IA negli studi legali: hype o valore reale?

Agostino Imperatore

03/03/2025

Uno studio legale di medie dimensioni, con 150-200 pratiche all’anno, può ridurre fino al 30% i tempi di analisi di atti e contratti grazie all’IA. A che punto è l’Italia?

IA negli studi legali: hype o valore reale?

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nel dibattito anche negli studi legali italiani. Se ne parla ovunque, ma la domanda resta: è una rivoluzione vera o solo un’illusione?

In un sistema giudiziario che conta ancora 4,7 milioni di cause pendenti, l’IA potrebbe essere un’ancora di salvezza. Ma tra promesse di efficienza e il rischio di una bolla tecnologica, cosa sta davvero cambiando per gli avvocati e la giustizia?

Il mercato del legal tech è in pieno fermento. Nel 2024, le startup del settore hanno raccolto 1,5 miliardi di dollari, promettendo di rivoluzionare il modo in cui gli avvocati lavorano. Ma la realtà italiana è più complessa. Gli studi, spesso piccoli e con risorse limitate, faticano ad adottare questi strumenti. Molti software, costosi e pensati per grandi law firm, finiscono per rivelarsi poco utili. Quasi la metà degli avvocati che li provano li trova inadatti al nostro ordinamento. E così, tra aspettative alte e risultati deludenti, il mercato rimane frammentato, con innovazioni che spesso sembrano lontane dalle esigenze reali di chi lavora in tribunale ogni giorno.

Non tutto è hype: i vantaggi esistono e sono concreti. Uno studio legale di medie dimensioni, con 150-200 pratiche all’anno, può ridurre fino al 30% i tempi di analisi di atti e contratti grazie all’IA. Questo significa meno scadenze perse, meno errori, documenti più organizzati. Strumenti semplici possono gestire automaticamente termini di prescrizione o redigere atti standard, lasciando agli avvocati più tempo per la strategia difensiva e il rapporto con i clienti.

Sul fronte giudiziario, i numeri parlano chiaro. Un progetto pilota del Tribunale di Milano nel 2024 ha permesso di ridurre del 20% i tempi di smistamento dei fascicoli digitali. Se esteso su scala nazionale, il risparmio potrebbe valere milioni di euro, alleggerendo il carico di lavoro dei magistrati.

Anche i giudici potrebbero trarne beneficio: immagina un magistrato con centinaia di fascicoli sulla scrivania. Con un clic, l’IA potrebbe suggerirgli sentenze simili, orientamenti giurisprudenziali e precedenti rilevanti, accorciando i tempi decisionali senza sacrificare la qualità delle sentenze. Il problema principale resta il costo. Implementare soluzioni IA richiede investimenti importanti: decine di migliaia di euro tra software, formazione e adeguamenti tecnici. Per uno studio legale medio non sarebbe affatto una spesa banale.

Ma qui emerge un aspetto interessante: l’IA potrebbe compensare la crescente carenza di praticanti. Sempre meno giovani scelgono di avviare la pratica forense, lasciando gli studi in difficoltà nel gestire attività operative di routine. Automatizzando compiti ripetitivi – come l’archiviazione di documenti o il monitoraggio delle scadenze su PEC e processo telematico – l’IA può ridurre la necessità di personale junior, tagliando i costi e permettendo agli avvocati di concentrarsi su consulenze e strategie legali.

L’IA è una risorsa concreta, capace di rendere più efficienti sia gli studi legali che il sistema giudiziario. Ma l’entusiasmo eccessivo rischia di trasformarla in una bolla. L’Italia, dove la digitalizzazione è ancora a metà strada, ha bisogno di un approccio realistico: servono strumenti pratici e un supporto concreto agli avvocati e ai tribunali. Se non ci muoviamo con pragmatismo, rischiamo di ritrovarci con tanti software, tante promesse e gli stessi vecchi problemi.