I 2 scenari che posso far cambiare il prezzo dell’energia ora

Guido Giaume

13/03/2026

Le guerre tendono a generare picchi di prezzo temporanei. I mercati sanno che prima o poi finiscono.

I 2 scenari che posso far cambiare il prezzo dell’energia ora

Quando un investitore guarda al petrolio in queste settimane, la tentazione è concentrarsi sulle notizie quotidiane: bombardamenti, dichiarazioni politiche, tensioni geopolitiche tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Ma per capire davvero cosa potrebbe accadere al prezzo del petrolio nei prossimi mesi bisogna osservare una variabile più profonda: chi controlla il rischio politico dello Stretto di Hormuz.

Attraverso questo passaggio marittimo transita circa un quinto del petrolio mondiale. Per questo motivo, ogni crisi geopolitica nella regione non riguarda solo il Medio Oriente: riguarda l’intero sistema energetico globale.
Oggi il mercato petrolifero si trova davanti a due scenari geopolitici possibili. Non sono solo due evoluzioni militari diverse: sono due possibili assetti geopolitici del Golfo Persico.

Scenario 1: crisi energetica intensa ma senza cambio di equilibrio

Il primo scenario è anche quello più probabile.
In questa ipotesi il conflitto resta contenuto e gestito sotto la soglia di rottura del sistema energetico globale. Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a garantire la sicurezza del traffico marittimo nel Golfo Persico, mentre l’Iran mantiene una strategia di pressione senza arrivare alla chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz.

Il risultato è una situazione di coercizione geopolitica reciproca: attacchi limitati, tensioni elevate, ma nessun attore ha interesse a provocare un vero shock energetico mondiale.
In questo contesto il petrolio potrebbe comunque registrare forti movimenti.
Il Brent potrebbe raggiungere picchi temporanei tra 110 e 125 dollari al barile, soprattutto se il mercato temesse interruzioni delle spedizioni o attacchi alle infrastrutture energetiche della regione.
Tuttavia questi livelli avrebbero probabilmente una natura temporanea. Con il passare delle settimane e il progressivo riassorbimento della tensione geopolitica, il prezzo del petrolio potrebbe tornare verso livelli più bassi.
In altre parole, il mercato energetico prezzerebbe una crisi acuta ma transitoria.

Scenario 2: Trump dichiara vittoria e si disimpegna

Il secondo scenario è meno probabile, ma potenzialmente più significativo nel medio periodo.
In questa ipotesi gli Stati Uniti decidono di ridurre il coinvolgimento militare diretto nella crisi dopo aver rivendicato il successo dell’operazione militare. Una scelta che potrebbe essere motivata dal costo economico e politico di un conflitto prolungato.
Il punto cruciale non sarebbe tanto la fine delle operazioni militari, quanto le conseguenze geopolitiche di questo disimpegno strategico.

Lo Stretto di Hormuz resterebbe aperto, ma il suo controllo politico diventerebbe più ambiguo. L’influenza dei Pasdaran iraniani aumenterebbe e la Cina potrebbe rafforzare il proprio ruolo come principale acquirente di petrolio e interlocutore energetico della regione.
In questo scenario il petrolio potrebbe inizialmente scendere, perché diminuirebbe il rischio militare di un confronto diretto tra Stati Uniti e Iran.
Ma nel medio periodo potrebbe emergere un effetto diverso: un premio geopolitico strutturale.
Se il mercato energetico percepisse che la sicurezza del Golfo Persico non è più garantita con la stessa forza dall’Occidente, i costi assicurativi, logistici e politici del trasporto di petrolio potrebbero aumentare in modo permanente.
Il risultato sarebbe un prezzo del petrolio meno esplosivo nel breve periodo ma più persistente nel tempo.
Il Brent potrebbe stabilizzarsi nell’area 90–105 dollari al barile, con fasi di tensione geopolitica ricorrente verso 100–115 dollari al barile.

La distinzione tra questi due scenari energetici aiuta a capire una dinamica spesso trascurata dai mercati finanziari.
Le guerre tendono a generare picchi di prezzo temporanei. I mercati sanno che prima o poi finiscono.
Molto più difficile da prezzare è una situazione in cui il conflitto si chiude, ma l’ordine geopolitico precedente non viene ripristinato.
Nel primo scenario il petrolio potrebbe salire più velocemente, ma anche tornare a scendere una volta che la tensione geopolitica si riduce.
Nel secondo scenario, invece, il mercato petrolifero dovrebbe adattarsi a un nuovo equilibrio energetico nel Golfo Persico, con un premio di rischio geopolitico più stabile nel tempo.

Per gli investitori la vera domanda quindi non riguarda solo la guerra in Medio Oriente in corso, ma un punto più profondo: se lo Stretto di Hormuz continuerà a essere protetto dallo stesso sistema di sicurezza energetica che ha governato il mercato petrolifero globale negli ultimi decenni.
È da questa risposta che dipenderà, più delle singole notizie di giornata, il livello del prezzo del petrolio nei prossimi mesi.