Meta chiede 95 miliardi agli azionisti per l’AI, Zuckerberg di nuovo all’all in dopo il fallimento metaverso?

Dimitri Stagnitto

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Dopo una trimestrale chiusa con il flusso di cassa libero in rosso, Meta lancia un maxi piano di raccolta azionaria: 35 miliardi subito, altri 60 dal 2027.

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Per anni il gesto rituale di Mark Zuckerberg verso gli azionisti è stato uno solo: restituire denaro.

Fino al 2025 Meta riacquistava azioni proprie al ritmo di decine di miliardi l’anno, il segno più classico di un’azienda che genera più cassa di quanta riesca a spenderne (il che, per un certo tipo di mentalità capitalista, è un difetto: vuol dire non avere una visione in cui si crede su come far fruttare delle risorse che non sia il business as usual).

Oggi il gesto si è rovesciato. Con un comunicato diffuso alle 6:58 ora di New York, Mark Zuckerberg ha lanciato un piano di raccolta di capitale che può arrivare a 95 miliardi di dollari: secondo Reuters, sarebbe una raccolta azionaria record, superiore anche agli 84,75 miliardi annunciati da Alphabet a giugno.

La tesi di questo articolo è semplice: non siamo davanti a un normale aumento di capitale, ma al momento in cui la corsa all’AI smette di autofinanziarsi. E il fatto che tra i compratori si siano messi in fila proprio i fornitori di chip di Meta dice molto su che tipo di economia stiamo costruendo.

Come è fatta l’operazione da 95 miliardi

Il numero da titolo va scomposto, perché dentro c’è di tutto. La parte che parte subito vale circa 35 miliardi ed è divisa in due offerte sottoscritte da un consorzio guidato da Morgan Stanley e Goldman Sachs.

La prima è un’emissione da 12,5 miliardi di azioni privilegiate a conversione obbligatoria: 250 milioni di «depositary shares» che nell’agosto 2029 si trasformeranno automaticamente in azioni ordinarie, quotate al Nasdaq con il ticker METAM. È l’unica componente che porta denaro fresco nelle casse di Meta da subito.

La seconda è un’offerta da 22,5 miliardi di azioni di classe A legata a contratti di vendita a termine, i cosiddetti «forward». Le banche vendono oggi le azioni sul mercato, ma Meta incasserà solo quando deciderà di regolare i contratti, entro il 19 novembre 2027, al prezzo fissato adesso. In pratica l’azienda si assicura il prezzo di oggi e prende il denaro quando le serve.

Il resto, 60 miliardi, è un programma «at the market»: vendite di azioni direttamente sul mercato, a piccole dosi e nel tempo, che partirà non prima del primo trimestre 2027. Il comunicato precisa che l’accordo con l’intermediario non esiste ancora. Con le opzioni di sovrallocazione concesse alle banche, la tranche immediata può salire fino a circa 40 miliardi.

Il dettaglio che conta: le azioni senza voto

Quei 60 miliardi futuri non saranno azioni qualunque. Saranno azioni di classe C, la nuova categoria creata il 21 ottobre, insieme ai conti trimestrali: stessi diritti economici delle classe A, nessun diritto di voto. Anche le privilegiate e i contratti forward, in determinate condizioni, potranno essere regolati in classe C.

Il motivo non è un mistero. Secondo i documenti depositati alla SEC, Zuckerberg controlla circa il 60,6% dei voti con il 13,4% del capitale economico. Ogni azione ordinaria emessa con diritto di voto eroderebbe quella maggioranza. Le classe C risolvono il problema alla radice: gli azionisti mettono il denaro, il fondatore tiene il comando. È la versione aggiornata di una vecchia regola della Silicon Valley, che qui diventa esplicita: il capitale lo portano gli altri, le decisioni restano di uno solo.

Perché Meta ha bisogno di tutti questi soldi

La risposta sta nella trimestrale del 21 ottobre. I ricavi sono cresciuti del 26%, a 64,6 miliardi di dollari, ma il capex del trimestre ha toccato quasi 35 miliardi, più del flusso di cassa operativo. Risultato: un free cash flow negativo per 2,12 miliardi, il primo da oltre dieci anni secondo Reuters. Per il 2026 Meta prevede investimenti tra 135 e 145 miliardi, e nei documenti che accompagnano la nascita delle azioni C ha avvertito che i piani di lungo periodo richiederanno di raccogliere «centinaia di miliardi di dollari» nell’arco di diversi anni.

Il mercato ha capito prima del comunicato. Giovedì 22 ottobre, il giorno dopo i conti, il titolo ha perso quasi il 7%. Nelle venti sedute precedenti all’annuncio aveva lasciato sul terreno quasi il 14%, scendendo dai circa 709 dollari della vigilia dei conti a meno di 645. Lunedì, a offerta lanciata, in pre-apertura cedeva circa l’1%, per poi tornare in leggero rialzo nelle prime ore di seduta.

