Ciò che è successo a Garlasco, può succedere a tutti noi.
E non mi riferisco “solo” al fatto che ciascuna di noi, anche quelle che si sentono più al sicuro, possono essere massacrate tra le mura domestiche per i più disparati motivi (ma anche senza motivo apparente); mi riferisco altresì a quanto si ripete frequentemente nelle aule di giustizia, e non può spiegarsi semplicemente con la favoletta della fatalità e dell’inevitabilità dell’errore giudiziario.
Chiara Poggi possiamo essere tutti. Ma, laddove Alberto Stasi si rivelasse innocente, anche lui potremmo essere in molti.
Perché, vedete, da quando la giustizia è divenuta prima mediatica e poi questione di Corte, si è creata una vera e propria ossessione per un esito processuale. Questo, unito all’indifferenza verso i principi epistemologici e la fragilità delle prove, crea un sistema che confonde la verità con la narrazione.
Il caso Stasi, al di là della sua verità processuale ancora in evoluzione, pone una domanda profonda: quanto è solido un sistema che prima assolve, poi condanna e poi forse scagiona? E soprattutto, quanto ci costa in termini di fiducia collettiva?
Perché se la giustizia perde la fiducia dei cittadini, a pagarne il prezzo non è solo lo Stato: è l’intera democrazia.
Alberto Stasi fu assolto due volte, in primo grado nel 2009 e in appello nel 2011, perché “il fatto non costituisce reato” o per “insufficienza di prove”. La Cassazione annullò l’assoluzione nel 2013, ordinando un nuovo processo. Nel 2015, Stasi fu condannato definitivamente a 16 anni per omicidio volontario.
Se Stasi venisse assolto in revisione, lo Stato potrebbe dover corrispondere:
- Fino a 3,65 milioni di euro per i circa 3.650 giorni di detenzione (600-1.000 euro al giorno);
- Fino a 1,5 milioni di euro per danni morali e psicologici;
- Tra 200mila e 500mila euro per spese legali;
- La restituzione degli 850mila euro versati alla famiglia Poggi, in un contenzioso civile dal risultato incerto.
Il totale? Una somma teorica che può superare i 6,5 milioni di euro, rendendo il caso Stasi uno dei più costosi errori giudiziari nella storia italiana recente.
È inoltre importante distinguere tra ingiusta detenzione ed errore giudiziario, due istituti giuridici diversi. Nel primo caso, si risarcisce chi è stato privato della libertà in via cautelare senza fondamento. Nel secondo, si tratta di chi è stato condannato con sentenza definitiva e solo in seguito riconosciuto innocente.
In caso di errore giudiziario, non esiste un tetto massimo all’indennizzo. Il giudice può disporre anche la costituzione di rendite vitalizie o assistenza pubblica. La valutazione tiene conto non solo della durata della pena, ma anche del danno psicologico, morale e sociale.
Ma la cosa inaccettabile – oltre all’eventuale condanna di un innocente a cui nessun risarcimento darà indietro gli anni trascorsi nella privazione della libertà – è il fatto che, in questo caso (e in nessun’altra professione al mondo), i colpevoli di quell’errore non subiranno alcun danno o conseguenza. A pagare sarà lo Stato (cioè noi) e i Giudici di Cassazione che dovessero aver condannato un innocente senza il rispetto del principio “in dubio pro reo” (disposto dall’art. 533 comma 1 c.p.p. che prevede che “il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”) non subirebbero alcuna conseguenza.
Ripetete dopo di me: non subirebbero alcuna conseguenza.
L’analisi della Corte dei Conti ha evidenziato come le richieste di riparazione siano in crescita e i costi in aumento. Nel triennio 2017-2019, lo Stato ha speso quasi 139 milioni di euro in risarcimenti, con fino a 1.600 euro al giorno riconosciuti in certi distretti di Corte d’Appello, a fronte di 117 in altri.
Questa mancanza di uniformità e l’assenza di criteri condivisi aggravano la percezione di un sistema che non solo può sbagliare, ma che non sa nemmeno come rimediare.
Nel solo 2020 l’Italia ha speso 46 milioni di euro come risarcimenti per ingiuste detenzioni ed errori giudiziari e ogni anno circa mille persone in Italia finiscono in carcere per un errore giudiziario.
Ora, posto che il dibattito sulla riforma della giustizia è verosimilmente coevo della giustizia stessa, non si può sottacere quanto sia ormai veramente destituito di ogni fondamento che esista un ordine professionale che va sempre e comunque esente da ogni responsabilità. Le cui spese, in caso di cattiva amministrazione, gravano in primis sull’imputato e in secundis sulla collettività tutta.
Giusto e doveroso pensare al risarcimento di chi subisce una lesione così grave come una condanna essendo innocente, ma affinché questo sia tale e non sia l’ennesimo fardello che grava su una comunità incolpevole che continua a farsi carico delle colpe dei “soliti impuniti”, si pensi a far pagare al magistrato in persona l’esito di un cattivo operato. E basta con l’avanzamento automatico delle carriere.