I migliori film da guardare per riflettere e comprendere la tragedia dell’Olocausto, da vedere in TV oppure in streaming su Netflix, Prime Video o Sky
Ci sono pochi momenti nella storia dell’umanità tanto oscuri e inaccettabili quanto l’Olocausto. Non sorprende, dunque, che il repertorio cinematografico dedicato a questo tema continui ad ampliarsi, anche a distanza di oltre ottant’anni.
Ogni film sulla Shoah rappresenta non solo un’opera d’arte, ma anche uno strumento di memoria collettiva: un modo per guardare negli occhi uno dei capitoli più terribili del Novecento e per ricordare l’importanza di non voltarsi mai dall’altra parte.
Attraverso il linguaggio universale del cinema, riviviamo le storie di donne e uomini comuni travolti dalla follia dell’odio razziale. Ci sono pellicole che raccontano la persecuzione quotidiana, l’umiliazione e la perdita dell’identità; altre che ci conducono nei luoghi della deportazione e nei campi di sterminio, dove la sopravvivenza diventa un atto di eroismo. Ma accanto al dolore, emergono anche racconti di resistenza, di amore, di amicizia e di solidarietà - frammenti di umanità che, anche nel buio più profondo, continuano a brillare.
Nel 2026, il valore della memoria è più urgente che mai. In un’epoca segnata dalla disinformazione, dai discorsi d’odio e da un crescente revisionismo storico, guardare o riguardare i grandi film sull’Olocausto non è solo un gesto di commemorazione, ma anche un atto di consapevolezza civile. Il Giorno della Memoria ci invita ancora una volta a fermarci, riflettere e ricordare.
Scegliere di guardare un film sulla Shoah rappresenta un modo profondo e necessario per rendere omaggio alle vittime, ma anche per trasmettere alle nuove generazioni il monito “Perché non accada mai più”.
Il repertorio cinematografico è vastissimo e in continua evoluzione. Consapevoli che nessuna lista potrà mai essere davvero esaustiva, abbiamo selezionato per i migliori 10 film sull’Olocausto in streaming o in programmazione da vedere nel 2026 - non solo il 27 gennaio, ma in ogni momento dell’anno - con tanto di piattaforme e canali (gratis o a pagamento) dove guardarli
Schindler’s List
Ci sono film che non si guardano soltanto: si attraversano. Schindler’s List di Steven Spielberg è uno di questi. Uscito nel 1993 e diventato immediatamente un punto di riferimento assoluto sul tema della Shoah, resta ancora oggi una delle opere cinematografiche più importanti mai realizzate. Non è solo un film “da vedere” nel Giorno della Memoria: è un’esperienza che mette lo spettatore davanti a una domanda scomoda e gigantesca, quella che riguarda la responsabilità individuale dentro l’orrore collettivo.
La storia è quella – vera – di Oskar Schindler, imprenditore tedesco interpretato da un intensissimo Liam Neeson: un uomo inizialmente opportunista, affascinato dal potere e dal profitto, che finisce per trasformare la propria fabbrica in un rifugio, un’ancora di salvezza per oltre mille ebrei destinati alla deportazione. Accanto a lui, la forza morale e silenziosa di Itzhak Stern (Ben Kingsley), contabile e consigliere, e soprattutto l’ombra inquietante di Amon Göth, il comandante del campo interpretato da Ralph Fiennes in una delle performance più disturbanti e memorabili del cinema.
Vincitore di 7 premi Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura, Schindler’s List conserva un lustro straordinario anche grazie alla scelta del bianco e nero, che amplifica il senso di documentario emotivo e avvicina lo spettatore a una verità storica che non permette fughe. E poi c’è quella potenza drammatica innata, capace di colpire senza ricatti e senza mai diventare retorica: un equilibrio rarissimo.
Per il Giorno della Memoria 2026 è il titolo perfetto per chi cerca un racconto completo, rigoroso e travolgente, capace di parlare al presente senza tradire la storia. Perché la memoria, qui, non è un concetto astratto: è fatta di volti, scelte, paura e coraggio.