La finestra del debito si è chiusa?

L’annuncio della ricerca di soldi in borsa da parte di Meta dopo Alphabet è la conferma di un fatto: la finestra del debito per il settore AI si sta chiudendo o è già chiusa, e a Zuckerberg non resta che bussare alla porta degli azionisti.
Meta ha ancora un rating Aa3/AA-, circa 82 miliardi tra cassa e titoli e un flusso di cassa operativo di 97 miliardi nei primi nove mesi dell’anno. Può ancora indebitarsi, e infatti lo ha già fatto: nell’ottobre 2025 aveva collocato un’obbligazione record da 30 miliardi e costruito con il fondo Blue Owl un veicolo fuori bilancio per finanziare il data center Hyperion in Louisiana. Tuttavia, arrischiarsi in una nuova emissione di debito che potrebbe anche non essere sottoscritta del tutto o richiedere l’offerta di tassi più alti di quanto direbbe il rating è qualcosa da cui, a quanto pare, è stato valutato sia meglio stare lontani al momento.

C’è chiaramente poi anche un discorso prettamente finanziario: i tassi stanno salendo e indebitarsi costa comunque di più. on il Treasury trentennale sopra il 5,2% e il debito a lungo termine di Meta salito a circa 81 miliardi, praticamente pari alla liquidità, continuare a emettere obbligazioni significa caricare interessi su un’azienda che oggi brucia cassa. Secondo i dati Markit citati da Reuters, il 22 ottobre i credit default swap a cinque anni su Meta, cioè il costo per assicurarsi contro un suo default, hanno toccato il massimo storico.

Il ruolo dei fornitori di chip: il serpente che si morde la coda

Poi c’è la parte che merita di essere letta due volte. Nvidia, AMD e Broadcom hanno manifestato interesse ad acquistare, separatamente, fino a 5 miliardi di dollari di azioni Meta complessivi, allo stesso prezzo degli altri investitori. Il comunicato è prudente: sono «indications of interest», non impegni vincolanti.

Sarebbe solo una notizia positiva se non fosse che queste aziende sono anche i tre principali fornitori dell’infrastruttura AI di Meta. Nvidia le vende milioni di GPU. Broadcom progetta con lei i chip su misura. AMD, a febbraio, ha firmato un accordo per fornirle fino a 6 gigawatt di capacità di calcolo e, come risulta dal documento depositato alla SEC, le ha concesso warrant su 160 milioni di azioni AMD a un centesimo l’una, legati agli acquisti di chip.

Ora la catena si chiude: AMD dà a Meta la possibilità di diventare sua azionista se compra i suoi chip, e poi compra azioni Meta per aiutarla a pagarli.

È l’immagine dell’uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo antico di un ciclo che si alimenta da solo. Il denaro esce da Meta verso i fornitori sotto forma di ordini, e torna da quei fornitori verso Meta sotto forma di capitale. Ogni passaggio produce ricavi contabili per qualcuno, ma la domanda di fondo resta irrisolta: dove sta il cliente finale che paga tutto questo?

Cosa cambia per gli investitori

La struttura dell’operazione è molto intelligente (per meta): oltre a evitare di esporsi ai tassi attuali e a possibili «figuracce» i forward bloccano il prezzo di oggi senza costi immediati, le privilegiate convertibili rinviano la diluizione al 2029, l’«at the market» permette di vendere solo quando il titolo lo consente. La macchina pubblicitaria funziona, con una guidance sui ricavi del quarto trimestre tra 73 e 76 miliardi, e il consenso degli analisti resta (per ora...) largamente positivo.

Se gli investimenti in AI produrranno i ritorni promessi da Zuckerberg, chi oggi viene diluito di qualche punto percentuale potrebbe non accorgersene nemmeno. E se invece tra qualche mese non tornassero?

Il copione è familiare: ad aprile, scrivendo dei 145 miliardi bruciati nell’AI senza una risposta sul ritorno, parlavo di un secondo «momento metaverso». Sei mesi dopo la domanda è ancora lì, e nel frattempo il conto è passato dai bilanci di Meta ai portafogli degli azionisti, che pagano senza votare. E attraverso i fondi indicizzati che replicano il Nasdaq e l’S&P 500, quei portafogli sono un po’ anche i nostri.

Il ciclo che si è aperto lunedì non riguarda solo Meta: Alphabet ha già percorso la stessa strada e altri seguiranno. Quando i giganti più ricchi della storia del capitalismo smettono di ricomprare le proprie azioni e iniziano a venderle, il mercato sta comunicando qualcosa che nessun comunicato stampa dirà mai apertamente. Chi investe farebbe bene ad ascoltarlo prima che il serpente finisca la sua coda.

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