Heineken teme che la guerra in Iran possa aumentare i costi energetici e gonfiare l’inflazione, con possibili ritocchi al rialzo dei prezzi della birra.
Heineken, secondo gruppo mondiale della birra alle spalle della statunitense-brasiliana Anheuser-Busch InBev, ha chiuso il primo trimestre dell’anno con risultati superiori alle attese degli analisti, ma ha lanciato un segnale di allarme sugli effetti del conflitto in Iran. Secondo quanto riportato da Reuters, la multinazionale olandese con sede ad Amsterdam teme che l’aumento dei costi energetici e la crescita dell’inflazione legata alla guerra possano riflettersi negativamente sulla domanda delle proprie bevande nei prossimi trimestri.
Il quadro macroeconomico resta complesso: il protrarsi della pressione sul costo della vita e i nuovi dazi introdotti dall’amministrazione statunitense compongono uno scenario particolarmente insidioso per il settore. A complicare ulteriormente la situazione contribuisce il conflitto mediorientale, che sta spingendo al rialzo il costo del carburante necessario alla produzione della birra e delle bottiglie di vetro, con potenziali ricadute sui prezzi al consumo di numerosi prodotti e una conseguente contrazione della capacità di spesa dei consumatori.
Ricavi e volumi oltre le attese nel primo trimestre di Heineken
Nonostante le incertezze del contesto internazionale, Heineken ha presentato numeri migliori di quelli stimati dal consensus. La società ha registrato una crescita organica dei ricavi netti del 2,8% nei primi tre mesi dell’anno, un risultato superiore al 2,3% previsto dagli analisti. Anche i volumi complessivi, che il mercato attendeva sostanzialmente stabili, hanno segnato un incremento organico dell’1,2%. Un andamento che è stato definito rassicurante dall’analista James Edwards Jones di RBC Capital Markets, secondo cui il trimestre del produttore olandese si è rivelato privo di particolari criticità.
Il rendiconto finanziario è l’ultimo presentato sotto la guida di Dolf van den Brink, CEO dimessosi a sorpresa lo scorso gennaio e che lascerà ufficialmente l’incarico il 31 maggio. Nella stessa comunicazione non sono state fornite indicazioni sullo stato della ricerca del suo successore, avviata dal gruppo a inizio anno. La società aveva già annunciato in precedenza un piano di ristrutturazione che prevede il taglio di circa 6.000 posti di lavoro a livello globale, misura volta a riorganizzare la struttura operativa e contenere i costi in un quadro congiunturale sempre più impegnativo per l’industria brassicola mondiale.
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A fornire la lettura più esplicita del contesto operativo è lo stesso Dolf van den Brink, che ha parlato di un commercio mondiale diventato più complesso e instabile, con effetti diretti sulla disponibilità e sui costi dell’energia in determinati mercati. Il CEO, pur senza citare direttamente il conflitto, ha evidenziato come questa dinamica stia generando pressioni inflazionistiche capaci di influenzare il sentiment dei consumatori nel medio periodo. Heineken ha comunque confermato la guidance annuale, prevedendo una crescita organica dell’utile operativo compresa in una forbice tra il 2% e il 6%.
La previsione si basa sull’ipotesi che le interruzioni del commercio globale abbiano natura temporanea e non strutturale. Nel primo trimestre la solida performance dell’area Asia-Pacifico ha permesso di compensare il calo delle vendite registrato sia in Europa sia nelle Americhe, comprese aree strategiche come Stati Uniti, Brasile e Messico. Heineken produce birre iconiche come Tiger e Sol, oltre alla lager omonima che rappresenta il prodotto di punta del gruppo. Se le tensioni geopolitiche dovessero protrarsi, la multinazionale olandese potrebbe essere costretta a rivedere al rialzo i listini per tutelare la marginalità, con effetti potenzialmente pesanti per i consumatori europei.
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