Il petrolio torna a correre dopo l’attacco all’Iran e riapre il paragone con il 1973: ecco cosa sta prezzando il mercato e perché il rischio ora spaventa davvero.
Ci sono fasi in cui i mercati sembrano muoversi più per memoria che per cronaca. Basta che nel Golfo torni a incrinarsi l’equilibrio, basta che il petrolio riprenda a salire con violenza, e il pensiero corre immediatamente agli anni in cui l’energia smise di essere soltanto una materia prima per diventare il centro di gravità dell’economia mondiale. Anche oggi il clima è questo: non solo tensione, ma la sensazione che dietro i prezzi si stia rimettendo in moto un meccanismo già visto. 
Non focalizziamoci su quanto stia salendo il greggio, ma piuttosto sul modo in cui sta salendo: rapidamente, sotto la spinta del rischio geopolitico, delle minacce alle infrastrutture e soprattutto dell’insicurezza sulle rotte marittime. È in queste condizioni che le quotazioni smettono di riflettere il presente e iniziano a prezzare il timore di uno scenario peggiore. Ed è qui che il paragone storico smette di essere una formula giornalistica e torna a farsi serio. 
In queste settimane il richiamo al 1973 è tornato con forza anche nelle analisi di Niall Ferguson. La sua idea di fondo è netta: una crisi regionale può trasformarsi in un problema globale quando il petrolio torna a essere arma strategica. Prima l’escalation militare, poi la risposta che si allarga alle infrastrutture energetiche e al traffico marittimo, infine l’effetto sui mercati, sull’inflazione e sulla crescita. È una sequenza che oggi appare meno remota di quanto sembrasse solo pochi mesi fa.  [...]
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