Il mercato mondiale del gas naturale si sta muovendo su due binari divergenti.
Da un lato Europa e Asia affrontano una fase di tensione crescente sui prezzi e sulla disponibilità di GNL, da quando il blocco dello Stretto di Hormuz impedisce al gas del Qatar di arrivare sui mercati. Dall’altro gli Stati Uniti restano in una condizione di abbondanza tale da comprimere i prezzi nazionali. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: il gas c’è, ma non dove serve.
La guerra in Medio Oriente ha colpito direttamente una delle principali arterie del commercio globale di GNL, riducendo l’offerta e facendo esplodere i prezzi nei mercati importatori. In Europa e in Asia la competizione per i carichi disponibili si è intensificata, con quotazioni che hanno registrato aumenti molto significativi, anche se non ai livelli del 2022. Il blocco logistico è il vero fattore di tensione, perché impedisce al gas di fluire dove la domanda è più forte.
In questo contesto l’Europa si trova in una posizione strutturalmente fragile. Il gas resta centrale per il sistema energetico europeo, dalla generazione elettrica al riscaldamento, e la dipendenza dalle importazioni rimane elevata. Negli ultimi anni il continente ha sostituito gran parte del gas russo con il GNL, soprattutto di provenienza statunitense. Nel 2025 gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di GNL dell’Unione, con circa il 58% delle importazioni, e una quota rilevante anche sul totale del gas importato.
Questa crescente interdipendenza però mostra ora un limite evidente. Gli Stati Uniti producono gas in quantità record e sono il primo esportatore mondiale di GNL, ma non riescono ad aumentare rapidamente i volumi esportati. Gli impianti di liquefazione operano già vicino alla piena capacità e le infrastrutture interne – in particolare i gasdotti – sono sature.
Il caso del bacino del Permiano è emblematico. In quell’area degli Stati Uniti, vero polmone petrolifero e gasiero americano, il gas è così abbondante che in alcuni hub i prezzi diventano negativi, perché manca la capacità di trasporto verso gli impianti di esportazione.Ne deriva una frattura nel mercato globale molto più marcata rispetto al petrolio.
Mentre il greggio continua a muoversi relativamente libero, scontando un’offerta meno concentrata, il gas resta vincolato alle infrastrutture di liquefazione, la cui costruzione richiede inventi investimenti. Il prezzo certamente riflette l’equilibrio tra domanda e offerta, ma non può non considerare i vincoli logistici. Così, negli Stati Uniti i prezzi restano depressi, mentre in Europa e in Asia salgono rapidamente.
È proprio su questo nodo infrastrutturale che si inserisce l’iniziativa politica americana. Il segretario all’Energia Chris Wright, in visita in Europa centrale e orientale, ha rilanciato la necessità di rafforzare il mercato del gas europeo attraverso nuovi investimenti in terminali e reti. Ha indicato il terminale di Krk in Croazia (nell’Adriatico), come modello e ha spinto per un’espansione coordinata delle infrastrutture tra Stati Uniti ed Europa, sottolineando il ruolo del gas come fonte “accessibile e pulita”.
Parallelamente, Washington sta promuovendo nuovi accordi e investimenti per aumentare la capacità di esportazione e costruire corridoi energetici verso l’Europa orientale, con l’obiettivo di consolidare il legame transatlantico nel gas.Il punto è che questa strategia richiede tempo. Nuovi terminali di liquefazione, gasdotti e rigassificatori non si costruiscono in pochi mesi. Nel breve termine, quindi, il mercato resta segmentato, tra abbondanza negli Stati Uniti e scarsità relativa nei mercati importatori.
Il paradosso è che proprio mentre l’Europa diventa sempre più dipendente dal GNL americano, il sistema statunitense delle esportazioni non è ancora in grado di assorbirne di più. Il gas c’è, ma resta intrappolato negli Stati Uniti.
Sino a che il vincolo infrastrutturale non verrà sciolto, il mercato mondiale continuerà a muoversi su due velocità, con prezzi divergenti e una volatilità destinata a restare elevata.