Il dollaro è finito? Cosa sta succedendo davvero e perché riguarda i tuoi risparmi

Redazione Money Premium

10 Febbraio 2026 - 16:55

Euro contro dollaro, la svolta: perché il cambio può cambiare i portafogli degli italiani. Ne parliamo con Alessio Grazia, Business Manager di Allianz Bank Financial Advisors.

Il dollaro è finito? Cosa sta succedendo davvero e perché riguarda i tuoi risparmi

Il dollaro apre il 2026 in una posizione molto diversa rispetto a quella a cui gli investitori si erano abituati negli anni precedenti. Dopo un lungo periodo di forza sostenuta dalla crescita americana e da tassi elevati, il biglietto verde ha progressivamente perso terreno. Il 2025 si è chiuso con un deprezzamento significativo contro euro e, a febbraio 2026, il tema non è più se il dollaro sia entrato in una fase di debolezza, ma quanto questa fase possa durare e quali effetti possa avere sui portafogli.

Secondo Alessio Grazia, Business Manager di Allianz Bank Financial Advisors, il quadro è cambiato in profondità. “Dopo aver perso circa il 13% nel corso del 2025, il dollaro entra nel 2026 in una fase di debolezza strutturale”. Alla base di questa visione c’è soprattutto la divergenza tra le politiche monetarie delle due sponde dell’Atlantico. “La divergenza tra una FED orientata a tagliare i tassi verso l’area del 3,25-3,50% e una BCE più attendista suggerisce che il cambio EUR/USD possa puntare con decisione verso quota 1,19-1,20 nei prossimi mesi”.

Non si tratterebbe, però, di un movimento brusco. Grazia invita a non immaginare scenari estremi. “Non reputo possibile un crollo verticale, quanto piuttosto una discesa a piccoli passi dovuta al venir meno dell’eccezionalismo economico statunitense”. Il concetto di eccezionalismo, che per anni ha sostenuto il dollaro, si è basato su una combinazione di crescita più robusta rispetto ad altre economie avanzate, leadership tecnologica e mercato del lavoro solido. Oggi questi elementi restano presenti, ma meno dominanti, mentre altre aree del mondo mostrano segnali di recupero relativo.

Il 2026 si è aperto inoltre con mercati molto sensibili ai dati macroeconomici. L’inflazione resta osservata speciale, ma non è più l’unico faro. “L’indicatore macro principe non è più solo l’inflazione, ma lo stato di salute del mercato del lavoro (NFP)”. I dati sull’occupazione americana sono diventati il principale termometro delle attese sui tassi. “Ogni segnale di rallentamento nelle assunzioni USA verrà interpretato dai mercati come un ‘via libera’ per tagli più aggressivi da parte della Fed, deprimendo ulteriormente il dollaro”.

A questo si aggiunge un tema di lungo periodo che i mercati stanno iniziando a prezzare con maggiore attenzione, quello della finanza pubblica americana. “Occhi puntati anche sulla sostenibilità fiscale: i dubbi sulla gestione del debito pubblico americano iniziano a pesare sulla fiducia degli investitori esteri, riducendo l’attrattività del biglietto verde come bene rifugio”. Non si tratta di un allarme immediato, ma di un lento cambiamento nella percezione del rischio, che nel mercato valutario può avere effetti rilevanti.

Per i risparmiatori europei il tema è tutt’altro che teorico. Negli ultimi anni molti portafogli si sono progressivamente concentrati sugli Stati Uniti, spinti dalle performance delle grandi società tecnologiche e dagli indici americani. Questo ha aumentato non solo l’esposizione azionaria verso un singolo mercato, ma anche quella valutaria. Quando il dollaro si indebolisce, parte dei rendimenti realizzati oltreoceano può ridursi una volta riportata in euro.

Grazia sottolinea che una riflessione sul bilanciamento geografico oggi è opportuna. “Con i portafogli globali ancora fortemente sbilanciati sull’equity USA (spesso oltre il 60%), il risparmiatore potrebbe oggi proteggersi dal rischio cambio, ragionando sul breve periodo”. In particolare, osserva come un dollaro debole tenda storicamente a favorire altre aree. “È opportuno valutare un ribilanciamento verso asset europei o dei mercati emergenti, che beneficiano storicamente di un dollaro debole”.

Per chi non vuole rinunciare all’esposizione ai listini americani esiste la strada della copertura valutaria. “Per chi vuole mantenere l’esposizione al Nasdaq o all’S&P 500, l’utilizzo di classi di azioni ‘EUR-hedged’ è diventato fondamentale per evitare che i guadagni azionari vengano erosi dalla svalutazione valutaria”. Tuttavia la copertura non è gratuita e va valutata con attenzione.

“Chi invece ha più tempo, potrebbe anche non fare nulla: l’attuale costo di hedging oscilla fra 1,4% e 1,7% che naturalmente impatta sui rendimenti qualora i movimenti del dollaro rimangano ‘stabili’”.
Il punto, in definitiva, non è inseguire il cambio mese per mese, ma capire se il rischio valutario in portafoglio è coerente con i propri obiettivi e con il proprio orizzonte temporale. In una fase in cui le certezze macroeconomiche sono minori rispetto al passato, la gestione del rischio di cambio torna al centro della pianificazione finanziaria. E come ricorda implicitamente Grazia, in un contesto di elevata volatilità “il contesto attuale di ampia volatilità dovrebbe sconsigliare a chiunque di sbilanciarsi in previsioni”. Più che prevedere il dollaro, oggi conta costruire portafogli capaci di reggere scenari diversi.