Tra luglio e settembre il Pil italiano non è cresciuto: l’industria è calata e il commercio estero ha pesato, mentre l’area euro ha fatto +0,4%. La crescita acquisita per il 2026 resta allo 0,8%, sotto l’1% stimato dal governo, con salari che a settembre crescevano del 2,5% e prezzi che a ottobre corrono al 5,4%: il rischio di una recessione non è più solo teorico.
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Nel terzo trimestre 2026 l’economia italiana è rimasta ferma. Secondo la stima preliminare dell’Istat diffusa venerdì 30 ottobre, tra luglio e settembre il Pil è invariato rispetto al trimestre precedente (0,0%) e più alto dello 0,8% rispetto al terzo trimestre 2025.
Lo stesso giorno l’Istat ha stimato l’inflazione di ottobre al 5,4%. Il dato sul Pil è una prima stima, diffusa 30 giorni dopo la chiusura del trimestre, e potrà essere rivisto. D’altro canto, un misero 0,8% in un anno anche se rivisto
Il dato Istat: l’industria cala, i servizi crescono
L’Istat parla di «sostanziale stazionarietà rispetto al trimestre precedente». La variazione congiunturale, cioè il confronto con i tre mesi prima, è zero. Quella tendenziale, che confronta il trimestre con lo stesso periodo dell’anno precedente, è dello 0,8%, un po’ sotto il +1,0% del secondo trimestre 2026.
Il valore aggiunto è salito nei servizi e nell’agricoltura ed è sceso nell’industria. La domanda interna (scorte comprese) ha dato un contributo positivo, mentre ha pesato la domanda estera netta, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni.
Il trimestre ha avuto quattro giornate lavorative in più del precedente e una in più del terzo trimestre 2025. L’Istat corregge i dati per gli effetti di calendario e li destagionalizza, in modo da rendere confrontabili i periodi. Un trimestre a crescita zero non è una recessione tecnica, per la quale servono due trimestri consecutivi in calo.
Il confronto con l’area euro
Nel resto d’Europa il trimestre è andato meglio. La stima flash di Eurostat, pubblicata anch’essa il 30 ottobre, indica per l’area euro una crescita dello 0,4% sul trimestre, dopo il +0,6% del trimestre precedente, e dell’1,3% sull’anno. Nell’Unione europea il Pil è salito dello 0,5% sul trimestre e dell’1,5% sull’anno. Bene, ma non benissimo.
La Spagna è cresciuta dello 0,6% sul trimestre, la Francia, possibile prossima «malata d’Europa», è scesa dello 0,1%. L’Italia resta sotto la media dell’area euro, ma non è l’unica grande economia ad aver frenato.
La distanza dalla stima del governo
Dopo il dato del terzo trimestre la crescita acquisita per il 2026 resta allo 0,8%. È la crescita che si avrebbe nell’anno se nei mesi restanti il Pil non si muovesse più: secondo l’Istat la stasi estiva la «lascia invariata a 0,8%». Anche questo dato è corretto per il calendario, e il 2026 ha tre giornate lavorative in più del 2025.
Il governo ha messo le sue stime nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2026. Il Dpfp prevede una crescita dell’1% nel 2026, rivista al rialzo, e dello 0,8% nel 2027. Al momento la crescita acquisita è quindi lo 0,8%, contro una stima dell’1%. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che «fare previsioni diventa sempre più complicato», un modo per dire che se dovesse esprimerne ora i contenuti, sarebbero negativi.
Sul Dpfp poggia anche la manovra 2027.
PIL e inflazione: cosa significano per famiglie e lavoratori
Accanto al Pil ci sono i prezzi. Secondo la stima Istat riportata da Milano Finanza, a ottobre l’inflazione è salita al 5,4% su base annua, dal 4,2% di settembre: non era così alta da agosto 2023. L’aumento più forte riguarda i beni energetici, passati da +22,6% a +31,4%, attribuibile al quadro geopolitico internazionale. Il «carrello della spesa» (alimentari e prodotti per la casa e la persona) è salito da +1,5% a +2,5%. L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari freschi, è passata dall’1,6% al 2,0%, e quella acquisita per il 2026 è del 3,4%.
Sugli stipendi, a settembre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% su base annua: +2,3% nel privato e +3,2% nella pubblica amministrazione. Per il secondo trimestre di fila gli aumenti sono rimasti sotto l’inflazione; a settembre, nel privato, la distanza dall’indice armonizzato dei prezzi era di circa due punti.
Per molti lavoratori, quindi, lo stipendio cresce meno dei prezzi e con la stessa busta paga si compra meno, con i rincari più forti sull’energia.
Lo spettro della recessione: perché quello zero preoccupa
Sulla carta l’Italia è ancora lontana da una recessione: il terzo trimestre si è chiuso a zero, senza segno meno, e per parlare di recessione tecnica servirebbero due trimestri consecutivi in calo: il quarto del 2026 e il primo del 2027. Fermarsi alla definizione, però, significa ignorare tendenze e contesto.
Gli ingredienti che di solito precedono una recessione sono già tutti sul tavolo:l’industria ha perso valore aggiunto, il commercio estero ha sottratto crescita e l’unico motore rimasto acceso è stato la domanda interna. Quella domanda poggia su famiglie che, per il secondo trimestre di fila, vedono gli stipendi crescere meno dei prezzi, con l’energia a +31,4% sull’anno. Se il potere d’acquisto continua a erodersi, è difficile che i consumi reggano da soli il peso di tutta l’economia.
La combinazione attuale ha un nome che gli economisti pronunciano con prudenza: stagflazione, cioè economia ferma e prezzi in salita nello stesso momento. È il copione degli shock energetici degli anni ’70, quando il rincaro del petrolio frenò la crescita delle economie occidentali e spinse l’inflazione verso l’alto. Oggi la spinta dei prezzi energetici è attribuita, ancora una volta, al quadro geopolitico internazionale ma ci sono alcune differenze di fondo da considerare: economia più matura, popolazione molto più vecchia, debito pubblico già alto a livelli di guardia. Se la crisi degli anni 70 è stata un dramma, la prossima rischia di essere peggio.
D’altro canto, per il momento, servizi e agricoltura sono cresciuti e la domanda interna ha tenuto: per ora l’economia si è solo fermata, senza arretrare. Il dato del quarto trimestre arriverà solo con la prossima stima dell’Istat, e anche quella di oggi potrà essere rivista. Se però si continuerà a ragionare su una crescita dell’1% che i numeri non vedono ancora, rischiamo di accorgerci della recessione solo quando l’Istat la certificherà, cioè a cose fatte.
Sarebbe invece opportuno agire già da ora come se la recessione fosse arrivata, considerando che anche le borse sembrano pronte a crollare visti i numerosi scricchiolii della bolla AI... comprendere lo scenario e agire con mesi o anni di ritardo, come avvenuto già in passato, è da considerarsi a tutti gli effetti un rischio aggiuntivo rispetto a quelli già citati.
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