La Cina procede a vele spiegate verso la creazione di un commercio mondiale alternativo, o meglio parallelo, a quello tradizionalmente noto in Occidente e gestito sotto l’ombrello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). Pechino sogna di creare un sistema impermeabile dall’influenza degli Stati Uniti e incentrato sui cosiddetti Paesi in via di sviluppo, molti dei quali membri del gruppo Brics.
Mentre gli analisti occidentali bollavano come fallimentare la Nuova Via della Seta varata da Xi Jinping nel 2013, il Dragone stava in realtà ricalibrando il suo mastodontico progetto alle nuove esigenze diplomatiche venutasi a creare dopo la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina. Il risultato è che oggi la Repubblica Popolare Cinese sta consolidando i suoi rapporti con i governi del Sud del mondo attraverso la riproposizione della Nuova Via della Seta a cavallo tra Asia, Africa e America Latina.
Dimenticatevi l’Europa: il fulcro della strategia cinese ruota attorno ad un’architettura diplomatica work in progress incentrata su una rete di tanti “accordi di libero scambio” bilaterali e regionali. Accordi, va da sé, che consentono il commercio a tariffe basse e la promozione di flussi di investimenti diretti.
Il Financial Times, ad esempio, ha calcolato che la suddetta rete cinese comprenderebbe attualmente 28 Paesi e territori che assorbono quasi il 40% delle esportazioni della Cina. Piccolo particolare degno di nota: nessuno degli accordi di libero scambio del gigante asiatico include Stati Uniti o Paesi appartenenti all’Unione europea. Che cosa significa tutto questo? Semplice: nel caso in cui dovesse accadere qualcosa all’Omc, Pechino avrebbe comunque a disposizione almeno un sistema commerciale alternativo sempre più rodato.
La nuova rete commerciale della Cina
La spinta della Cina a proteggere il proprio commercio rispecchia la sua ansia per il progressivo inasprimento del sistema commerciale globale plasmato al termine della Seconda Guerra Mondiale dal blocco occidentale. La minaccia aveva già raggiunto l’apice nel 2018, durante la presidenza americana di Donald Trump, salvo poi acuirsi ulteriormente con l’emergere di crisi regionali e globali.
“La Cina ha ritenuto necessario costruire un sistema alternativo che servisse ai propri interessi. Questa alternativa si basa principalmente sulla Nuova Via della Seta, verso la quale la Cina sta progressivamente cercando di spostare le proprie esportazioni dai mercati tradizionali come Stati Uniti e Ue”, ha spiegato Henry Gao, professore di diritto alla Singapore Management University e consigliere dell’Omc. Insomma, mentre l’Organizzazione Mondiale del Commercio vacilla, Xi Jinping è impegnato a firmare accordi di libero scambio con governi e Paesi appartenenti al mondo in via di sviluppo. “La Cina si impegnerà a costruire un ambiente più aperto e inclusivo per lo sviluppo. La Cina amplierà la rete orientata a livello globale di aree di libero scambio di alto livello”, continua a ripetere il presidente cinese.
Stiamo andando incontro ad un bizzarro paradosso: mentre Usa e Ue stanno diventando sempre più protezionisti, Pechino ambisce quasi a ricoprire un ruolo guida nel mercato del libero scambio. I calcoli del FT hanno rilevato che le esportazioni di merci della Cina verso tutti i Paesi e territori coperti dalla sua rete FTA hanno rappresentato circa il 38% delle sue esportazioni mondiali nei 12 mesi terminati alla fine di ottobre dello scorso anno. Durante questo periodo la Cina – essendo di gran lunga il più grande esportatore mondiale – ha spedito circa 3,43 trilioni di dollari in tutto il mondo, e la sua rete FTA (Free Trade Network) ha assorbito circa 1,3 trilioni di dollari di quel totale. Detto altrimenti, il Dragone esporta nella sua rete FTA più di quanto abbiano fatto in tutto il mondo il quarto e il quinto esportatore mondiale, Paesi Bassi e Giappone, nel 2022.
Gli accordi del Dragone
Sarebbe impossibile ricostruire qui ogni singolo accordo economico di libero scambio stipulato dalla Cina. Vale però la pena partire da quello stretto tra Cina e Singapore alla fine del 2008, seguito nel 2010 da un’intesa Cina-Asean che ha compreso tutti i 10 Paesi che compongono il gruppo economico del sud-est asiatico. Soltanto dopo che gli Stati Uniti hanno escluso la Cina dai colloqui per aderire alla Trans-Pacific Partnership, un grande accordo commerciale multilaterale firmato nel 2016, Pechino ha però davvero accelerato il suo programma FTA.
Il più grande successo del Dragone è coinciso con il Partenariato economico globale regionale (RCEP) riguardante 15 Paesi, un enorme accordo di libero scambio regionale entrato in vigore nel 2022 i cui membri contribuiscono per circa un terzo al pil mondiale. Pechino sta adesso negoziando 10 accordi di libero scambio che, esclusi quelli che sono aggiornamenti degli accordi già in vigore, rappresenterebbero circa un ulteriore 4,3% delle sue esportazioni globali, e sarebbero in corso studi di fattibilità anche altri otto accordi di libero scambio che, se conclusi, rappresenterebbero circa un ulteriore 2,6% delle esportazioni cinesi nel mondo.
Nel lungo periodo il vero obiettivo di Pechino sarà quello di orientare il suo commercio verso i Paesi in via di sviluppo, sfruttando i suoi legami con gli oltre 140 Paesi coperti dalla Nuova Via della Seta e firmando accordi di libero scambio con loro. Questa tendenza è ben avviata, visto che che le esportazioni della Cina verso i 10 Paesi membri dell’Asean – tutti inclusi nella BRI – all’ottobre 2023 hanno superato le esportazioni verso gli Stati Uniti. Più in generale, il commercio della Cina con i paesi appartenenti alla Via della Seta ha superato quello di Stati Uniti, Ue e Giappone messi insieme. In definitiva, in Occidente pochi valutano il successo che il gigante asiatico sta ottenendo nel resto del mondo. Al contrario, i governi occidentali parlano di decoupling dalla Cina senza accorgersi che il resto del mondo si sta riorientando proprio verso di essa.