Il CdA ha scelto l’offerta da 220 milioni di SRI Group Global Limited come base del concordato preventivo. Ma il piano non riconosce nulla ai soci: ecco cosa succede agli investitori
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Il colpo di scena non c’è stato, ma il conto per i piccoli investitori rischia di essere salatissimo. The Italian Sea Group (TISG), il gruppo di Marina di Carrara che produce superyacht con i marchi Admiral, Tecnomar, Perini Navi e Picchiotti, imbocca la strada del concordato preventivo in continuità aziendale indiretta e Piazza Affari congela le azioni. Il consiglio di amministrazione ha individuato nell’offerta di SRI Group Global Limited da 220 milioni di euro la base del piano per uscire dalla crisi. Il dettaglio che pesa più di tutti, però, è un altro: la proposta non prevede alcuna attribuzione di valore agli azionisti.
In sostanza, chi ha in portafoglio il titolo rischia concretamente di perdere l’intero capitale investito. Rischio concreto, non ancora esito definitivo, perché la procedura è tutt’altro che chiusa e dovrà passare dal vaglio del Tribunale di Firenze.
Borsa Italiana ha comunicato la mattina del 3 novembre, nella sezione dei comunicati urgenti, la sospensione dalle negoziazioni delle azioni TISG (ISIN IT0005439085). Finché il provvedimento resta in vigore il titolo non si può né comprare né vendere. Sospensione, però, non significa cancellazione immediata dal listino: per i passaggi successivi bisognerà attendere le comunicazioni della società e di Borsa Italiana. L’ultima seduta utile, quella del 2 novembre, ha lasciato in eredità il minimo dell’anno a 0,573 euro, contro il massimo di 4,865 euro toccato il 16 gennaio: un crollo di circa l’88% in meno di dieci mesi.
The Italian Sea Group, concordato e offerta da 220 milioni: cosa prevede il piano
La decisione del CdA è arrivata il 2 novembre, al termine di un processo competitivo che il 19 ottobre aveva portato sul tavolo cinque offerte vincolanti, tutte strutturate come asset deal (cioè acquisto dell’azienda o di parti di essa, non delle azioni). Solo due riguardavano il complesso aziendale nella sua interezza: quella di SRI e, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, quella di Azimut Benetti. Tra le proposte parziali c’era anche quella di Polo Nautico Carrara, società del gruppo Sanlorenzo, limitata al cantiere della Spezia. Il mercato non l’aveva presa bene: il 20 ottobre, all’indomani dell’apertura delle buste, il titolo era sprofondato di circa il 19%.
Dietro SRI ci sono Giulio Gallazzi (52%) e Bernardo Vacchi, attraverso la holding Finvacchi (48%), che ad agosto avevano presentato una prima manifestazione di interesse non vincolante dichiarando circa 500 milioni di euro di asset in gestione. La loro offerta è stata scelta come riferimento per il piano da depositare al Tribunale di Firenze, ma non si tratta ancora di un’aggiudicazione: il consiglio ha aperto una fase di rilancio per verificare se possano arrivare condizioni migliori e si è riservato la scelta finale dell’acquirente, subordinata anche alla verifica della sua capacità di rispettare gli impegni. L’offerta, inoltre, non è stata ancora formalmente accettata e richiede l’autorizzazione preventiva del Tribunale, che esaminerà la proposta nell’udienza dell’11 novembre.
Il meccanismo è quello tipico della continuità indiretta: l’attività prosegue, ma passa nelle mani di un soggetto terzo. Il piano prevede la cessione dell’intera azienda per 220 milioni e, in attesa del trasferimento, l’affitto del complesso aziendale all’acquirente selezionato. Secondo quanto riferito da Milano Finanza, la società ritiene possibile firmare il contratto d’affitto già nella prima settimana di dicembre. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare la continuità produttiva e i livelli occupazionali. E la società quotata? Una volta omologato il concordato, TISG sarà posta in liquidazione e, eseguito il piano, non sarà più titolare dell’azienda né svolgerà alcuna attività operativa.
Creditori pagati, azionisti a mani vuote: perché il rischio è l’azzeramento
I 220 milioni, dunque, non finiranno nelle tasche dei soci. Serviranno a pagare i creditori secondo un ordine di priorità preciso. Prima le spese della procedura e gli altri crediti prededucibili, poi i creditori privilegiati, rimborsati integralmente. Ai chirografari (i creditori senza garanzie) andrà invece circa il 10% di quanto vantano, mentre per i crediti postergati non è previsto alcun pagamento. Ai creditori verranno trasferiti anche i diritti risarcitori e restitutori della società e le relative azioni legali, da segregare in un trust, in un patrimonio destinato o in un’altra forma giuridica ancora da definire.
