 25 miliardi di euro, di cui solo circa 6 miliardi esigibili. Inoltre, queste somme non sono distribuite in modo uniforme sul territorio nazionale: i valori maggiori sono concentrati in alcune regioni, in alcune grandi città e nei comuni medio-piccoli soprattutto delle regioni del Centro-Sud.

La abnormità di questo “magazzino ruoli” è duplice: da una parte, per l’entità stratosferica del valore del carico contabile residuo dei ruoli affidati dai diversi enti creditori, prima ai concessionari privati, poi a Equitalia e infine all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, nel periodo 1° gennaio 2000 – 31 gennaio 2025, che ammonta a 1.279,8 miliardi di euro; dall’altra, per la complessità gestionale dell’azione di recupero, visto che circa il 43% dei 22,3 milioni di contribuenti presenta debiti residui inferiori a 1.000 euro, pari allo 0,2% del carico residuo complessivo. Le varie rottamazioni non hanno inciso che poco su questa enorme montagna di crediti.

Il fatto è che non sono stati forniti i dati relativi all’ammontare complessivo dei crediti vantati dai comuni, ma solo di quelli iscritti nei ruoli e trasmessi all’ADER per procedere alla riscossione coattiva: questo è il vero buco nei bilanci, che non si conosce, e che riduce la capacità di spesa degli enti.
Per quanto riguarda gli enti locali, Giorgetti ha infatti ricordato che la maggior parte gestisce direttamente sia l’attività di accertamento sia quella della riscossione ordinaria. Per quanto riguarda invece la riscossione coattiva, la maggior parte dei Comuni si avvale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (ADER) e dei concessionari iscritti all’apposito albo. Ma, nonostante l’affidamento ad ADER possa risultare vantaggioso per i comuni, soprattutto per quelli di minori dimensioni, grazie alle economie di scala e agli strumenti informatici potenzialmente più efficaci di cui ADER dispone, non si osserva negli anni un incremento significativo della riscossione attribuibile all’utilizzo di ADER.

Il punto cruciale dell’audizione di Giorgetti, la luna che nessuno vuol vedere, riguarda invece i margini di manovra ancora disponibili sui tributi propri da parte delle autonomie locali: c’è un problema generale di pressione fiscale, ma soprattutto di sostenibilità sociale, dovendosi tener conto delle esigenze del territorio, della sostenibilità finanziaria dei bilanci e della qualità dei servizi offerti.
Questa è la situazione.

Per quanto riguarda le Regioni, le loro principali entrate sono rappresentate dall’IRAP (30 miliardi), dall’addizionale IRPEF (15 miliardi) e dalla tassa automobilistica (6,7 miliardi).
Sulla base dei dati 2024, gli spazi di manovrabilità su questi tributi regionali sono contenuti: per quanto l’IRAP, circa il 13,3% del gettito massimo potenziale è ancora esercitabile, con margini più ampi, oltre il 15%, nelle Regioni del Nord, mentre sono meno del 5% nel Centro-Sud. Sono inoltre particolarmente contenuti ancora per alcuni anni per la maggior parte delle regioni con piano di rientro del disavanzo sanitario, come il Lazio, il Molise e la Campania.
Rispetto all’addizionale regionale IRPEF, i margini residui di manovrabilità sono pari a circa il 32% del gettito massimo, con il 31,4% nelle Regioni a statuto ordinario e il 37,8% nelle Regioni a statuto speciale.
Bisogna andare oltre i dati forniti con l’Audizione.

Le addizionali regionali all’IRPEF seguono criteri che hanno a che fare esclusivamente con la dinamica della spesa: il record della pressione fiscale spetta, a pari merito, a Calabria e Campania che hanno fissato l’aliquota unica al 2%, un criterio penalizzante in quanto fortemente regressivo. Diversamente, Piemonte e Lazio hanno entrambe l’aliquota massima del 3,3% ma solo sui redditi superiori a 75.000 euro l’anno; segue il Molise, con il 2,63% di aliquota massima; quindi, ancora a pari merito, troviamo l’Emilia-Romagna e la Liguria, entrambe con l’aliquota del 2,33% sui redditi superiori ai 75.000 euro. Ai livelli inferiori di imposizione troviamo la Lombardia con più aliquote, dall’1,23% all’1,74%; poi, tutte insieme, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto con l’aliquota unica dell’1,23%. Il Friuli sembra il meno esoso, ma solo perché ha l’aliquota dello 0,70% sui redditi fino a 15.000 euro, ma sale all’1,23% per tutte le altre fasce.

Per quanto riguarda le entrate proprie dei Comuni, Giorgetti ha fatto presente che esse provengono principalmente dall’addizionale comunale all’IRPEF (6,3 miliardi) e dall’IMU (16,2 miliardi). Ha poi sottolineato che questi tributi hanno registrato negli ultimi anni un graduale aumento delle aliquote fino ai livelli massimi, riducendo così lo spazio di manovrabilità ancora disponibile: nel 2023, gli spazi di manovra per l’addizionale comunale erano infatti limitati al 15,6% del gettito potenziale. In generale, i Comuni del Nord hanno maggiori spazi fiscali residui, con valori mediamente intorno al 20,5% del gettito massimo, rispetto ai comuni del Centro-Sud, dove gli spazi ancora disponibili sono inferiori al 10%.

Basta vedere, a questo punto, la tabella delle addizionali comunali sull’IRPEF: Palermo ha il record con l’1,002%, seguita da Napoli con l’1% e poi dietro tutti gli altri che hanno lo 0,8%.
Per l’IMU, Giorgetti ha sottolineato che i margini residui di aumento dell’imposizione dei comuni delle Regioni meridionali, Sicilia, Sardegna e Valle d’Aosta sono limitati al 6,4%. I comuni del Sud mostrano gettiti pro capite inferiori ma spazi fiscali quasi esauriti, mentre i comuni più grandi ottengono gettiti medi più alti con margini residui più ridotti.

La luna della fiscalità locale sta tramontando, ridotta appena ad una falce: i margini di manovra per aumentare le entrate sono esigui, soprattutto per le aree meno floride.
Il dito su cui tutti si concentrano, come ha fatto Giorgetti, è quello della riscossione coattiva: si raschia il fondo del barile.