In questi giorni, tantissimi media stanno iniziando a parlare di un possibile default niente meno che del debito degli Stati Uniti d’America. Ma cosa sta succedendo davvero, e come mai questa ipotesi è davvero poco realistica?
Prima di tutto chiariamo cosa si intende per default: questa è la situazione in cui si trova uno stato che smette di onorare in parte o totalmente il proprio debito, per esempio rimandando il pagamento delle cedole legate al tasso d’interesse o evitando di rimborsare un titolo in scadenza. E perché mai la prima economia al mondo dovrebbe smettere di pagare i propri debiti?
Perché il debito USA è a rischio default?
Per rispondere risulta utile distinguere due piani: quello economico-finanziario da quello giuridico.
Sul piano economico-finanziario non c’è ovviamente alcun problema: tecnicamente un Paese che controlla la propria moneta non deve trovare i soldi per spenderli, c’è sempre un prestatore di ultima istanza che in questo caso è proprio la banca centrale. Questo vale ancor di più nel caso degli USA che stampano la valuta più utilizzata al mondo e che quindi non hanno alcun problema a reperire finanziamenti nel mercato globale.
Infatti, gli ultimi grandi default che possiamo ricordare riguardano paesi che erano indebitati con una valuta estera: ad esempio l’Argentina legata al dollaro, oppure la Grecia di fatto ricattata dalla Banca Centrale Europea. Il limite economico semmai è dato dall’inflazione. Quando in un Paese i fattori produttivi sono prossimi al pieno impiego, un ampliamento del deficit di bilancio, e quindi della spesa pubblica non coperta da altre entrate tributarie, porta solamente ad un aumento dei prezzi e non della produzione.
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Allora che cosa significa il cosiddetto tetto al debito per un Paese come gli Stati Uniti? Questo è sostanzialmente un limite di bilancio imposto dalla politica stessa. Anche in Italia, quando bisogna fare uno scostamento di bilancio, cioè aumentare o diminuire le spese rispetto a quanto preventivato nella legge di bilancio, ci vuole un voto parlamentare a maggioranza assoluta dei componenti. Similmente negli Stati Uniti, dove al Congresso la maggioranza è in mano ai Repubblicani, ci deve essere un voto a maggioranza per aumentare di volta in volta il tetto del debito che negli ultimi anni è arrivato ad oltre 31mila miliardi di dollari. E in questo percorso ci sono stati tantissimi aumenti al tetto del debito senza particolari ripercussioni. Adesso però i Democratici del presidente Biden non stanno trovando un accordo con i Repubblicani.
Andamento del debito pubblico e del suo tetto negli Stati Uniti
Fonte: Counsil of foreign relations
Quindi a causa dei vincoli legislativi, e non per un qualche problema finanziario, gli Stati Uniti non stanno più emettendo nuovo debito e negli ultimi mesi si sono letteralmente svuotate le casse del Tesoro.
Se durante gli anni del Covid il conto corrente del Tesoro è aumentato a dismisura proprio perché gli USA emettevano trilioni di debito – acquistato dalla Fed tramite il Quantitative Easing - per finanziare la spesa pubblica a sostegno dell’economia in lockdown -, negli ultimi mesi lo stesso ha iniziato ad avvicinarsi a zero. Secondo Jannet Yellen, la segretaria del Tesoro, il corrispettivo del nostro ministro dell’economia, il ‘giorno zero’ arriverà a zero all’inizio giugno. Più di qualche analista indipendente conferma questa ipotesi anche se poi, verso la metà di giugno, ci dovrebbe essere un copioso incasso di tasse federali che darebbe nuovo ossigeno al conto del governo.
Il rischio default negli USA è davvero possibile?
Ma anche questo scenario non vorrebbe dire per forza un default. Col conto corrente a zero gli Stati Uniti potrebbero rivolgere altrove la priorità sui tagli da fare. E quindi, per non perdere di credibilità a livello finanziario, e soprattutto per non far crollare il mercato azionario con un ipotetico default, potrebbero ad esempio rimandare il pagamento degli stipendi federali o tagliare le spese al welfare.
Che in un certo senso è proprio quello che chiedono i Repubblicani. Non si sta giungendo a un accordo proprio perché nella loro propaganda i Democratici hanno ‘speso troppo’ negli ultimi due anni. Spesso abbiamo parlato su Money.it del maxi-piano di spesa chiamato Inflation Reduction Act (IRA) per quasi 740 miliardi di dollari. Secondo i Repubblicani tutta questa spesa pubblica è la causa principale dell’inflazione che stanno subendo i cittadini americani e chiedono quindi, in cambio di un loro voto favorevole all’innalzamento del tetto del debito, una revisione completa della politica fiscale americana.
In un certo senso per i Repubblicani la situazione è win-win: da un lato o i democratici scendono a patti con le loro richieste, oppure per evitare il default potrebbero essere loro stessi a tagliare la spesa pubblica.
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Certo, tecnicamente i Democratici potrebbero avere un’altra via d’uscita: modificare quella regola che vieta alla Fed, la banca centrale, di permettere uno scoperto di tesoreria: in questo modo il Governo federale di operare in tranquillità anche con i conti ‘in rosso’. Ciò è successo recentemente per la banca centrale del Regno Unito durante il periodo Covid ed è ciò che garantiva la Banca d’Italia al governo italiano fino a 40 anni fa.
In ogni caso, lo scenario più realistico è che le trattative si spingano fino all’ultimo e che ne escano sostanzialmente vincitori i Repubblicani. Vedremo nel giro di qualche giorno come si chiuderà questa vera e propria saga americana.