Per tutti noi non particolarmente versati nelle secrete cose dell’economia e della finanza internazionale, ma animati da semplice curiosità intellettuale, fino a qualche giorno fa era un mistero e un motivo di profonda meraviglia vedere che un paese un tempo povero come e forse più del nostro sud, nel giro di pochi anni era balzato non dico a posizioni mediane nel ranking mondiale delle economie, ma addirittura ai primissimi posti.
Sto parlando dell’Irlanda, un Paese che nei miei ricordi turistici di qualche era geologica fa è indelebilmente associato a un forte odore di torba bruciata, a vecchi pub affumicati e innumerevoli pecore che invadono strade strettissime e sperdute nella campagna.
Poi d’improvviso il mistero si è dissolto, esattamente quando nei giorni scorsi The Economist ha pubblicato la sua classifica annuale dei Paesi più ricchi del mondo, ma quest’anno l’Irlanda è stata esclusa, perché i suoi dati sul PIL pro capite risultano “inquinati dal tax arbitrage”, cioè la pratica adottata dalle multinazionali di dichiarare reddito, plusvalenze e transazioni nel paese che applica l’aliquota fiscale più bassa o più vantaggiosa, ma la stragrande maggioranza di questi profitti non rimane in Irlanda: viene immediatamente spostata verso le case madri o altri paradisi fiscali (spesso tramite pagamenti di dividendi o royalty), un fenomeno noto come profit shifting. Insomma, i profitti spostati artificialmente dalle multinazionali in Irlanda ne gonfiano le statistiche economiche.
La classifica annuale di The Economist non guarda solo al PIL pro capite, ma utilizza anche due misure aggiuntive: l’impatto dei prezzi o del costo della vita, e quante ore lavorate servono per guadagnare la propria ricchezza. Utilizzando tutte e tre le misure, spiega Forbes, si ottiene una “visione d’insieme più realistica della ricchezza di un paese rispetto ai suoi abitanti”. La classifica dell’Economist vede Norvegia, Qatar e Danimarca come i primi tre paesi più ricchi se si corregge il PIL sulla base dei prezzi locali e delle ore lavorate. Belgio e Svizzera sono al 4° e 5° posto. Mentre gli Stati Uniti arrivano sesti.
Il mistero irlandese ha una data di nascita: il 2015. Fu in quell’anno che l’Irlanda implementò nuove regole contabili internazionali (note come “Double Irish” phase-out). Il risultato fu un evento senza precedenti: il PIL crebbe del 26.3% in un solo anno: un tasso di crescita impossibile per un’economia sviluppata in assenza di eventi straordinari. Fu allora che l’economista americano e Premio Nobel Paul Krugman descrisse il fenomeno coniando l’espressione “leprechaun economics” (il leprechaun è una popolare figura del folclore irlandese, appartenente alla categoria delle fate, degli gnomi e dei folletti, raffigurato come un vecchietto di colore verde, minuscolo e barbuto, nonché astutissimo e riconosciuto maestro di inganni), sottolineando quanto il PIL e il gettito fiscale fossero distorti dal fatto che una manciata di gigantesche corporation, tra cui nientemeno che Apple e Microsoft, dichiarassero in quel Paese i loro enormi profitti.
Quella crescita miracolosa, insomma, non era dovuta a un’esplosione di produttività o consumo interno (un po’, per intenderci, come il “miracolo economico italiano” di inizio anni ’60 del secolo scorso), ma a operazioni di “inversioni aziendali” (corporate inversions) e delocalizzazioni di asset immateriali (come brevetti e proprietà intellettuale) da parte di giganti multinazionali (soprattutto statunitensi) attratti dal regime fiscale favorevole. In pratica, enormi quantità di capitale finanziario e capitale intellettuale sono state iscritte legalmente in Irlanda per beneficiare della fiscalità agevolata, gonfiando artificialmente il PIL senza che ciò portasse un reale beneficio all’economia locale.
The Economist ha naturalmente preso una decisione metodologicamente corretta. Includere l’Irlanda in classiche classifiche basate sul PIL pro capite sarebbe stato fuorviante e avrebbe distorto il confronto con paesi dove il PIL riflette in modo più fedele l’attività economica domestica.
Nel Paese la maggior parte degli economisti, dei giornalisti finanziari e dei cittadini più informati ha applaudito la decisione. Era un’argomentazione che circolava già da anni in Irlanda. Molti erano imbarazzati dalle classifiche che li ponevano artificialmente sopra a paesi come il Lussemburgo o la Svizzera. Sapevano che quelle classifiche non riflettevano la realtà della vita quotidiana, dove gli irlandesi affrontano una grave crisi abitativa e un alto costo della vita. La mossa di The Economist ha messo fine a questo paradosso imbarazzante.
Amaramente The Irish Times prende atto che i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno fatto quasi nulla per compensare lo shock economico che porterà l’inevitabile correzione? “Ci sentiamo veramente ricchi”, si domanda polemicamente il maggiore quotidiano del Paese, “quando i nostri figli non possono permettersi di comprare, o anche solo affittare, una casa – e ora non possono nemmeno permettersi un alloggio universitario ed emigrano in massa? No, non ci sentiamo tali. […] Mentre si addensano nuvole tempestose, faremmo bene a esaminare come i paesi di successo utilizzano e sviluppano le loro risorse chiave, perché molto presto potremmo trovarci con il tappeto tirato via da sotto i piedi e renderci conto che il deficit tra tasse e spesa non può più essere evitato.”