Quando si parla di investimenti globali, le insidie non sono solo legate ai mercati o all’economia. Spesso, il vero pericolo si nasconde in un fattore trascurato dalla maggioranza degli investitori: il rischio cambio. In altre parole, la variabilità del valore delle valute può trasformare un investimento profittevole in una delusione cocente. E nel 2025 questo fenomeno si è mostrato in tutta la sua forza.
A inizio anno, l’S&P500, l’indice di riferimento della borsa americana, ha toccato nuovi massimi storici. Un risultato che, in teoria, avrebbe dovuto portare ampi sorrisi tra gli investitori internazionali. Eppure, chi aveva acquistato ETF sullo stesso indice ma denominati in euro si è trovato davanti a un’amara sorpresa: performance in rosso.
Come è possibile? Il motivo è semplice ma spesso trascurato: il dollaro americano, nel corso del 2025, ha perso circa il 12% rispetto all’euro. Così, un +6% dell’indice S\&P500 in valuta locale si è trasformato in un -6% per un investitore europeo non coperto. Una beffa in piena regola.
Il concetto di rischio valutario non è una novità per chi investe nei mercati emergenti. Basta confrontare un indice locale (per esempio il Bovespa brasiliano in reais) con il corrispondente ETF in dollari o euro per notare una notevole differenza nei rendimenti. Secondo dati MSCI, negli ultimi dieci anni il mercato brasiliano ha reso il 10,5% in valuta locale, ma solo il 3,9% se espresso in dollari. Il differenziale è tutto imputabile alla svalutazione del real brasiliano e alla maggiore inflazione interna.
Nei mercati sviluppati, dove le valute sono considerate più stabili, si tende invece a trascurare questo tipo di rischio. Un errore strategico, come dimostrano gli ultimi sviluppi sul mercato valutario USA-Europa.
Nel 2024, molti osservatori avevano espresso preoccupazione per l’eccessiva concentrazione geografica dei portafogli sull’America, alimentata dal successo delle cosiddette “Magnifiche 7” del tech. Tuttavia, pochi avevano previsto che, pur in uno scenario di borse forti, i rendimenti potessero essere compromessi da un altro fattore: il cambio.
Il peso del dollaro nell’indice MSCI World – punto di riferimento per chi investe nei mercati sviluppati – ha raggiunto i livelli più alti dal 1973. Questo significa che le oscillazioni del biglietto verde hanno oggi un impatto enorme sulla performance complessiva degli investimenti internazionali.
La domanda centrale diventa allora: ha senso coprire il rischio valutario (cioè utilizzare strumenti finanziari per neutralizzare l’effetto delle fluttuazioni valutarie)?
Per rispondere, occorre distinguere due scenari: investimenti azionari e investimenti obbligazionari.
Nel caso obbligazionario, la copertura ha quasi sempre senso. L’obiettivo dell’obbligazione è la conservazione del capitale, non la crescita. E il rischio cambio, essendo un rischio non compensato (cioè non aumenta il rendimento atteso), non vale la pena di correrlo. In parole semplici: se investo in bond in dollari e il dollaro perde valore, perdo rendimento senza ricevere in cambio un premio adeguato.
Nel caso azionario, la questione è più complessa. Per un investitore di lungo periodo, che misura il proprio potere d’acquisto in euro, le fluttuazioni valutarie possono “bilanciarsi” nel tempo. Ecco perché molti esperti sostengono che, in ottica decennale, coprire il rischio cambio ha poco senso, a meno di esigenze specifiche (ad esempio nella fase di decumulo del capitale, cioè dopo la pensione).
Un vecchio adagio nel mondo del trading valutario suggerisce una regola empirica sorprendentemente efficace:
“Coprire il cambio solo se vivi in un paese con tassi di interesse alti. Lascialo aperto se vivi in un paese con tassi bassi.”
La logica sta nel differenziale dei tassi di interesse: le transazioni forward sul forex includono già una stima della futura svalutazione della valuta. Quindi se un bond americano rende più di uno europeo, il mercato “sconta” questo vantaggio con una probabile svalutazione del dollaro. Alla fine, il vantaggio è annullato. È il cosiddetto principio della parità dei tassi d’interesse.
Una recente ricerca dal titolo “The Best Strategies for FX Hedging” ha analizzato decenni di dati e ha confermato l’efficacia di questa regola. Ad esempio:
- Per gli investitori giapponesi, lasciare il cambio aperto ha reso mediamente 180 punti base in più all’anno.
- Per i neozelandesi, coprire ha portato un vantaggio di 100 punti base.
- Per gli europei che hanno investito in azioni americane, coprire il dollaro ha invece penalizzato i rendimenti di circa 150 punti base annui.
Ma cosa succede se i tassi cambiano?
E qui entra in gioco l’unica vera incognita: cosa accade se i rapporti tra tassi di interesse si invertono? Un esempio storico: tra il 2006 e il 2008, i tassi decennali tedeschi superarono quelli americani. L’euro/dollaro passò da 1,18 a 1,60, causando gravi perdite per chi era esposto al dollaro.
Uno scenario simile oggi appare improbabile – l’economia USA è più forte, l’inflazione più sostenuta – ma non è impossibile. Il debito americano in crescita e i dubbi sulla sostenibilità fiscale potrebbero innescare nuove ondate di svalutazione del dollaro.
In finanza, le previsioni sono fallaci, ma le regole aiutano. Avere un approccio strategico – e non emotivo – nella gestione del rischio valutario è fondamentale.
In ogni caso, non dimentichiamoci che il rischio valutario non è solo un dettaglio. È una delle forze più imprevedibili dei mercati finanziari. Ignorarlo significa lasciare parte del nostro destino… al vento dei cambi.