Schindler’s List è visibile solo a pagamento su Chili (2,99€), su Rakuten, Amazon Prime Video e Apple TV (3,99€), oppure in abbonamento su TIM Vision e Now. Inoltre è gratis su Infinity.
Bastardi senza gloria
Se c’è un regista che ha sempre saputo trasformare il cinema in un’arma narrativa, quello è Quentin Tarantino. E Bastardi senza gloria è probabilmente la sua dichiarazione più esplicita: un film che riscrive la storia con la potenza della finzione, senza dimenticare però la violenza reale e il dolore autentico che stanno dietro alle immagini del nazismo. Tarantino prende la Seconda Guerra Mondiale, la Shoah come sfondo, e costruisce una vendetta cinematografica che è insieme pulp, thriller, dramma e black comedy. Un mix impossibile… eppure funziona, eccome.
La trama corre su due binari che prima o poi devono inevitabilmente scontrarsi. Da una parte c’è il gruppo di soldati ebrei-americani guidati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt), i famigerati “Bastardi”, che seminano terrore tra i nazisti con azioni brutali e simboliche. Dall’altra c’è Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), una giovane ebrea sopravvissuta a un massacro, che vive a Parigi sotto falsa identità e prepara in silenzio la sua personale resa dei conti.
A dominare ogni scena, però, è lui: Hans Landa, interpretato da un magnifico Christoph Waltz. Il suo colonnello SS è carismatico, cortese, intelligentissimo… e terrificante. Una figura che incarna l’orrore nella sua forma più subdola: quella che si presenta con educazione e sorrisi, mentre stringe il cappio. È anche per questo che Bastardi senza gloria è un film che lascia addosso qualcosa di strano: diverte, tiene incollati, sorprende… ma ogni risata porta con sé un retrogusto amaro, perché il contesto storico è reale, e fa paura proprio per quanto è stato umano.
Il finale, poi, è un gigantesco “what if” che parte direttamente dai libri di storia e li incendia. Non è un caso che sia uno dei film più discussi del regista: Tarantino non vuole fare un documentario, ma un gesto cinematografico, quasi un esorcismo collettivo. E nel Giorno della Memoria 2026 può diventare un titolo ideale per chi desidera un punto di vista diverso: non la cronaca dei campi, ma la rappresentazione del male e della sua fine immaginata, con l’energia di un racconto che non fa sconti.
Bastardi senza Gloria è disponibile per gli abbonati Netflix oppure a pagamento su Apple TV, Rakuten e Prime Video a 3,99€ oppure su Chili a 2,99€.
La vita è bella
La vita è bella di Roberto Benigni, uscito nel 1997, è uno di quei rari casi in cui la commedia diventa una chiave per aprire una porta dolorosa, senza banalizzarla. È un classico italiano che resiste al tempo, capace di emozionare nuove generazioni e di far capire anche ai più giovani cosa sia stato davvero l’Olocausto, e quanto l’Italia fascista – con l’alleanza alla Germania di Hitler – abbia avuto un ruolo in quel periodo buio.
Il film si divide in due anime. La prima è leggera, luminosa, quasi fiabesca: Guido Orefice (Benigni) arriva ad Arezzo, conquista con la sua vitalità e il suo umorismo, e si innamora di Dora (Nicoletta Braschi). È un amore pieno di invenzioni, piccoli gesti e poesia quotidiana. Poi arriva la seconda parte, quella che cambia tutto: Guido e il piccolo Giosuè vengono deportati in un campo di concentramento, e lì Benigni compie la scelta più coraggiosa e delicata del film. Non nasconde la realtà allo spettatore, ma prova a “proteggere” il bambino dentro la storia, trasformando la sopravvivenza in un gioco, inventando regole e premi, facendo di tutto perché il figlio non venga schiacciato dal terrore.
