Il Giappone ha scoperto ingenti riserve d’oro sul fondo dell’oceano

Alessandro Nuzzo

13 Luglio 2026 - 19:45

Un team di ricercatori ha scoperto nell’Oceano Pacifico una delle più alte concentrazioni di oro mai registrate al mondo. La sfida è recuperarlo.

Il Giappone ha scoperto ingenti riserve d’oro sul fondo dell’oceano

Il fondale dell’oceano Pacifico è uno dei più profondi al mondo e, proprio per questo, è avvolto da un’oscurità quasi totale. La luce del Sole non riesce mai a raggiungerlo, eppure nel sottosuolo marino si svolge un processo geologico continuo che dura da milioni di anni. Acqua ricca di metalli, riscaldata a oltre 300 gradi, fuoriesce attraverso fenditure presenti nel fondale. A contatto con le acque oceaniche molto più fredde si raffredda rapidamente, facendo crescere lentamente gigantesche torri minerali chiamate «camini neri», a causa delle nubi scure di minerali che emettono. Proprio in una di queste formazioni, al largo delle coste sudorientali del Giappone, i ricercatori hanno individuato una delle più alte concentrazioni di oro mai registrate al mondo.

È la più alta concentrazione di oro mai documentata in un giacimento sottomarino

Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Shizuoka e dell’Università di Waseda, ha analizzato i camini idrotermali e gli accumuli minerali presenti nella caldera di Higashi-Aogashima, un cratere vulcanico sommerso individuato per la prima volta nel 2015 all’interno della zona economica esclusiva del Giappone. Utilizzando una tecnica di analisi chiamata SIMS, acronimo di Secondary Ion Mass Spectrometry, gli studiosi hanno scoperto che la pirite estratta dal sito contiene la più elevata concentrazione di oro mai documentata in un giacimento sottomarino.

La particolarità del deposito non riguarda soltanto la quantità di metallo prezioso, ma anche la forma in cui l’oro è presente. Accanto a piccoli granelli visibili, il sito contiene quello che gli scienziati definiscono «oro invisibile»: particelle talmente minuscole da non poter essere individuate a occhio nudo e neppure con i normali microscopi, perché intrappolate all’interno della struttura cristallina della pirite. Per rilevarle sono quindi necessarie tecnologie di analisi molto più sofisticate, come quelle impiegate nel corso di questo studio.

Rispetto ad altri giacimenti idrotermali che il Giappone sta valutando in vista di un possibile sfruttamento commerciale, la caldera di Higashi-Aogashima si trova a una profondità relativamente contenuta. Secondo i ricercatori, questo elemento potrebbe renderla particolarmente interessante come futuro sito minerario sottomarino, perché quanto più un giacimento è accessibile, tanto minori risultano i costi e le difficoltà legate all’estrazione.

Non è la prima volta, del resto, che il Giappone individua depositi d’oro nei propri fondali. Già nel 1990 un gruppo di geologi aveva scoperto, all’interno di una caldera vulcanica situata circa 400 chilometri a sud di Tokyo, un giacimento soprannominato «Sunrise», caratterizzato da una concentrazione di oro fino a 40 volte superiore rispetto a quella di depositi terrestri equivalenti.

Estrarlo dal fondale oceanico non è facile

Nonostante l’entusiasmo suscitato da queste scoperte, oggi non esiste ancora al mondo una miniera d’oro sottomarina realmente operativa su scala commerciale. Gli scienziati stanno infatti cercando un metodo che permetta di estrarre questi materiali in modo economicamente conveniente e sostenibile, ma le difficoltà tecniche restano considerevoli. Bisogna comprendere quanto sia profondo lo strato minerale, quanto costerebbe trasportare il materiale in superficie e, soprattutto, quale impatto avrebbe l’attività estrattiva sull’ecosistema marino.

Le sorgenti idrotermali, infatti, non sono semplici depositi minerari, ma danno vita ad ambienti unici, abitati da organismi capaci di adattarsi a condizioni estreme, come crostacei, vermi tubicoli, coralli e granchi. Rimane quindi ancora molto da studiare per capire se sia realmente possibile estrarre questa ricchezza dal sottosuolo marino con costi sostenibili e senza compromettere l’equilibrio naturale che si è formato intorno a queste strutture.

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