Il declino dell’egemonia agricola degli Stati Uniti

Redazione Money Premium

17 Aprile 2025 - 06:35

Nel 1980, la quota statunitense nelle esportazioni mondiali di grano era del 44%, mentre oggi è scesa all’11%.

Il declino dell’egemonia agricola degli Stati Uniti

Un tempo considerati il «granaio del mondo», gli Stati Uniti hanno dominato per decenni il commercio globale di cereali e semi oleosi.

Tuttavia, la loro posizione di leader sta progressivamente erodendo, con competitor emergenti come Brasile e Russia che guadagnano quote di mercato significative.

Il declino dell’export statunitense è particolarmente evidente nei settori del mais, della soia e del grano. Negli ultimi cinque anni, la quota USA nelle esportazioni globali di mais si è attestata a un minimo storico del 31%, in netto calo rispetto al 61% di vent’anni fa e all’80% degli anni ’70. Il principale beneficiario di questa contrazione è stato il Brasile, che in soli vent’anni ha visto la propria quota di export salire dal 5% al 22%.

La situazione è ancora più drastica per la soia, dove gli Stati Uniti hanno visto la loro quota scendere al 27%, dopo aver superato l’80% negli anni ’70. Il Brasile è diventato il primo esportatore mondiale di soia nel 2012-13 e oggi controlla il 55% del mercato, rispetto al 39% di dieci anni fa. Questo cambiamento è stato favorito da eventi come la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che ha spinto Pechino a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e a ridurre la dipendenza dalla soia americana.

Anche nel settore del grano gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione di dominio. Fino a dieci anni fa erano il primo esportatore globale, mentre oggi sono scesi al quarto posto. Nel 1980, la quota statunitense nelle esportazioni mondiali di grano era del 44%, mentre oggi è scesa all’11%. Un punto di svolta storico è stato l’embargo sui cereali imposto nel 1980 dal presidente Jimmy Carter contro l’URSS in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Quell’azione, tuttavia, si rivelò meno dannosa per Mosca di quanto previsto, poiché i sovietici riuscirono a diversificare le fonti di approvvigionamento più velocemente del previsto. Lo stesso fenomeno si è verificato recentemente nel mercato della soia, con il Brasile che ha rapidamente sostituito gli Stati Uniti come fornitore principale della Cina.

Oltre alla perdita di quote di mercato nell’export, anche la produzione agricola statunitense ha subito un ridimensionamento significativo rispetto al resto del mondo. Gli Stati Uniti rimangono il principale produttore di mais, ma la loro quota globale è scesa dal 41% di vent’anni fa al 31% attuale. La produzione di soia rappresentava più della metà del totale mondiale fino al 1990, ma oggi è scesa al 28%. Il calo è ancora più marcato nel settore del grano, dove nel 1980 gli Stati Uniti producevano il 15% del grano mondiale, mentre oggi la loro quota è scesa al 6%.

Nel frattempo, Russia e Brasile hanno aumentato la loro produzione in modo significativo. La Russia ha visto crescere la sua produzione di grano del 70% nell’ultimo decennio, portando la propria quota dal 7% all’11%. Il Brasile, invece, ha incrementato la produzione di soia dell’85% e quella di mais del 55%, consolidando la sua posizione come uno dei principali produttori ed esportatori globali. Attualmente, il paese rappresenta il 39% della produzione mondiale di soia e il 10% di quella di mais, rispetto al 30% e all’8% di dieci anni fa.

Il declino della leadership agricola statunitense è dovuto a una combinazione di fattori economici, politici e ambientali. Le politiche commerciali aggressive adottate da Washington, come le guerre commerciali e i dazi sulle importazioni, hanno spinto molti paesi a diversificare i propri fornitori e a ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Inoltre, la crescente competitività di paesi come il Brasile e la Russia, che hanno investito massicciamente nelle infrastrutture agricole e nelle tecnologie di produzione, ha reso il mercato globale più equilibrato e meno dipendente dall’offerta statunitense. La riduzione della quota di mercato americana è stata accelerata anche da condizioni climatiche avverse e crisi economiche, come quelle verificatesi tra la fine degli anni 2000 e i primi anni 2010, quando una serie di fallimenti nei raccolti ha compromesso la capacità produttiva degli Stati Uniti, aprendo la strada ai competitor internazionali.

L’evoluzione del mercato agricolo globale mostra chiaramente che la produzione e l’export di cereali e semi oleosi sono oggi distribuiti in modo più equilibrato rispetto al passato. Questo significa che, in caso di nuove tensioni commerciali o di politiche protezionistiche da parte di Washington, altri paesi potrebbero rapidamente colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, consolidando ulteriormente la loro posizione nei mercati globali. Per mantenere un ruolo di primo piano nell’agricoltura mondiale, gli Stati Uniti dovranno rivedere le proprie strategie, investendo in innovazione, diversificazione dei mercati e consolidamento delle relazioni commerciali. In un contesto sempre più competitivo, il rischio maggiore è che le decisioni politiche e commerciali interne possano accelerare ulteriormente la perdita di rilevanza del settore agricolo statunitense a livello internazionale.

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