Ed è proprio questo il cuore del film: l’amore come ultimo rifugio, la fantasia come scudo fragile ma necessario, la dignità come resistenza. La vita è bella non nega l’orrore, lo attraversa. E forse è per questo che colpisce così tanto: perché mostra come il male possa irrompere in un giorno qualunque, portandosi via ogni certezza.
Un film che fa ridere all’inizio, sì, ma che alla fine lascia un nodo in gola che è difficile sciogliere.
La vita è bella è disponibile gratis su Infinity.
La zona d’interesse
Ci sono film che urlano, e film che sussurrano. La zona d’interesse di Jonathan Glazer appartiene alla seconda categoria, e proprio per questo fa ancora più male. È un’opera glaciale e potentissima, premiata e discussa in tutto il mondo, che affronta la Shoah da un punto di vista rarissimo: non quello delle vittime, ma quello di chi vive accanto all’orrore e decide di normalizzarlo.
La storia si concentra su Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, interpretato da Christian Friedel, e sulla sua famiglia. Con loro c’è Sandra Hüller nel ruolo della moglie, una presenza quotidiana, domestica, apparentemente innocua. Vivono in una villa con giardino, si dedicano ai figli, alle routine, ai piccoli problemi della casa. Un quadro borghese quasi “perfetto”… se non fosse per un dettaglio che annienta ogni serenità: quella casa è separata da un muro dal campo di Auschwitz. Un muro reale, fisico, ma soprattutto simbolico. Perché dietro quel muro c’è lo sterminio.
Glazer costruisce un film che non cerca lo shock facile: non indulge nelle immagini esplicite. La violenza, qui, è spesso fuori campo. Eppure è ovunque. Nei rumori, nei fumi, nei suoni che arrivano oltre la parete. È un cinema che mette lo spettatore in una posizione scomoda: ti obbliga a guardare la banalità del male, il modo in cui si può convivere con l’orrore senza “vederlo”, trasformandolo in uno sfondo, in un dettaglio fastidioso ma gestibile.
Ed è qui che La zona d’interesse diventa un film attualissimo: non è soltanto un racconto sul passato, ma una riflessione su come funziona l’indifferenza. Su quanto sia facile, per chi è dalla parte “comoda”, abituarsi a tutto. Anche all’inaccettabile.
La zona d’interesse è disponibile gratis su RAIPlay.
Jojo Rabbit
Taika Waititi prende un tema enorme e delicatissimo e fa una scelta rischiosa: raccontarlo con l’ironia. Ma in Jojo Rabbit l’ironia non è mai superficialità. È una lente deformante che serve a smontare la propaganda, a svelare il ridicolo dentro l’odio, e soprattutto a mettere in scena l’assurdità di un’ideologia che riesce a infilarsi persino nella testa dei bambini.
Jojo è un ragazzino tedesco che vive nella Germania nazista e sogna di essere un piccolo eroe del Reich. È goffo, ingenuo, desideroso di sentirsi parte di qualcosa. Adolf Hitler è per lui un idolo, tanto da diventare un amico immaginario – interpretato dallo stesso Waititi in versione grottesca e caricaturale, come una voce nella testa che alimenta paure e fanatiche convinzioni. Ma il mondo di Jojo cambia quando scopre che sua madre Rosie (una straordinaria Scarlett Johansson) sta nascondendo in casa una ragazza ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie).
Da quel momento, il film diventa un percorso di disinnesco. Jojo, che è stato “educato” a odiare, si trova faccia a faccia con l’umanità di chi gli hanno insegnato a temere. E mentre fuori la guerra si avvicina al crollo, dentro casa sua cade un muro dopo l’altro: quello della propaganda, quello della paura, quello dell’ignoranza.
Jojo Rabbit è un film che riesce a essere tenero e devastante, leggero e terribilmente serio. Ti fa sorridere, poi ti spezza il fiato. Ed è proprio questa alternanza che lo rende perfetto per il Giorno della Memoria.
