Il segnale di allarme che arriva dal Giappone e che l’Europa potrebbe seguire

Tommaso Scarpellini

3 Maggio 2026 - 07:53

Tokyo anticipa quello che potrebbe accadere a Francoforte. Produzione in calo, inflazione sopra il 3%, BCE che contempla rialzi. Il parallelo nascosto che nessuno sta guardando.

Il segnale di allarme che arriva dal Giappone e che l’Europa potrebbe seguire

Mentre l’attenzione è tutta concentrata sul Medio Oriente e sul prezzo del petrolio, c’è un Paese che sta già vivendo in anticipo quello che potrebbe accadere all’Europa nei prossimi mesi. Il Giappone ha appena pubblicato un dato che ha colto di sorpresa gli analisti. E non in positivo. Un dato che dovrebbe interessare chiunque investa, anche fuori da quel Paese.

Il Giappone importa oltre il 90% del petrolio che consuma dal Medio Oriente. Quando lo Stretto di Hormuz si è bloccato, Tokyo è stata la prima economia sviluppata a sentirne gli effetti. E ora sta sperimentando una spirale che Christine Lagarde e la BCE stanno osservando con estrema attenzione.

Il crollo della produzione nei settori energivori. I dati di marzo parlano chiaro. La produzione di benzina in Giappone è crollata del 7,3%. Questi non sono beni di consumo finale ma sno beni intermedi.

Materie prime che servono per produrre, distribuire e confezionare migliaia di altri prodotti. Quando questi materiali scarseggiano o diventano troppo costosi, l’intera catena industriale potrebbe bloccarsi.

Le aspettative delle imprese. Le aziende manifatturiere giapponesi si aspettano un ulteriore calo della produzione dello 0,7% . Sarebbe il terzo mese consecutivo e quando le imprese tagliano la produzione per tre mesi di fila, significa che stanno vedendo un calo della domanda reale o che non riescono a produrre per mancanza di input energetici. In entrambi i casi, il segnale potrebbe essere recessivo.

L’inflazione che non scende, anzi. La Bank of Japan ha fatto una cosa inusuale il 30 aprile. Ha pubblicato uno scenario di rischio esplicito dove prevede un’inflazione al 3,1% nell’anno fiscale che si chiuderà a marzo 2027 e del 3% in quello successivo.

Questa potrebbe essere la definizione da manuale di stagflazione: prezzi che salgono, attività economica che si contrae. Il peggiore degli scenari per un investitore obbligazionario.

Il parallelo con l’Europa: stessa strada, sei mesi dopo

Ora, guardiamo cosa sta accadendo in Europa. La BCE ha lasciato i tassi invariati al 2% il 30 aprile. Ma Christine Lagarde ha detto una frase che non lascia spazio a interpretazioni: «È chiaro in che direzione sta andando la politica monetaria».

L’inflazione europea di aprile è salita al 3%, dal 2,6% di marzo e dall’1,9% di febbraio. Tutta trainata dall’energia esattamente come in Giappone.

La BCE ha già contemplato, nelle proiezioni di marzo, due rialzi dei tassi nel 2026. E ora, con la guerra in Medio Oriente che si prolunga e il petrolio Brent stabilmente sopra i $125 al barile, quegli aumenti potrebbero arrivare prima del previsto.

Il rischio nascosto per chi detiene BTP

Se l’Europa seguisse la traiettoria giapponese (inflazione persistente al 3% o oltre, crescita in rallentamento), la BCE potrebbe trovarsi costretta ad alzare i tassi anche in presenza di un’economia debole.

E qui si apre il vero problema per chi detiene BTP, specialmente quelli a lunga scadenza.

Un aumento dei tassi BCE da 2% a 2,5% o 3% potrebbe tradursi in un calo delle quotazioni dei BTP decennali di diversi punti percentuali. La duration lavora contro. E se l’inflazione rimane alta, il rendimento reale (quello che conta davvero) continuerebbe a essere negativo o marginalmente positivo.

In altre parole: si potrebbe perdere in conto capitale e non guadagnare abbastanza in cedole per compensare l’erosione da inflazione.

Il carry trade giapponese: una bomba a orologeria per i mercati globali

C’è un altro elemento che rende la situazione giapponese ancora più delicata e potenzialmente contagiosa per l’Europa: il carry trade.

Per anni, gli investitori globali hanno preso in prestito yen a tassi vicini allo zero per investire in asset a più alto rendimento in dollari, euro o altre valute. Una strategia redditizia finché lo yen resta debole e i tassi giapponesi restano bassi.

Ma se la Bank of Japan dovesse alzare i tassi per combattere l’inflazione energetica, e se lo yen continuasse a rafforzarsi come il 30 aprile, questo meccanismo potrebbe invertirsi bruscamente. Gli investitori potrebbero essere costretti a chiudere le posizioni, vendendo asset rischiosi (incluse obbligazioni europee) per riacquistare yen e ripagare i prestiti.

Un unwinding massiccio del carry trade giapponese potrebbe innescare vendite a catena sui mercati obbligazionari globali. Non per ragioni fondamentali legate all’Italia, ma per pura meccanica di mercato. E quando le vendite partono per motivi tecnici, i prezzi potrebbero scendere ben oltre quello che i fondamentali giustificherebbero.

Cosa significa per il tuo portafoglio

Il Giappone non è lontano. Potrebbe essere solo sei mesi avanti rispetto all’Europa sulla stessa curva di crisi energetica.
Produzione industriale in calo. Inflazione persistente, aspettative dei consumatori che peggiorano e banca centrale costretta a contemplare strette monetarie in un contesto di crescita debole.

Se questo schema si replicasse in eurozona, i prossimi mesi potrebbero riservare sorprese molto sgradevoli per chi ha costruito il proprio portafoglio pensando a tassi stabili e inflazione sotto controllo.

Il segnale di allarme è già acceso. Sta a Tokyo, ma guarda verso Francoforte.
E chi investe in BTP farebbe bene a non ignorarlo.

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