I rendimenti alle stelle dei Treasuries mettono a rischio l’azionario Usa?

Lorenzo Raffo

14/11/2024

Sono saliti quasi al 4,5% nelle ultime ore. Troppo elevati per non alimentare dubbi sulla tenuta di Wall Street. Intanto l’investitore di casa nostra festeggia un dollaro sempre più forte.

I rendimenti alle stelle dei Treasuries mettono a rischio l’azionario Usa?

Tutto sta andando all’opposto di come si pensava solo poche settimane fa.

I Treasuries Usa hanno decisamente invertito il trend ribassista dei rendimenti (e quindi rialzista delle quotazioni), complici le incertezze sulla politica monetaria della Fed e sull’inflazione futura. Il dollaro di conseguenza è tornato a essere toro.
E l’azionario? Potrebbe diventare la prossima vittima di quanto si sta confusamente muovendo attorno alla politica e all’economia a stelle e strisce. Analizziamo un po’ tutti questi aspetti in ottica naturalmente di piccolo e medio investitore.

Treasuries di nuovo al 4,4%

Il movimento rialzista dello yield Usa è continuo da settimane. Partito dal 3,6% di metà settembre è progressivamente salito al 4,48% delle ultime ore. Gli operatori prevedevano una discesa al 3% per inizio 2025 e si trovano a confrontarsi invece con un contesto antitetico. E c’è di più! Il dieci anni targato Washington sta tornando poco sotto i massimi dell’autunno 2023, facendo un salto che non consente nemmeno di delineare graficamente un modesto trend ribassista.

Volendo valersi degli strumenti più professionali di analisi si evidenzia come il future sui Treasuries a 10 anni abbia rotto all’ingiù la media mobile a 200 sedute, inclinatasi fra l’altro negativamente, si sia appoggiato su un supporto importante (109,3) e di fatto abbia annullato l’intera evoluzione rialzista partita da quando si era iniziato a parlare di taglio dei tassi negli Usa. È come se il 2024 non fosse esistito per l’obbligazionario d’oltre Oceano!

Dollaro a 1,06 e qualcuno lo vede alla pari

Ineluttabilmente il dollaro si è rafforzato e dai picchi di debolezza a 1,12 Eur/Usd si ritrova a festeggiare gli 1,05. Negli ultimi giorni è apparsa evidente un’euforia post elezioni Trump, seppur l’amministrazione sia ancora nelle mani dei democratici. Cosa succederà appena il neo eletto presidente prenderà le redini dell’economia Usa?

C’è chi ipotizza un Eur/Usd a 1,04 e addirittura chi si lascia andare oltre e immagina perfino la parità per gennaio, quando ci sarà il cambio di guida al vertice degli Usa. Graficamente parlando un movimento fino a 1,04 Eur/Usd e dintorni è possibile ma il pareggio dell’1:1 no! Anche perché sarebbe un autogol. Trump vuole un dollaro forte ma non così tanto da favorire l’export europeo, visto che il suo vero nemico è il sistema produttivo Ue.

Numeri non belli per l’azionario

Finora tutto è andato bene a Wall Street ma la continua corsa delle quotazioni sta alimentando i dubbi che l’azionario Usa sia troppo caro. I numeri lo dicono da tempo, sebbene il mercato continui a mettere in portafoglio le big a stelle e strisce. Il P/e – cioè il rapporto tra quotazione e utili conseguiti – è salito per l’S&P 500 oltre il valore di 30 contro la media storica di 15.
È vero che confrontare l’indice di oggi con quello di venti o trenta anni fa ha poco senso, dati i cambiamenti strutturali intervenuti nel frattempo, ma è evidente come la redditività da distribuzione di dividendi sia davvero modesta a Wall Street. E siccome una rilevante parte degli investitori d’oltre Oceano ha necessità di rendimenti importanti un decennale con yield al 4,4% rappresenta un forte motivo di attrazione.

Goldman Sachs ha un timore

L’elevato peso nell’azionario statunitense del comparto della tecnologia è un ulteriore motivo di preoccupazione. Uno studio di Goldman Sachs ha aggiunto tale variabile per evidenziare la rilevante concentrazione che si nota a Wall Street. L’impennata delle azioni IT è evidenzia dal fatto che rappresentano quasi la stessa quota di mercato di quanto lo erano al picco del boom dell’high tech nel 2000.

È pur vero che allora si trattava di un’industria ai debutti, spinta dalla novità di Internet. Oggi è un mondo invece ben strutturato, che produce forti utili e impostata attorno a big di dimensioni globali. L’incidenza della capitalizzazione dei colossi Usa rappresenta tuttavia di nuovo un presupposto di incertezza, per gli effetti in caso di una caduta delle quotazioni, dato che rappresentano metà del Pil del Paese. La tendenziale forza dei Treasuries potrebbe accendere un fuocherello che – se non adeguatamente controllato – deflagrerebbe in un fuoco vero e proprio. Per ora sono solo timori ma se…

Un picco sul grafico del Nasdaq

C’è un altro grafico dello stesso contesto che preoccupa. È quello del P/e riferito al Nasdaq. Il suo ratio è salito fortemente negli ultimi mesi, confermando come l’indice sulle azioni tecnologiche stia diventando sempre più caro. Si avvicina al limite di 50, valore impensabile due anni fa, quando si aggirava fra 20 e 30.

Inoltre il rendimento da dividendi dello stesso Nasdaq si attesta all’1,20%, percentuale modestissima in un Paese in cui il sistema pensionistico si basa sulla distribuzione dei profitti dell’azionario e delle cedole dell’obbligazionario. Troppo strutturalmente forte l’impatto di queste ultime per evitare di credere in un effetto a favore dei Treasuries, soprattutto in un anno in cui il Tesoro Usa continuerà a emettere tanta carta per sostenere un debito in continua crescita.

Le due componenti per l’investitore italiano

Si è detto finora di quanto avviene a monte. E a valle invece, cioè per il risparmiatore di casa nostra cosa succede? Il calo delle quotazioni dei Treasuries è compensato dal rafforzamento del dollaro, in un mix che conferma come l’alternativa Usa debba essere sempre presente in qualsiasi portafoglio. Purtroppo il peso di questa componente è invece sceso, in presenza di Btp più generosi. Un bel piano di acquisto con successive entrate scaglionate in base all’andamento del cambio Eur/Usd si confermerebbe al momento la strategia migliore di lungo termine per un portafoglio obbligazionario, ancor meglio se realizzato velocemente sia negli acquisti sia nelle vendite.

Al momento sembrano comunque più favorite le seconde (se in profitto con il dollaro) rispetto alle prime. Nel 2025 il panorama potrebbe però di nuovo ribaltarsi, sempre che Trump mantenga tutte le promesse elettorali di taglio dei tassi, di dazi sull’import e di rafforzamento del dollaro, mix che appare in realtà poco credibile. Le evoluzioni si annuncerebbero – se tutto ciò si concretizzasse – ancor più a favore dei Treasuries. Il congiuntivo per ora resta tuttavia un obbligo.