Debito pubblico. Due parole che evocano scenari complessi e che ritornano ciclicamente ogniqualvolta si parla di spesa, crescita e investimenti. In questi giorni sono di stretta attualità in vista della presentazione del prossimo Piano strutturale di bilancio, a commento del quale il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha già anticipato che l’intenzione dell’esecutivo sarà di «non contribuire ad alimentare il debito pubblico per le nuove generazioni».
Intanto, al primo semestre 2024, è arrivato a oltre 2.947 miliardi di euro, circa cento miliardi in più rispetto all’anno precedente. Come noto, quello italiano è il secondo debito pubblico più alto d’Europa parametrato al Pil, con un rapporto che secondo una recente revisione Istat è stato del 134,6% nel 2023.
Il debito pubblico è contratto dallo Stato per il proprio fabbisogno: ne consegue che, in cambio di risorse, il debito finisca nelle mani dei creditori, ossia dei vari soggetti che hanno fornito finanziamenti. Si tratta di banche centrali, banche, istituzioni finanziarie e singoli investitori, italiani e stranieri. A tenere traccia dei detentori del debito pubblico italiano è la Banca d’Italia, che fornisce un dettaglio mensile.
Stando ai dati di giugno 2024 il 29,2% del debito pubblico italiano risulta nelle mani di “non residenti”, ossia di investitori e istituti finanziari che hanno residenza all’estero. Poi c’è la stessa Banca d’Italia, che è in possesso del 23,1% del debito pubblico italiano; il 21,8% è detenuto da banche centrali e altre banche e un altro 11,5% da istituzioni finanziarie. Resta un 14,5%, nelle mani di “altri residenti”, rappresentati principalmente da famiglie e investitori italiani.
Dalla serie storica emerge che sta diminuendo la quota di debito pubblico detenuta dalla Banca d’Italia (che due anni fa era arrivata a oltre un quarto del totale), mentre sono in crescita sia quella nelle mani degli investitori esteri, sia quella posseduta da famiglie e investitori italiani. A ben vedere è proprio la quota di debito detenuta dai “residenti” ad aver fatto registrare il maggior aumento negli ultimi due anni: nel 2022 era appena all’8,5%, mentre oggi sfiora il 15%. Allo stesso tempo, anche la fetta di debito in possesso all’estero è aumentata, passando dal 27,6% di giugno 2022 al 29,2% di giugno 2024.
Le considerazioni da poter fare sono molte. Da un lato, l’aumento del debito pubblico posseduto da soggetti stranieri può essere letto in chiave positiva, come interesse crescente suscitato dai titoli di Stato sui mercati esteri. Dall’altro, anche la variazione della quota di debito detenuto dagli investitori italiani è da tenere d’occhio, e l’attuale governo l’ha interpretata in parte come conferma del buon successo delle scorse raccolte del Btp Valore.
Un’ampia fetta di debito pubblico controllato da soggetti italiani riduce il rischio di dipendenza dall’estero e tendenzialmente offre più stabilità. Maggiori investimenti stranieri, tuttavia, sono un segnale di forte attrattività dei titoli di Stato, anche se l’altra faccia della medaglia comporta essere più esposti a fattori negativi esterni. In ogni caso, secondo Eurostat, l’Italia è tra i paesi dell’Eurozona con la minor quota di debito pubblico in mani estere, con un valore che nel 2023 è stato più alto solamente rispetto a quello di Malta (meno del 22%) e molto più basso di Germania e Francia, che hanno un debito pubblico detenuto da soggetti esteri, rispettivamente, per il 45% e il 50%.
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