I numeri lasciano poco spazio all’immaginazione. La Corea del Sud, Paese rinomato per essere una potenza economica globale, vanta un record tristissimo: quello di avere il secondo più alto tasso di povertà di reddito tra gli anziani dell’OCSE.
Fino ad un anno fa era al primo posto mentre adesso Seoul è dietro alla sola (e piccola) Estonia. Numeri alla mano, il 40% dei sudcoreani over 65 vive al di sotto della soglia di povertà, pari alla metà del reddito mediano nazionale ovvero circa 22mila dollari (senza tener conto della ricchezza patrimoniale). In Giappone questo tasso è del 20%. La media Ocse? Del 14%.
Anche in Cina e Taiwan il divario di ricchezza tra gli over 65 e il resto della popolazione si allarga, creando non pochi grattacapi socio-economici ai governi già impegnati a fare i conti con le conseguenze dell’inverno demografico (calo delle nascite).
In generale, la crescita esponenziale del numero degli anziani all’interno dei citati Paesi asiatici, unita alla diminuzione di giovani, all’evoluzione del mercato del lavoro e alla rigidità dei sistemi pensionistici, sono fattori che contribuiscono ad alimentare un problema – il divario di ricchezza in seno alla popolazione – destinato ad aggravarsi sempre di più.
Attenzione però, perché se oggi questo nodo spinoso si trova nelle mani dei leader asiatici, tra qualche anno potrebbe occupare il primo posto delle agende dei decisori europei. L’Asia orientale offre un esempio di ciò che funziona e di ciò che non funziona. Vale dunque la pena accendere i riflettori sul dossier.
Poveri anziani: cosa succede in Corea del Sud e Giappone
Come funzionano i sistemi pensionistici di Giappone e Corea del Sud? Il sistema pensionistico giapponese risale al 1961 e offre un’ampia copertura. Quello sudcoreano, al contrario, è stato introdotto nel 1988 e ha raggiunto una copertura quasi universale solo nel 1999.
Il Giappone, come ha spiegato nel dettaglio l’Economist, ha un sistema pensionistico a due livelli: il primo, disponibile per tutti, con pagamenti forfettari e un versamento finale proporzionale agli anni di contribuzione; il secondo destinato a chi lavora a tempo pieno. I contributi dei lavoratori, basati sulla loro retribuzione, sono compensati dal datore di lavoro. Il sistema sudcoreano è simile: tutti i lavoratori, tranne il 30% che guadagna di più, hanno diritto alla pensione di vecchiaia di base. Pensione che, nel 2022, ammontava a 307.500 won (220 dollari) al mese (è per questo che lavoratori con un buon impiego hanno spesso anche una pensione privata).
Il discorso è semplice: coloro che hanno alle spalle una carriera di lavoro lunga e regolare potranno andare in pensione ottenendo una busta paga decente, mentre i freelance, che hanno meno probabilità di versare contributi costanti, rischiano tantissimo. Come se non bastasse, le pensioni base sono irrisorie in proporzione ai costi delle due società. In Giappone, ad esempio, con 40 anni di contributi si ottiene una pensione di circa 410 dollari mensili. In Corea del Sud è stato invece calcolato che soltanto il 10% dei lavoratori nati nel 1970 andrà in pensione con circa 34 anni di contributi.
Soluzioni e rischi
L’aumento delle aspettative di vita ha allungato la vita lavorativa. Risultato: il 49% dei sudcoreani di età compresa tra i 65 e i 69 anni lavora ancora, così come il 50% dei giapponesi. In Giappone, quasi il 40% delle aziende è solita mantenere i dipendenti oltre i 70 anni, mentre ogni comune gestisce un centro “Silver Work” dove gli anziani possono trovare un impiego.
La situazione è più delicata in Corea del Sud, dove queste persone, al termine della loro carriera professionale “regolare”; si trovano spesso a svolgere lavori poco remunerati e poco attraenti. C’è poi chi si dedica a mansioni di fortuna. Come le pyejijupnun halmeoni , le nonne raccoglitrici di cartone, che trascinano carrelli colmi di scatole usate da rivendere per ottenere in cambio una miseria.
Considerando che sia Tokyo che Seoul devono fare i conti con il continuo invecchiamento delle loro società, il numero di anziani poveri è destinato ad aumentare. Il fondo pensionistico della Corea del Sud è cresciuto fino a diventare il terzo più grande del mondo (730 miliardi di dollari) ma questo salvadanaio potrebbe però prosciugarsi a breve: quando i baby-boomers andranno in pensione con un’intera vita lavorativa di contributi alle spalle da “incassare”, e quando troppo pochi lavoratori li andranno a sostituire. Il governo stima che il fondo smetterà di crescere entro il 2040 e che si svuoterà entro il 2055.
Aumentare l’età pensionabile potrebbe non bastare. L’inverno demografico continua ad essere un ostacolo insormontabile. Il benessere economico degli anziani, in contesti critici come quelli descritti, difficilmente potrà essere garantito senza un aumento significativo dei trasferimenti di reddito pubblico, ha scritto Le Monde. L’Europa, e più in generale l’Occidente, farebbe bene a prendere appunti.