La settimana chiusa venerdì 23 ottobre è stata quasi anonima per l’S&P 500: l’indice ha terminato a 7.623,68 punti, in calo dello 0,46%, e da inizio anno conserva un guadagno superiore all’11%. Per molti hedge fund, invece, è stata una settimana pesante. Secondo i dati del desk prime brokerage di Goldman Sachs, il servizio che la banca offre ai fondi per negoziare e finanziare le loro posizioni, riportati da Reuters lunedì 26 ottobre, i fondi sistematici hanno chiuso la settimana peggiore dal 2024. Una nota della stessa banca avverte inoltre che i fondi che seguono i trend potrebbero dover vendere azioni americane per decine di miliardi di dollari.
Cosa è successo agli hedge fund
I fondi long-short sistematici, che comprano i titoli su cui puntano al rialzo e vendono allo scoperto quelli su cui puntano al ribasso seguendo modelli matematici, hanno perso il 2% in una settimana, pur restando in rialzo del 18,7% da inizio anno. I fondi long-short fondamentali, che scelgono gli stessi tipi di posizioni analizzando bilanci e prospettive delle aziende, hanno perso l’1,1% nella settimana e il 3,8% da inizio ottobre, con un guadagno annuo sceso all’8,8%. I fondi trend following, che comprano ciò che sale e vendono ciò che scende, hanno vissuto la settimana peggiore degli ultimi due anni.
Nelle due settimane fino al 23 ottobre il prime brokerage di Goldman ha registrato vendite di titoli tecnologici per circa 20 miliardi di dollari, poco meno dei 23 miliardi venduti lo scorso luglio. Sui conti seguiti dalla banca, inoltre, le azioni americane risultano vendute in netto per la terza settimana consecutiva.
Il sito finanziario ZeroHedge, che ha ripreso le analisi di Goldman, ha accostato quanto accaduto al «lunedì DeepSeek» del 27 gennaio 2025, quando il debutto del modello cinese a basso costo fece crollare Nvidia di circa il 17% in una sola seduta. Secondo questa lettura, solo quella giornata e il crollo legato al Covid nel 2020 offrono un precedente paragonabile. Il dato su cui si basa il confronto, però, non è pubblico e non è stato possibile verificarlo in modo indipendente.
Perché l’indice non se n’è accorto
La distanza tra i risultati dei fondi e l’andamento dell’indice si spiega con la rotazione tra settori. Nella settimana il comparto delle comunicazioni dell’S&P 500 ha perso il 6,2%, trascinato da Meta, scesa del 9,4%.
La trimestrale di Meta, pubblicata il 21 ottobre, ha battuto le attese sui ricavi ma ha riacceso i dubbi sul ritorno degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Lunedì 26 ottobre il gruppo ha poi annunciato una raccolta di capitale fino a 95 miliardi di dollari.
Nello stesso periodo il resto del listino è salito: l’energia ha guadagnato l’1,6% grazie al petrolio, il Dow Jones lo 0,4% e le small cap del Russell 2000 il 2%.
I soldi, quindi, non sono usciti dal mercato: si sono spostati dai titoli dell’AI più presenti nei portafogli dei fondi verso il resto della Borsa. Per l’indice l’effetto è stato minimo, per i fondi concentrati su quei titoli è stato pesante.
Cosa sono i CTA e perché possono amplificare le vendite
I CTA (Commodity Trading Advisor) sono fondi che operano in modo sistematico, quasi sempre attraverso i futures, cioè contratti che permettono di scommettere sul prezzo futuro di un indice senza comprare i singoli titoli. Seguono la logica del trend following: aumentano le posizioni quando un mercato sale con continuità e le riducono quando il trend si inverte.
Questi fondi decidono guardando il prezzo, non i conti delle aziende. Ogni modello fissa delle soglie tecniche, livelli di prezzo spesso calcolati sulle medie degli ultimi mesi: se l’indice scende sotto una di queste soglie, il modello vende in automatico. Le vendite spingono i prezzi più in basso e possono far scattare le soglie di altri fondi, alimentando nuove vendite. Per questo le banche d’affari stimano con regolarità i flussi dei CTA in diversi scenari di mercato.
Secondo quanto riportato da ZeroHedge lunedì 26 ottobre, in una nota intitolata «Pulse Check» lo strategist sui derivati di Goldman Sachs Lee Coppersmith stima che i CTA abbiano circa 65 miliardi di dollari di azioni americane da vendere in caso di discesa dell’S&P 500. La nota è riservata ai clienti professionali e non se ne conoscono né le soglie di prezzo né l’orizzonte temporale. Lo stesso ZeroHedge indica che alla chiusura del 23 ottobre l’S&P 500 si trovava circa il 2,5% sotto il massimo storico: una distanza ridotta, che secondo l’analisi di Goldman non esclude un calo più brusco se i CTA iniziassero a vendere.
Cosa cambia per chi investe
Per il risparmiatore italiano conta l’effetto sui prezzi più della sorte dei singoli fondi. Chi possiede ETF o fondi sull’S&P 500 o sul Nasdaq ha in portafoglio proprio i titoli tecnologici più venduti in queste settimane. Secondo le elaborazioni del broker americano Firstrade pubblicate nel 2026, le prime dieci società valgono circa il 40% dell’S&P 500. Dopo un periodo in cui la leva degli hedge fund è salita ai massimi, le vendite forzate possono muovere le quotazioni più di quanto giustifichino i conti delle aziende.
Nelle prossime settimane conviene tenere d’occhio tre segnali:
- la tenuta dell’S&P 500 sui livelli attuali, perché un calo esteso oltre i titoli legati all’AI renderebbe più probabile lo scenario di vendite dei CTA;
- l’andamento dei grandi titoli dell’intelligenza artificiale, a partire da Meta e Nvidia;
- i rendimenti dei Treasury: il decennale ha chiuso venerdì 23 ottobre al 4,99%, secondo i dati di First Trust, e tassi più alti penalizzano soprattutto i titoli valutati sulla crescita futura.
Il primo passo pratico è verificare quanto il proprio portafoglio sia esposto, anche attraverso gli ETF, ai pochi titoli tecnologici che guidano l’indice. Un indice fermo non significa un mercato tranquillo: la settimana scorsa le perdite si sono concentrate su pochi titoli, e sono proprio quelli che pesano di più nei portafogli.
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