Qualsiasi parvenza di tregua a Gaza è già morta. Con questa drastica analisi, la rivista americana The National Interest, non certo filo-Hamas, fotografa la realtà di un cessate il fuoco che esiste solo sulla carta.
L’episodio chiave è stato la ripresa delle operazioni militari israeliane contro Hamas il 28 ottobre che hanno provocato la morte di oltre 100 persone.
Come sottolinea l’analisi, «il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato unilateralmente una ripresa del cessate il fuoco il giorno successivo, ma la realtà è chiara: qualsiasi accordo che permetta a una parte di violarne sistematicamente i termini a suo piacimento costituisce solo parole senza senso su un foglio di carta».
La tregua violata
Le violazioni israeliane, secondo la rivista, erano evidenti già prima dei recenti attacchi. «Da quando è iniziato il 10 ottobre, Israele ha continuato a limitare i flussi di aiuti umanitari a Gaza - una componente fondamentale dell’accordo con Hamas per porre fine ai combattimenti». Non solo: «Si rifiuta di aprire ulteriori valichi di frontiera che potrebbero potenziare i flussi di aiuti per i civili palestinesi affamati e impoveriti». L’analisi punta il dito contro il ruolo degli Stati Uniti: «L’asimmetria di potere e l’influenza degli Stati Uniti su Israele contano in questo contesto, specialmente considerando che quest’ultimo ha rotto precedenti cessate il fuoco unilateralmente». E aggiunge: «I nuovi attacchi israeliani del 28 ottobre, che hanno ucciso oltre 100 persone - inclusi 46 bambini - seppelliscono qualsiasi idea che esista una tregua reale a Gaza oggi».
La fame come arma
Secondo The National Interest, «l’accordo con Hamas assomiglia al ’cessate il fuoco’ Israele-Hezbollah in Libano, con i suoi bombardamenti in corso e l’occupazione illegale del territorio sovrano libanese». In questo scenario, «Israele sta imponendo la sua volontà con il pieno appoggio di Washington». Intanto, la situazione sul fronte degli aiuti umanitari rimane drammatica. Secondo un report di Reuters, citando diverse organizzazioni umanitarie, Israele starebbe infatti violando una parte cruciale dell’accordo di cessate il fuoco, quello relativo al libero accesso degli aiuti. L’intesa, entrata in vigore il 10 ottobre, impegnava Israele a consentire «l’inizio di un ingresso completo e senza ostacoli degli aiuti umanitari» nella Striscia di Gaza.
Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha comunicato di aver attivato 44 centri per la distribuzione di cibo a Gaza, un numero di gran lunga inferiore all’obiettivo prefissato di 145. Abeer Etefa, portavoce del WFP, ha spiegato ai giornalisti martedì che la causa principale di questo ritardo è la carenza di valichi di frontiera operativi. Attualmente, solo due sono aperti per l’ingresso degli aiuti, e nessuno si trova nel nord di Gaza. Questa situazione, ha sottolineato la Etefa, dimostra che Israele non sta onorando il proprio impegno a garantire il «pieno ingresso» degli aiuti umanitari nell’intera area.
«Abbiamo bisogno di accesso completo. Abbiamo bisogno che tutto proceda rapidamente. Siamo in una corsa contro il tempo. I mesi invernali si avvicinano. Le persone soffrono ancora la fame e i bisogni sono enormi», ha detto Etefa. «La maggior parte delle famiglie con cui abbiamo parlato consuma solo cereali, legumi e razioni di cibo secco, con cui le persone non possono sopravvivere a lungo. Carne, uova, verdura e frutta vengono consumate estremamente raramente».
Perché l’accusa contro Hamas non regge
Le autorità israeliane hanno accusato Hamas di non rispettare gli accordi poiché non restituiscono - come pattuito - i corpi degli ostaggi morti. Tuttavia, come osserva Responsible Statecraft, una delle principali accuse rivolte a Hamas riguarda la mancata restituzione dei corpi di alcuni ostaggi israeliani deceduti. Tuttavia, alla luce delle immense distruzioni che hanno sepolto gran parte della Striscia di Gaza e delle migliaia di corpi ancora sotto le macerie, la spiegazione dell’organizzazione – che invoca l’impossibilità di localizzare e recuperare le salme senza mezzi pesanti – appare del tutto plausibile.
Nel frattempo, Israele ha riaperto un altro fronte di guerra, quello in Libano, dove l’esercito ha annunciato di aver scatenato una «ondata di attacchi» contro siti militari di Hezbollah nel sud del paese, colpendo diverse aree tra cui Tiro e Taybeh. Questa escalation è accompagnata dalla minaccia di un’operazione su larga scala, come evidenziato dall’«avvertimento urgente» di un portavoce militare israeliano che ha intimato ai civili di allontanarsi dalle infrastrutture terroristiche di Hezbollah, accusata di tentare di ricostruire la propria attività nella zona. Eventi che suggeriscono una significativa intensificazione degli attacchi quasi quotidiani che Israele ha condotto contro il Libano sin dal novembre 2024, nonostante fosse in vigore un cessate il fuoco.