Sia pure a denti stretti, ormai lo ammettono anche loro. I banchieri centrali riconoscono che l’attuale onda inflazionistica dipende non solo dall’aumento dell’energia ma anche dalla crescita dei profitti. La vice presidente della Federal Reserve Lael Branard ha esplicitato l’esistenza di uno stretto legame tra la crescita dei margini di profitto e la spinta sui prezzi.
E Fabio Panetta, membro del direttorio BCE, è arrivato a sostenere che l’aumento dei profitti potrebbe spiegare almeno metà dell’inflazione degli ultimi tempi.
La novità è rilevante. Basti pensare che, a meno di mutamenti del regime di mercato, la teoria macroeconomica mainstream esclude a priori l’ipotesi di inflazione da profitti: un’impossibilità dogmatica smentita dai fatti, le cui basi analitiche, non a caso, vengono da tempo criticate dai paradigmi teorici alternativi.
Ammettere l’esistenza di inflazione da profitti rappresenta anche una svolta rispetto alle solite esternazioni di Ignazio Visco e di altri banchieri centrali vecchio stile, che si preoccupano solo di ammonire contro i rischi di una spirale inflazionistica causata dall’aumento dei salari. Magari quei rischi ci fossero davvero! Basta guardare i dati per rendersi conto che i salari stanno crescendo in misura risibile rispetto al boom dei prezzi. Non a caso, l’ILO stima che la caduta del potere d’acquisto della classe lavoratrice è ormai prossima a cinque punti percentuali tra Stati Uniti, Canada ed Europa.
Una volta ammesso che l’ascesa dei profitti è tra i principali responsabili del boom dei prezzi, si pone il problema di fronteggiarla. Qui però sorgono i veri ostacoli. Nella storia del capitalismo sono state avanzate varie soluzioni per governare la dinamica dei profitti: dalle imposte fortemente progressive e spostate sui redditi da capitale in modo da creare drenaggio fiscale nelle fasi d’inflazione, alle tax-based income policies, fino ai prezzi amministrati. Ma, come dimostra l’attuale dibattito americano, anche le più blande tra queste misure scatenano sempre la reazione feroce della classe dominante.
Il motivo è presto detto. Nelle fasi di crisi i proprietari del capitale riescono a tollerare quasi tutte le forme di pianificazione pubblica, tranne una: il governo dei profitti è cosa loro, e per loro tale deve restare.