C’è una gustosissima deriva che sta prendendo forma a New York, e la si deve al sindaco Mamdani e alla moglie. Non alludo al più che probabile precipitare della situazione finanziaria cittadina.
Questo era ampiamente prevedibile fin da quando il giovane Democratico Socialista aveva lanciato la sua campagna un anno fa presentando il programma: spese per asili nido inseriti nel sistema della educazione pubblica, supermercati comunali che dovrebbero vendere la merce a sconto e fare concorrenza alle reti commerciali private; autobus gratuiti. Eccetera.
Se si realizzeranno, sono tutte iniziative che esigono dollari, tanti dollari da un bilancio che è già in rosso ora, con un deficit di 5,4 miliardi di dollari. A proposito di bilancio, meno di tre mesi dopo essere entrato nella City Hall, il sindaco ha già subito tre moniti severi da parte di tre agenzie di rating, Moody’s, Fitch e Kroll che hanno portato la previsione (outlook) da “stabile” a “negativa” sulla solidità finanziaria del municipio e la sua capacità di far fronte ai debiti. Non è un downgrading, per ora, ma un allarme.
La sorpresa che si è invece materializzata è l’assalto della famiglia Mamdani ad un dogma del diritto, e soprattutto della cultura americana, che va sotto il nome di “separazione tra Stato e Chiesa”. È un principio assoluto, rispettato da chi lo accetta per il suo spirito liberale di tolleranza. Ma a rivendicarlo con intransigenza parossistica ci sono, insieme ai rigorosi atei di coscienza, anche tutti coloro che, per motivi di astiosa convenienza politica, si oppongono al cristianesimo e al cattolicesimo, fedi che sono storicamente alle fondamenta degli Stati Uniti fin dalla sua Costituzione. È tanto invasivo e ridicolo, questo richiamo alla separazione tra stato e chiesa, tra ogni espressione del governo e dei governanti e ogni parvenza di religiosità, che da anni molti municipi hanno abolito la festa del Natale in piazza. Natale in inglese è Christmas, e non sia mai che si intitolino le vacanze al Natale, al Christmas. Sono diventate Winter Holidays, Feste dell’Inverno. Tutto ciò per non offendere la sensibilità di chi non professa la religione cristiana. Magari è ebreo, magari è buddista, magari è musulmano, magari è agnostico.
Da tempo, nelle lettere di auguri, è invalso l’uso di scrivere Buone Feste, perché se scrivi Buon Natale stai commettendo un atto irrispettoso verso chi non ha la fede in “Christmas”. In tanti abbiamo trovato aberrante, negli anni passati, l’avvento di questa contro-rivoluzione laicista. Ma anche in chi non è “cristiano professante”, o non si era mai sentito offeso dal fatto che nel centro della sua città ci fosse un albero chiamato “di Natale”, aveva sempre preso più piede l’accettazione conformista, e l’adeguamento comportamentale codino, a questa forma di bigottismo alla rovescia. E il rigetto altezzoso, sdegnato, con il ditino laico alzato nel biasimo del tuo simile che andava in chiesa, aveva conquistato il gradino alto nei gironi salottieri della moralità civile, anzi umana.
Siamo tutti rispettosi della libertà religiosa, perbacco, asseriva il clero civico della “separazione”. Mischiare il sacro della propria convinzione religiosa, che deve restare privatissima, intima, con la solennità del governo che è di tutti, che è al di sopra, che non può essere prevaricato con l’imposizione della esibizione del culto di chi comanda, di chi rappresenta il potere, dicevano, è cosa sbagliata. È “non americano”. È una forma di violenza, costituzionalmente negata.
Questo era, almeno, il predicozzo ubiquo e saccente dei laici incorruttibili, ma insieme tanto fragili da temere che l’immagine di un Gesù Bambino sulla parete di una palestra di scuola comunale offendesse la loro coscienza di “separatisti” puristi, inflessibili.
Poi, all’inizio del Ramadan 2026, in New York City nientemeno, ecco che il mondo cambia. Il primo sindaco musulmano della città promuove, a raffica, cerimonie di Ramadan e iftar (che è il pasto serale successivo al digiuno) in tutti i diversi luoghi pubblici che ha potuto raggiungere, dalla sede municipale al carcere ad altri edifici istituzionali.
A City Hall, Mamdani ha organizzato un iftar formale all’interno degli uffici municipali, con la prima celebrazione ufficiale di questo tipo nella storia del palazzo: iftar, preghiere e discorsi in presenza di leader religiosi, rappresentanti della comunità musulmana e altri invitati.
Inoltre ha consumato iftar e colazioni predawn (prima dell’alba, suhoor) con dipendenti pubblici musulmani (sanitari, vigili del fuoco, operatori ecologici) in diversi eventi ospitati o collegati a City Hall, rendendo il Ramadan parte ben visibile della vita amministrativa.
Il sindaco islamico ha partecipato a un iftar dentro Rikers Island, il complesso carcerario della città, dove ha pregato e condiviso il pasto con uomini musulmani detenuti, molti in attesa di giudizio. Mamdani, instancabile, ha organizzato o partecipato a numerose iftar pubbliche in vari siti istituzionali e culturali, e senza alcuno scrupolo ha rivendicato il diritto della sua fede ad essere ospitata in posti governativi, pagati dai contribuenti. Per esempio, la sede dei Vigili del Fuoco (FDNY) a Brooklyn, con un iftar cui si sono uniti pompieri e paramedici musulmani, e il Museo della città di New York, sovvenzionato dal Dipartimento degli Affari culturali e da altre agenzie pubbliche. In entrambi i siti ha tenuto discorsi enfatizzando la propria religione e presieduto iftar per celebrare la diversità musulmana della città.
Nel complesso, ha partecipato ad almeno 17 eventi di iftar durante il Ramadan, sparsi in diversi quartieri e sedi pubbliche, coinvolgendo anche altre categorie di lavoratori (taxisti e operatori sanitari) e comunità etniche specifiche (afro-musulmani, bosniaci, ecc.).
Come vogliamo definire questa assoluta novità? La fine del dogma della separazione tra stato e chiesa? La correttezza politica che non si applica alla religione islamica? Propendo per la seconda ipotesi. Ho sempre pensato che la separazione tra stato e chiesa fosse un “dogma” mirato contro la tradizione giudeo-cristiana. Non un principio uguale per tutti.
E ci voleva un sindaco islamico a dimostrarlo nel modo più spudorato. Ma limpido, ammettiamolo.