Il tuo lavoro è tra quelli a rischio IA? Il 40% dei posti può sparire e in Italia fioccheranno i licenziamenti

Alberto De Pasquale

24/01/2026

Tra le economie avanzate siamo molto indietro per diffusione delle skill più ricercate e che offrirebbero più opportunità (e paghe migliori).

Il tuo lavoro è tra quelli a rischio IA? Il 40% dei posti può sparire e in Italia fioccheranno i licenziamenti

È il lavoro uno degli ambiti che più rischia di essere travolto da Intelligenza Artificiale e nuove tecnologie. I pessimisti prevedono crisi e licenziamenti di massa; gli ottimisti immaginano una nuova fase che permetterà di delegare ai software le attività più noiose e ripetitive, consentendo agli umani di concentrarsi su quelle creative.

Comunque la si veda, circa il 40% dei posti di lavoro nel mondo è esposto all’IA: il cambiamento è in atto e nei prossimi anni trovare o mantenere un lavoro dipenderà sempre di più dalla capacità di aggiornare il proprio bagaglio di conoscenze o di acquisire nuove competenze. Una missione per la quale l’Italia risulta, al momento, decisamente impreparata.

Cosa dicono i dati

Lo sostiene il Fondo monetario internazionale, che sottolinea come già oggi un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno «una nuova abilità». Giusto per fare qualche esempio generico, si va dalla capacità di fornire assistenza sanitaria in via telematica e digitale alla padronanza dei principali social media per il marketing.

Sempre secondo l’Fmi, le nuove competenze sono sempre più richieste e verosimilmente “premiate” con paghe più alte. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti gli annunci di lavoro che richiedono una nuova abilità tendono a offrire una retribuzione del 3% superiore alla media, mentre con quattro o più nuove skill la paga può essere superiore anche del 15%.

L’Italia si piazza molto in fondo nella graduatoria dello Skill Readiness Index, calcolato per oltre 20 paesi sulla base della quota di laureati con nuove competenze informatiche e non, della quota di persone nella fascia 25-65 anni che hanno partecipato a percorsi di apprendimento negli ultimi 12 mesi e dei livelli medi di comprensione testuale, matematica di base e problem solving.

I Paesi più a rischio

Sono Irlanda, Finlandia e Danimarca i primi Paesi europei per competenze e capacità della forza lavoro di acquisirne di nuove in funzione delle transizioni tecnologiche all’orizzonte. In un range tra 0 (minimo) e 1 (massimo), Irlanda e Finlandia raggiungono un valore di circa 0,75. Stati Uniti, Germania e Francia si aggirano attorno a quota 0,5 punti, ossia la soglia “normale”, mentre l’Italia, secondo il FMI, si ferma a circa 0,35. Siamo ultimi tra le grandi economie del mondo, dietro l’Ungheria e davanti soltanto al Cile, tra gli Stati considerati nello studio. Il risultato deludente, ma che non sorprende, dipende da una bassa quota di laureati in informatica e nelle materie ICT, dalle minori opportunità di aggiornamento e dagli scarsi livelli di competenze tra la popolazione adulta.

Non siamo “pronti” e risultiamo anche tra i mercati del lavoro con meno richiesta di nuove competenze. Se è vero che nelle economie avanzate il 10% degli annunci di lavoro richiede espressamente la padronanza delle nuove skill, in Italia il dato scende a circa l’8%.

Tra le abilità più in crescita negli Usa spiccano, nell’ordine, l’uso dell’Intelligenza Artificiale generativa, di Microsoft Edge e la gestione dei social network. Ma sono gradite anche la familiarità con il Cloud di Google, l’utilizzo del servizio di analisi aziendale di Microsoft, Power BI, e pure la conoscenza del General Data Protection Regulation (GDPR), il regolamento Ue in materia di trattamento dei dati personali e di privacy.