Perché il 2026 potrebbe essere un anno terribile per l’oro

Tommaso Scarpellini

22 Dicembre 2025 - 18:17

Il 2026 potrebbe ribaltare una delle convinzioni più radicate dei mercati. Tra tassi reali, dollaro e cicli storici, l’oro potrebbe non essere dove tutti se lo aspettano.

Perché il 2026 potrebbe essere un anno terribile per l’oro

E se il 2026 si dimostrasse un anno terribile per l’oro? Per molti è quasi un’eresia. L’oro è stato una delle asset class più redditizie degli ultimi anni, un rifugio percepito come eterno, una costante nelle fasi di incertezza. Eppure i mercati non ragionano per dogmi, ma per cicli, incentivi e prezzi relativi. E quando il contesto cambia, anche ciò che sembrava inattaccabile può improvvisamente perdere appeal.

L’idea che l’oro possa interrompere la sua fase espansiva non nasce dal nulla, né da una provocazione fine a sé stessa. Esistono variabili nascoste, poco discusse nel dibattito mainstream, che se combinate potrebbero rendere il 2026 un anno molto meno brillante per il metallo giallo. Variabili che riguardano tassi reali, dollaro, geopolitica e soprattutto la vera natura ciclica dell’oro.

L’oro non è un totem, è un asset ciclico

Il primo errore concettuale è trattare l’oro come un bene “speciale”, scollegato dalle logiche di domanda e offerta. In realtà l’oro è un asset ciclico, fortemente influenzato da tre fattori principali: instabilità macroeconomica, tensioni geopolitiche e livello dei tassi reali.

Quando l’inflazione accelera, quando i rendimenti reali scendono sotto zero e quando il rischio sistemico aumenta, l’oro tende a performare bene. Non perché “produce valore”, ma perché diventa un’alternativa relativamente meno costosa rispetto ad altri strumenti finanziari.

Il punto è che il contesto che ha sostenuto l’oro negli ultimi anni sta lentamente cambiando. E il 2026 potrebbe rappresentare il momento in cui queste dinamiche si manifestano in modo più evidente.

Inflazione in calo e tassi reali in risalita

Uno degli elementi più sottovalutati dagli investitori è il concetto di tasso reale. Non conta solo il livello nominale dei rendimenti, ma il rendimento al netto dell’inflazione.

Se l’inflazione continua a scendere, come suggeriscono molte dinamiche disinflazionistiche strutturali, e i Treasury mantengono rendimenti nominali sopra la media storica, il risultato è un aumento dei tassi reali. Questo è storicamente uno dei contesti più sfavorevoli per l’oro.

Perché? Perché l’oro non genera flussi di cassa. Non paga cedole, non distribuisce dividendi. Il suo costo opportunità aumenta ogni volta che esiste un’alternativa “risk-free” che offre un rendimento reale positivo. In altre parole, detenere oro diventa progressivamente meno efficiente rispetto a detenere titoli di Stato.
Nel 2026 potremmo trovarci esattamente in questo scenario: inflazione normalizzata, rendimenti reali positivi e abbondanza di alternative finanziarie liquide.

Geopolitica più stabile e premio al rischio in compressione

Un altro pilastro della recente forza dell’oro è stato il contesto geopolitico. Guerre, tensioni commerciali, instabilità istituzionale. Tutti elementi che aumentano la domanda di beni rifugio.
Ma se il 2026 dovesse segnare una fase di attenuazione dei conflitti, anche solo parziale, il premio geopolitico incorporato nel prezzo dell’oro potrebbe ridursi.

Le politiche internazionali più orientate alla de-escalation, unite a una maggiore cooperazione commerciale, tendono a ridurre la domanda difensiva. Questo non significa un mondo privo di rischi, ma un mondo percepito come meno fragile rispetto agli anni precedenti.
E quando la percezione del rischio cala, l’oro tende a perdere centralità nei portafogli.

Dollaro forte e correlazione inversa con l’oro

Qui entra in gioco un meccanismo spesso citato ma raramente spiegato fino in fondo. L’oro è prezzato in dollari. Questo significa che quando il dollaro si rafforza, a parità di altre condizioni, il prezzo dell’oro tende a scendere.
Il motivo è semplice ma potente. Un dollaro più forte rende l’oro più costoso per gli investitori che operano in altre valute, riducendo la domanda globale. Allo stesso tempo, un dollaro forte è spesso associato a flussi di capitale verso gli Stati Uniti, attratti da rendimenti reali più elevati e maggiore stabilità finanziaria.

Se nel 2026 la combinazione tra tassi reali elevati e riduzione del rischio geopolitico dovesse sostenere il dollaro, la correlazione inversa con l’oro tornerebbe a essere un fattore dominante.

Azioni più attraenti e rendimento relativo sfavorevole per l’oro

C’è poi un ulteriore livello di analisi, più sottile ma cruciale. Se la banca centrale dovesse tagliare i tassi a un ritmo più blando rispetto al calo dell’inflazione, si creerebbe un contesto di allentamento monetario reale.
Questo tipo di scenario tende a favorire la crescita degli EPS aziendali. Con utili in aumento e tassi di sconto più bassi, i multipli azionari diventano più sostenibili e l’earning yield delle azioni aumenta.

Il risultato è un miglioramento del rendimento relativo dell’equity rispetto all’oro. Gli investitori, razionalmente, iniziano a preferire asset che offrono crescita, flussi di cassa e rivalutazione, piuttosto che un bene statico che vive esclusivamente di rivalutazione di prezzo.

In questo contesto, l’oro rischia di diventare una scelta difensiva eccessiva in un mondo che, almeno ciclicamente, non richiede più lo stesso livello di protezione.

I precedenti storici: lunghi decenni di silenzio

La storia dell’oro è costellata di grandi boom seguiti da lunghi periodi di stagnazione. Dopo il picco degli anni Settanta, l’oro ha attraversato quasi due decenni di rendimenti reali deludenti. Dopo il massimo del 2011, ha vissuto anni di lateralità e sottoperformance rispetto ad altre asset class.

Questo accade perché il prezzo dell’oro dipende esclusivamente da domanda e offerta finanziaria, non da crescita economica o produttività. Quando la narrativa dominante cambia, il capitale si sposta altrove, spesso per periodi molto lunghi.
Pensare che l’oro debba salire sempre è una semplificazione pericolosa. La sua natura ciclica implica fasi di espansione e fasi di completo disinteresse.