Il prezzo del petrolio è crollato. Tutti festeggiano.
Ma c’è un meccanismo che trasforma questo crollo in una minaccia silenziosa per chi ha BTP a lunga scadenza nel portafoglio.
Una lettura che Goldman Sachs ha già scritto per intero, e che pochissimi stanno leggendo fino in fondo.
La notizia che sembra positiva
In due giorni, il prezzo del greggio Brent è passato da 109,30 dollari al barile a 95,90 dollari, una discesa brusca e rapida che ha fatto scattare il cosiddetto short covering su scala massiccia. Per chi non ha familiarità con questo termine: lo short covering si verifica quando gli operatori che avevano scommesso al ribasso sul petrolio, ovvero avevano venduto contratti futures aspettandosi un calo del prezzo, sono costretti a ricomprare quegli stessi contratti per chiudere le posizioni in perdita nel momento in cui il mercato si muove nella direzione opposta alle loro aspettative. Questo processo amplifica meccanicamente il rialzo delle borse e produce l’impressione di un mercato euforico e compatto, quando in realtà si tratta in larga parte di un movimento tecnico forzato, non di una rivalutazione fondamentale delle prospettive economiche globali.
Il trigger di questa discesa è stato il ceasefire Iran-USA, l’accordo di cessate il fuoco tra Washington e Teheran che ha allentato temporaneamente la tensione geopolitica nel Medio Oriente, riducendo la percezione del rischio di interruzione delle forniture energetiche globali. I mercati hanno festeggiato. I commentatori hanno parlato di un nuovo equilibrio. Ma Goldman Sachs, in un report che merita di essere letto con la stessa attenzione con cui si legge un documento legale, ha scritto qualcosa di molto diverso da un messaggio di ottimismo.
Il forecast di Goldman che nessuno legge fino in fondo
Il forecast base di Goldman Sachs per il quarto trimestre del 2026 colloca il Brent intorno agli 80 dollari al barile, un livello che implica una normalizzazione del mercato energetico e la tenuta dell’accordo diplomatico raggiunto.
L’istituto americano costruisce due scenari alternativi che non sono fantasiosi, ma che derivano da variabili già in campo e già osservabili.
Nel primo scenario intermedio, il ceasefire si rivela fragile e non regge alla pressione delle dinamiche interne iraniane e delle tensioni regionali più ampie. In questo caso, il Brent torna nell’area dei 100 dollari, annullando buona parte del calo recente e reintroducendo una pressione inflazionistica sulle economie importatrici di energia, tra cui l’Italia. Nel secondo scenario, quello che Goldman definisce avverso, si verifica un blocco parziale o totale dello Stretto di Hormuz, con una perdita di produzione stimata intorno ai 2 milioni di barili al giorno. In questo contesto, il Brent salirebbe.
Goldman non sta dicendo che il mondo va bene. Quello che sembra che stia dicendo è che i rischi sono asimmetrici verso l’alto, ovvero che la probabilità e la magnitudo degli scenari al rialzo per il petrolio sono superiori a quelli al ribasso. È una distinzione tecnica, ma cambia tutto nella costruzione di un portafoglio.
Il collegamento nascosto con i BTP lunghi
Qui entra in gioco il meccanismo che la maggior parte dei risparmiatori italiani non percepisce, perché non è immediato e richiede di connettere tre variabili che apparentemente non parlano la stessa lingua. La catena causale è questa: petrolio alto genera inflazione in risalita, inflazione in risalita induce le banche centrali a mantenere i tassi elevati o addirittura a rialzarli, e tassi in risalita producono una caduta dei prezzi dei titoli obbligazionari a lunga scadenza.
Questo meccanismo è esattamente la dinamica che tra il 2021 e il 2023 ha bruciato i portafogli obbligazionari di milioni di risparmiatori in tutto il mondo, inclusi quelli italiani che avevano BTP a 10, 15 e 30 anni in portafoglio. La duration, ovvero la sensibilità del prezzo di un titolo obbligazionario alle variazioni dei tassi di interesse, amplifica questo effetto: più lunga è la scadenza del BTP, più violenta è la reazione del suo prezzo a ogni movimento al rialzo dei tassi. Un BTP trentennale con una duration elevata può perdere il 15-20% del proprio valore di mercato in risposta a un incremento di un solo punto percentuale nei rendimenti, anche se la cedola continua a essere corrisposta regolarmente.
Chi ha BTP a lunga scadenza nel portafoglio sta quindi implicitamente scommettendo su un mondo in cui l’inflazione resta sotto controllo, i tassi non risalgono, e il mercato energetico globale rimane stabile. Sono tre scommesse. Goldman Sachs ha appena detto che almeno una di queste tre potrebbe non reggere.
La domanda che nessun consulente ti farà
C’è una domanda semplice: quanta esposizione al rischio energetico c’è dentro il tuo portafoglio di BTP, senza che tu ne sia consapevole?
La risposta, storicamente, è: molta. La correlazione tra i grandi spike petroliferi degli ultimi trent’anni e i drawdown dei portafogli obbligazionari a lunga scadenza è documentata, misurabile e ripetuta nel tempo. Non si tratta di un’esposizione diretta al prezzo del petrolio, ma di un’esposizione trasmessa attraverso il canale dell’inflazione e quello dei tassi di interesse, che sono esattamente i due fattori che muovono il valore di mercato di un BTP lungo con la stessa potenza con cui una corrente sottomarina muove una barca che in superficie sembra ferma.