Il prezzo del petrolio torna a salire dopo gli attacchi israeliani contro Iran e Libano

Donato De Angelis

8 Giugno 2026 - 11:21

Petrolio oltre i 4 dollari in rialzo. Israele colpisce un impianto petrolchimico in Iran, si allontana la tregua e lo Stretto di Hormuz resta ostaggio della guerra. Cosa aspettarsi ora?

Il prezzo del petrolio torna a salire dopo gli attacchi israeliani contro Iran e Libano

Brusca accelerazione per i mercati petroliferi in apertura di settimana. I futures sul Brent sono saliti di oltre 4 dollari, pari al 4,48%, portandosi a 97,26 dollari al barile alle 10:00 ora italiana, mentre il greggio americano WTI sta guadagnando 3,65 dollari, pari al 4,03%, attestandosi a 94,19 dollari al barile. Un movimento che ha cancellato interamente le perdite di venerdì, quando i prezzi erano scesi sull’onda dell’ottimismo per l’accordo tra Washington e Teheran.

Il colpo all’impianto petrolchimico di Mahshahr

La novità più significativa per il prezzo del petrolio è la prima violazione di un sito energetico iraniano dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’8 aprile. Israele ha dichiarato di aver colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest dell’Iran, oltre ad altri obiettivi militari nel Paese. Un funzionario della provincia ha confermato all’agenzia semi-ufficiale Fars che parti dell’impianto sono state danneggiate.

L’attacco è avvenuto nonostante il presidente americano Donald Trump avesse, a quanto si riferisce, chiesto esplicitamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di astenersi da ulteriori offensive, a segnalare che il controllo americano sulle azioni israeliane ha limiti concreti e che i mercati hanno letto immediatamente.

Domenica l’Iran aveva già risposto ai raid israeliani su Beirut lanciando una salva di missili contro obiettivi in Israele, in un ciclo di attacchi e rappresaglie che non accenna a interrompersi, nonostante Trump continui a sostenere pubblicamente che un accordo per porre fine alla guerra sia ancora alla portata.

Lo Stretto di Hormuz e il nodo delle tariffe di transito

Sul fronte diplomatico-energetico, lunedì è arrivata una notizia destinata a complicare ulteriormente le prospettive di normalizzazione dei flussi petroliferi. L’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto di Hormuz resterà aperto, ma a nuove condizioni stabilite da Iran e Oman, compreso il pagamento di una tariffa di transito.

«Naturalmente questo stretto sarà aperto, ma con nuove condizioni che saranno determinate dalle autorità iraniane e omanite», ha dichiarato Jalali. Ed ecco che viene introdotto un nuovo elemento di incertezza, non più la chiusura totale del corridoio ma un controllo esercitato attraverso pedaggi e condizioni unilaterali. Per i mercati, la differenza non è necessariamente rassicurante, perché introduce una variabile politica permanente su una rotta che prima della guerra movimentava circa un quinto di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto del mondo. Teheran ha bloccato la maggior parte del traffico marittimo attraverso Hormuz dall’inizio del conflitto, mentre Washington ha imposto un proprio blocco ai porti iraniani. Il risultato è uno shock all’offerta che dura ormai da mesi e che non ha ancora trovato una soluzione strutturale.

L’OPEC+ alza la produzione

Nel tentativo di compensare la stretta sulle forniture, domenica l’OPEC+ ha concordato il quarto aumento della produzione petrolifera in quattro mesi, decisione che sulla carta dovrebbe contribuire a calmierare i prezzi ma che nella pratica rischia di avere un impatto quasi nullo. Il problema, come ha spiegato Jorge Leon, responsabile dell’analisi geopolitica di Rystad Energy, è che la maggior parte dei membri OPEC+ non è in grado di rispettare le proprie quote di produzione aggiuntiva (o perché le loro forniture transitano attraverso Hormuz e quindi sono anch’esse bloccate, o perché, nel caso della Russia, la capacità produttiva è stata erosa dagli attacchi alle infrastrutture). «Nell’attuale contesto di mercato, l’impatto fisico di questa decisione sarebbe prossimo allo zero», ha scritto Leon in una nota ai clienti. In altre parole, l’OPEC+ può alzare le quote sulla carta quanto vuole, ma se le rotte di trasporto sono bloccate e le infrastrutture sono sotto attacco, quei barili in più non arrivano da nessuna parte.

Il petrolio è in rialzo di circa il 60% dall’inizio della guerra

Per dare la misura di quanto sia cambiato il mercato petrolifero dall’avvio del conflitto a fine febbraio, basta guardare ai numeri: i prezzi del greggio sono saliti di quasi il 60% da allora, un rialzo enorme, anche se i livelli attuali restano al di sotto dei massimi toccati a marzo, quando il Brent aveva sfiorato i 120 dollari al barile nel pieno del panico iniziale.

Il fatto che i prezzi si siano poi stabilizzati, rimanendo comunque strutturalmente elevati, ci parla di una sorta di adattamento del mercato allo shock, contesto in cui gli operatori hanno smesso di scontare uno scenario catastrofico immediato, ma non hanno ancora la visibilità necessaria per immaginare una normalizzazione. Ogni notizia dal fronte, positiva o negativa, sposta i prezzi di diversi punti percentuali nel giro di poche ore.

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