JoJo Rabbit è disponibile per gli abbonati di Disney+, oppure a pagamento a partire da 3,99€ su Apple TV e Prime Video.
Il bambino con il pigiama a righe
Il bambino con il pigiama a righe è uno di quei film che colpiscono perché raccontano l’orrore da una prospettiva che non dovrebbe mai esistere: quella dell’innocenza assoluta messa davanti al male. Diretto da Mark Herman e tratto dal romanzo di John Boyne, il film del 2008 costruisce una storia semplice nella forma, ma devastante nelle conseguenze, capace di arrivare dritta anche a chi non ha grande familiarità con i racconti storici.
Bruno è il figlio di un ufficiale nazista. Vive in una casa agiata, con una famiglia che si sposta per seguire la carriera del padre. Quando arrivano nella nuova residenza, Bruno vede in lontananza un luogo recintato, pieno di persone “con lo stesso pigiama”. Non comprende cosa stia guardando, perché nessuno glielo spiega. La sua curiosità lo porta a esplorare i dintorni e ad avvicinarsi al filo spinato. È lì che incontra Shmuel, un bambino ebreo rinchiuso nel campo di concentramento.
Tra i due nasce un’amicizia fatta di piccoli incontri, domande semplici e risposte spezzate. Bruno non capisce davvero cosa sia un lager, non capisce perché Shmuel sia lì dentro, non capisce perché loro non possano giocare insieme. E proprio questa incomprensione rende la storia ancora più tragica, perché mostra quanto sia assurdo e disumano un sistema capace di creare un confine “normale” tra un bambino libero e un bambino condannato.
Il film cresce lentamente fino a un finale che lascia senza parole: non per cercare lo shock, ma per ricordare che il male non risparmia nessuno, nemmeno l’infanzia.
Il bambino con il pigiama a righe è disponibile in abbonamento su Paramount+ e Netflix, a pagamento su Apple TV e Chili a 3,99€.
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Il pianista
Alcuni film hanno la forza di riportarti dentro la storia senza filtri, facendoti sentire il freddo, la fame, la paura. Il pianista di Roman Polanski, tratto dall’autobiografia di Władysław Szpilman, è uno di questi. Un’opera intensa e dolorosa, che racconta la sopravvivenza non come gesto eroico “da cinema”, ma come resistenza quotidiana, fatta di silenzi, fughe improvvise, corpi che si consumano e speranza che si riduce a un filo sottilissimo.
Szpilman, interpretato da Adrien Brody in un ruolo che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista, è un pianista ebreo polacco di grande talento. All’inizio lo vediamo immerso in una Varsavia viva, ancora piena di musica e normalità. Poi il mondo cambia: l’invasione nazista, il ghetto, le deportazioni, la separazione dalla famiglia. Da lì in poi, il film diventa un viaggio nell’annientamento e nella sopravvivenza: Szpilman è costretto a nascondersi, a vivere in stanze vuote, tra macerie e paura, nutrendosi di poco e aggrappandosi a ciò che resta della sua identità.
La musica, qui, non è un semplice dettaglio artistico: è ciò che lo tiene in vita. È il ricordo di chi era, il segno di una dignità che i nazisti provano a cancellare. E quando finalmente le note tornano a risuonare, lo fanno come un grido silenzioso, quasi un atto di accusa.
Il pianista è in palinsesto su CIELO in prima serata il 27 gennaio 2026.
Storia di una ladra di libri
Storia di una ladra di libri è un racconto che unisce guerra, infanzia, paura e speranza, mostrando come la cultura possa diventare un gesto di sopravvivenza. Tratto dal romanzo di Markus Zusak e ambientato nella Germania nazista, il film sceglie di raccontare il periodo attraverso gli occhi di una bambina, e lo fa con un tono malinconico ma accessibile, perfetto per chi cerca una visione emozionante e riflessiva.