Il comunicato è esplicito: «Non è prevista alcuna attribuzione di valore agli azionisti». Niente rimborso, niente quota del prezzo di vendita. Del resto, numeri alla mano, il quadro difficilmente poteva essere diverso: se i chirografari recuperano appena un decimo dei propri crediti, per chi sta ancora più in basso nella scala dei pagamenti, cioè chi detiene il capitale di rischio, non resta nulla. In termini economici lo scenario prospettato è quello dell’azzeramento della partecipazione.
Va però distinta la proposta dal suo esito. Il concordato deve essere esaminato dal Tribunale, la scelta dell’acquirente dipende dalla fase di rilancio e dalle autorizzazioni, il trasferimento non è ancora avvenuto. Per i piccoli azionisti la prospettiva è critica, ma formalmente la partita non è chiusa.
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Dalla frode ai conti in rosso: come si è arrivati al concordato
Per capire come un gruppo che ancora nel maggio 2025 staccava un dividendo da 0,245 euro per azione sia arrivato fin qui, bisogna tornare al 4 febbraio 2026, quando è emersa la frode che ha colpito il gruppo. Il CdA ha poi ricondotto le cause della crisi alla gestione infedele di alcuni manager apicali che avrebbero agito in coordinamento tra loro, mentre sul piano industriale sono esplosi forti extracosti sulle commesse in corso.
Da lì una sequenza serrata. Il 13 marzo la società ha presentato istanza di composizione negoziata della crisi, ottenendo dal Tribunale di Firenze la conferma delle misure protettive; il 17 marzo è uscita dal segmento STAR, pur restando quotata su Euronext Milan. Il 21 maggio il consiglio ha preso atto che le perdite avevano portato il capitale sociale sotto il minimo legale, facendo scattare la fattispecie dell’articolo 2447 del Codice civile e un tonfo in Borsa del 21% nella seduta successiva. Il 30 giugno TISG ha chiesto l’archiviazione della composizione negoziata e il 1° luglio ha depositato la cosiddetta domanda prenotativa ex articolo 44 del Codice della crisi d’impresa, il concordato «in bianco».
Nel frattempo i conti sono peggiorati mese dopo mese. Il patrimonio netto era negativo per 382,5 milioni al 31 dicembre 2025 (dato non revisionato), per 399,2 milioni al 30 aprile 2026 e per 422,7 milioni al 31 agosto, con perdite per 46,1 milioni nei soli primi otto mesi dell’anno. I commissari giudiziali stimavano un fabbisogno finanziario di circa 17 milioni entro marzo 2027. Insomma, un buco quasi doppio rispetto al prezzo dell’offerta selezionata.
La svolta definitiva è arrivata con l’udienza del 28 ottobre davanti al Tribunale di Firenze: un confronto di circa tre ore con la società e i principali creditori, dal quale è emerso l’orientamento verso il concordato preventivo come strumento più adatto a tutelare i creditori e a garantire la prosecuzione dell’attività, abbandonando l’ipotesi iniziale di risanamento con aumento di capitale fino a 140 milioni e strumenti partecipativi fino a 150 milioni.
Azioni TISG sospese: cosa possono fare i piccoli azionisti
Nell’immediato le mani sono legate: durante la sospensione non è possibile liquidare la posizione. Restano il monitoraggio delle comunicazioni ufficiali della società e degli avvisi di Borsa Italiana e la verifica con il proprio intermediario dello stato della posizione. Anche un eventuale ritorno agli scambi non garantirebbe alcun recupero: il prezzo dipenderebbe esclusivamente dagli sviluppi della procedura.
Soprattutto, i 220 milioni non vanno letti come un valore implicito delle azioni. Il corrispettivo riguarda la cessione dell’azienda, non il capitale della società quotata, e il piano non assegna nulla ai soci. Chi ad aprile aveva letto nel rimbalzo del 12% del titolo un segnale di ritorno della fiducia si ritrova oggi davanti allo scenario opposto.
Il calendario dei prossimi passaggi è già fissato. L’11 novembre il Tribunale di Firenze esaminerà la proposta concordataria, mentre la relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2026, inizialmente attesa per il 3 novembre, è stata rinviata al 10 dicembre per completare le valutazioni sulla continuità aziendale e sui criteri di redazione del bilancio. In mezzo, l’esito della fase di rilancio dirà se SRI resterà in pole position o se arriveranno proposte migliori. Per gli azionisti, però, cambierebbe ben poco: con questi numeri, anche un’offerta più alta finirebbe prima di tutto ai creditori.
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