È possibile stimolare la crescita economica con strumenti psicologici? La domanda può sembrare provocatoria, ma sempre più economisti e policymaker si stanno chiedendo se le scienze comportamentali possano contribuire a migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche e, con esse, la produttività e lo sviluppo.
Le politiche comportamentali si basano su due pilastri fondamentali. Il primo è la consapevolezza che le persone non agiscono sempre in modo perfettamente razionale, come previsto dai modelli economici tradizionali. Semplici cambiamenti nel modo in cui vengono presentate le scelte — come l’impostazione di un’opzione predefinita — possono influenzare enormemente il comportamento.
Il secondo pilastro è l’adozione di un approccio empirico e sperimentale: testare nuove politiche in modo rigoroso, preferibilmente con esperimenti randomizzati controllati, per capire cosa funziona davvero. Non è un’idea esclusivamente comportamentale, ma spesso sono proprio i sostenitori dell’economia comportamentale a promuoverla con più forza.
Ma tutto ciò può davvero fare la differenza sulla crescita economica? In parte sì, anche se i benefici osservati finora riguardano spesso interventi mirati e di scala ridotta. Per esempio, l’invio di semplici SMS per ricordare appuntamenti medici, evidenziando il costo di una mancata visita, si è dimostrato molto efficace nel ridurre le assenze e migliorare l’efficienza del sistema sanitario.
Risparmi come questi — anche se nell’ordine di milioni di euro — non bastano da soli a far decollare l’economia. Tuttavia, se queste soluzioni venissero scalate e applicate in modo sistematico in settori come scuola, sanità, giustizia e pubblica amministrazione, i miglioramenti cumulativi potrebbero diventare significativi.
La creazione di una vera e propria cultura del “test and learn”, in cui istituzioni e servizi pubblici sperimentano e migliorano continuamente, può rappresentare una strategia di lungo periodo per aumentare l’efficienza, ridurre gli sprechi e accrescere la fiducia dei cittadini.
Parallelamente, è possibile applicare i principi comportamentali anche alle grandi sfide strutturali che ostacolano la crescita: bassa produttività, carenza di competenze professionali, investimenti deboli, lentezza nelle infrastrutture, o regolamentazioni inefficienti.
Un concetto chiave in questo ambito è quello del mental accounting: la tendenza delle persone (e delle aziende) a suddividere mentalmente il denaro in “barattoli” con scopi distinti. Questo comportamento può essere sfruttato per incentivare azioni virtuose, come avviene in alcune politiche che impongono contributi vincolati alla formazione o all’innovazione, ma che restituiscono controllo decisionale al contribuente.
Si può pensare anche a strumenti settoriali ispirati al modello proposto dal Nobel Paul Romer, in cui le imprese decidono collettivamente di finanziare la ricerca e sviluppo, con benefici condivisi ma gestione individuale. È un esempio di come la progettazione intelligente delle politiche possa conciliare interesse pubblico e motivazione privata.
E quando si tratta di affrontare nodi complessi come la pianificazione urbanistica o la gestione delle grandi opere, la scienza comportamentale può affiancarsi a un’altra risorsa fondamentale: la leadership politica.
Un’ultima riflessione riguarda proprio questo aspetto: la percezione. Parte dell’andamento economico è legato alla fiducia. Le imprese investono di più quando il clima è positivo, e i cittadini sono più propensi al cambiamento se percepiscono un futuro promettente. In questo senso, anche la narrazione pubblica e il tono del dibattito politico giocano un ruolo psicologico rilevante.
Gli strumenti comportamentali non sono una bacchetta magica, ma rappresentano una cassetta degli attrezzi sempre più utile per migliorare decisioni, allocazioni e servizi. In un contesto economico che richiede soluzioni creative e sostenibili, una “spinta gentile” nella giusta direzione può fare molta più strada di quanto si pensi.