Il nuovo business dorato della Cina: il settore dei videogame

Federico Giuliani

30 Ottobre 2024 - 11:12

L’industria cinese dei videogame sta tentando di raggiungere il livello delle sue controparti giapponesi e occidentali: ecco come e perché.

Il nuovo business dorato della Cina: il settore dei videogame

Manifattura, dispositivi tecnologici come smartphone e tablet, pannelli solari e, di recente, automobili elettriche: questi sono soltanto alcuni dei recenti settori economici che la Cina è riuscita a dominare. Pechino potrebbe tuttavia presto aggiungere un nuovo campo d’azione al suo già fin qui nutrito curriculum. Stiamo parlando di un ambito particolare, quello dei videogame, che strizza l’occhio al soft power e che necessita di tanta creatività. E sul quale il Dragone ha dato la sensazione di voler puntare al più presto.

La riprova, se così vogliamo chiamarla, è arrivata con l’uscita di Black Myth: Wukong, un videogioco made in China in cui i giocatori controllano il re scimmia Sun Wukong, il protagonista del romanzo cinese del XVI secolo «Viaggio in Occidente». Il successo di questo titolo è stato strabiliante, visto che avrebbe venduto 18 milioni di copie in appena due settimane dalla sua messa in commercio (se non è un record poco ci manca).

Il cervello che ha prodotto Black Myth si chiama Game Science, uno sviluppatore di videogiochi con sede ad Hangzhou formato da una trentina di persone, per lo più ex dipendenti del conglomerato tecnologico cinese Tencent (la cui divisione gaming è nota per sfornare giochi free-to-play per dispositivi mobili con microtransazioni in-game).

Se, da un lato, il successo del loro gioiello ha acceso i riflettori sulla corsa cinese nel settore dei videogame, dall’altro la conformazione dello studio lascia intendere che i campioni di Pechino devono ancora fare molta strada prima di competere con giganti del calibro di Ubisoft, Nintendo o FromSoftware, e di poter pensare sfondare nei mercati di Usa, Europa e Giappone.

La Cina punta sui videogiochi

Un conto, tuttavia, è possedere un vivace mercato di videogiochi e un altro è quello di dominarne le classifiche sviluppando titoli di successo. Per quanto riguarda la prima dimensione, i videogame in Cina nel 2023 hanno fatto registrare 303 miliardi di yuan (al cambio 42,7 miliardi di dollari) di entrate.

Il settore ha mostrato una crescita costante dovuta, ha spiegato la pubblicazione South China Morning Post, a fattori quali le enormi dimensioni del mercato cinese, l’elevato utilizzo di Internet e i tassi di penetrazione della telefonia mobile e le sue dinamiche società di produzione di giochi. Il numero di videogiocatori cinesi si attesta intorno alle 670 milioni di unità, quasi la metà della popolazione del Paese. La Cina, inoltre, vanta il maggior numero di giocatori di eSport al mondo dopo gli Stati Uniti, ed è leader mondiale nella diffusione di questo concetto.

Serve però fare un’ulteriore distinzione perché sviluppare giochi per smartphone non equivale a piazzare in vendita titoli complessi del calibro del suddetto Black Myth. Il gran numero di titoli per giocatori singoli ambiziosi, tecnologicamente avanzati e basati su profonde storie usciti o in uscita oltre la Muraglia - da Daba: Land of Water Scar e Swordsman Love: The Story of Xie Yun Liu, da Where Winds Meet a Phantom Blade Zero - è notevole. E dimostra che l’industria cinese dei videogame sta tentando di raggiungere il livello delle sue controparti giapponesi e occidentali. Questa ascesa, se avrà successo, potrebbe aiutare Pechino a ottenere ingenti quantità di soft power, oltre che allettanti entrate economiche.

Il jolly di Pechino

C’è un aspetto curioso sul quale vale la pena riflettere. Se è vero che film americani come Kung Fu Panda e videogiochi a tema mitologico cinese come World of Warcraft: Mists of Pandaria, hanno riscosso un grande successo in Cina, allo stesso tempo è stato molto più difficile – almeno fino ad ora – assistere ad un exploit internazionale dell’intrattenimento made in China.

Forse, azzardano alcuni esperti, a causa dei numerosi dialetti presenti in Cina? O forse, ipotizzano altri, per meccanismi legati al soft power ancora da oliare? Possono essere vere entrambe le spiegazioni. Certo è, invece, che i videogiochi – utilizzando un linguaggio abbastanza universale, con meccaniche di gioco comuni ovunque – potrebbero colmare il vuoto lasciato dagli altri prodotti culturali cinesi.

Da questo punto di vista, uno sforzo centrale nel raccontare il «sogno cinese» di ringiovanimento nazionale professato dal presidente cinese Xi Jinping può essere svolto da titoli come Black Myth. Il governo non è direttamente coinvolto nella creazione di giochi del genere, ma esercita comunque un decisivo controllo sull’industria videoludica nazionale distribuendo permessi agli sviluppatori, e determinando così il numero di giochi che possono essere prodotti in un dato momento. Il loro numero potrebbe aumentare. E la loro qualità migliorare di anno in anno.

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