Il dilemma energetico della Cina (e i prossimi passi del Dragone)

Federico Giuliani

14 Aprile 2024 - 06:49

Dall’inizio della guerra in Ucraina, Pechino ha beneficiato di forti sconti sulle forniture energetiche dalla Russia, ma i costi globali dell’energia sono in aumento.

Il dilemma energetico della Cina (e i prossimi passi del Dragone)

La Cina deve sciogliere al più presto un nodo spinoso che, in proiezione futura e in caso di conflitti, potrebbe compromettere la sua posizione di superpotenza globale. Di cosa si tratta? Semplice: nonostante possa contare su ingenti quantità di carbone Pechino è sempre stata e, in parte continua ad essere, vulnerabile sul fronte energetico.

Detto altrimenti, il gigante asiatico è chiamato a risolvere questo problema se vorrà veramente blindare la propria sicurezza nazionale ed essere il più possibile immune ad embarghi o blocchi rivali. Certo, nel corso dei suoi decenni di rapida crescita e industrializzazione il governo cinese ha cercato di tamponare l’emergenza, ad esempio aderendo all’Organizzazione mondiale del Commercio, nel 2001, e, più di recente, soddisfacendo la sua domanda di energia in rapida crescita con le importazioni. Sembrava che il peggio fosse alle spalle e invece, sia a causa dei cambiamenti climatici che per via delle nuove tensioni geopolitiche, il problema è riemerso dalle ceneri.

E non è un problema da poco, visto che, nel corso della storia, le grandi potenze che sono riuscite ad affermarsi hanno sempre potuto sfruttare ingenti quantità di energia. Banalmente, negli ultimi secoli è stato il controllo sull’energia che ha consentito all’Occidente di consolidare il proprio dominio economico, politico, militare e scientifico sul resto del mondo.

L’energia, più recentemente, è stata anche un pilastro dell’egemonia globale degli Stati Uniti. La scoperta delle risorse petrolifere nel XIX secolo avrebbe contribuito a promuovere l’ascesa degli Usa come potenza industriale, così come creazione del sistema del petrodollaro nel 1973 e il boom dello shale oil iniziato nel 2010.

Il dilemma energetico di Pechino

Alla Cina manca un simile predominio energetico. Pechino sta cercando di ovviare puntando sulle energie rinnovabili e sullo sviluppo green ma la strada è ancora lunga. Nel corso degli anni, il gigante asiatico ha gradualmente modificato il proprio mix energetico, prima per ridurre l’inquinamento e poi, in tempi non sospetti, per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette.

Nel 2016, ha sottolineato il Japan Times, il consumo cinese di gas naturale è decollato e nel 2021 le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto sono aumentate del 15% su base annua, rendendo la Cina il più grande importatore di GNL al mondo. Le citate energie rinnovabili – come il solare, l’eolico, l’idroelettrico e il nucleare – sono invece sempre più presenti nel mix energetico cinese, non solo per aumentare la sostenibilità ambientale, ma anche per garantire la sicurezza energetica della nazione riducendo così la dipendenza dalle risorse energetiche straniere.

I recenti sforzi attuati dal gigante asiatico per diversificare le fonti di importazione di combustibili fossili sono stati causati, o meglio accelerati, dal deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti. Basterà tutto questo per consentire al Dragone di dormire sogni tranquilli?

Le spine del Dragone

Certo è che l’aumento dei prezzi dell’energia sta esercitando una pressione ancora maggiore sulla Cina, in aggiunta all’inasprimento delle sue relazioni con gli Usa. Dall’inizio della guerra in Ucraina, Pechino - come l’India e altre economie del Sud del mondo - ha beneficiato di forti sconti sulle forniture energetiche dalla Russia, ma i costi globali dell’energia sono in aumento.

Da maggio a settembre dello scorso anno, il costo del greggio West Texas Intermediate è aumentato da 67,6 a 90,8 dollari. Nel 2024 i prezzi dell’energia potrebbero continuare a salire. Dal 12 dicembre al 12 gennaio, ad esempio, l’indice dei prezzi dei futures sul gas naturale è salito da 2,1 a 2,7, spinto in parte dall’escalation della guerra a Gaza. Ebbene, in un momento in cui la Cina è alle prese con la deflazione – negli ultimi due anni oltre la Muraglia l’indice dei prezzi alla produzione è sceso da 110 a 97 e l’indice dei prezzi al consumo è sceso da 101,5 a 99,7 – un’impennata dei prezzi dell’energia è l’ultima cosa di cui Xi Jinping avrebbe bisogno.

Il motivo è presto detto: l’ipotetica combinazione tra l’aumento dei prezzi globali dell’energia e la deflazione cinese potrebbe minare i profitti aziendali, indebolire gli investimenti e potrebbe anche spingere i partner commerciali della Cina a raddoppiare le politiche protezionistiche. Xi potrebbe intanto intervenire per stoppare la deflazione. Sarebbe già un importante passo in avanti.