La protagonista è Liesel, una ragazzina che viene affidata a una famiglia adottiva per sfuggire a un destino ancora più crudele. Hans e Rosa Hubermann, interpretati da Geoffrey Rush e Emily Watson, la accolgono in una casa povera ma piena di umanità. Hans, soprattutto, diventa la sua guida: le insegna a leggere e, senza forse accorgersene, le consegna l’arma più importante di tutte in tempi di dittatura, cioè la conoscenza.
Liesel scopre presto che i nazisti non si limitano a perseguitare le persone: perseguitano anche le idee. I libri vengono messi all’indice, bruciati, cancellati. E così lei comincia a rubarli. Non per capriccio, ma per salvarli. Ogni volume sottratto alle fiamme diventa un atto di ribellione, un tentativo di preservare un mondo che il regime vuole ridurre al silenzio.
Il film intreccia la storia personale di Liesel con l’orrore che avanza: la propaganda, la paura, i bombardamenti, le sparizioni. E a un certo punto entra in scena anche Max, un giovane ebreo nascosto in casa, che aggiunge un ulteriore livello di tensione e umanità.
Un film che lascia addosso tristezza, sì, ma anche la sensazione che la memoria passi anche dai racconti, dalle pagine, dalle parole che scegliamo di non lasciare bruciare.
Storia di una ladra di libri è visibile alle 21:15 su LA7 Cinema, canale 39, oppure in abbonamento su Disney+.
Quando Hitler rubò il coniglio rosa
Ci sono film che non hanno bisogno di mostrare l’orrore in modo esplicito per raccontarne la forza distruttiva. Quando Hitler rubò il coniglio rosa è uno di questi: un racconto di fuga, di perdita e di crescita forzata, visto attraverso gli occhi di una bambina. È un titolo prezioso soprattutto perché parla di un momento spesso sottovalutato quando si racconta la Shoah: l’inizio, il primo strappo, quel punto in cui la vita quotidiana si spezza e la persecuzione diventa inevitabile.
Siamo nel 1933, a Berlino. Anna ha nove anni, suo fratello Max dodici. La famiglia è ebrea e, con l’ascesa di Hitler al potere, è costretta ad abbandonare tutto in fretta e furia: casa, amici, scuola, persino gli oggetti più cari. Tra questi c’è anche un coniglio rosa, un giocattolo che diventa simbolo perfetto di ciò che viene rubato davvero: l’infanzia. Da qui il titolo, delicato e doloroso allo stesso tempo.
La fuga porta la famiglia prima in Svizzera, poi a Parigi. Ma non è un viaggio avventuroso: è un percorso pieno di precarietà, di paura economica, di incertezza. Le cose non “vanno come sperato”, e la famiglia deve imparare a vivere in modo completamente diverso, conoscendo l’indigenza e l’ansia del futuro. E mentre gli adulti cercano soluzioni, Anna osserva e cambia: perché crescere in fretta diventa l’unico modo per restare in piedi.
Quando Hitler Rubò il coniglio rosa è disponibile gratis su RAIPlay.
L’ultima volta che siamo stati bambini
A volte il Giorno della Memoria chiede anche un altro tipo di racconto: uno che parta dall’infanzia, dall’amicizia e dall’incoscienza dei giochi, per poi scontrarsi con la realtà brutale della Storia. L’ultima volta che siamo stati bambini, diretto da Claudio Bisio e tratto dal romanzo di Fabio Bartolomei, lavora proprio su questo contrasto: la leggerezza dei giorni che sembrano normali, e la violenza del mondo adulto che arriva a distruggerli.
Il film è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale e segue un gruppo di bambini che vivono la città e il quartiere come se fosse un universo chiuso e protetto. Le loro giornate sono fatte di avventure, prove di coraggio, alleanze, litigi e riconciliazioni. Eppure, attorno a loro, l’Italia sta cambiando: le leggi razziali, le persecuzioni, la guerra che entra nelle case, nelle strade, nelle famiglie.
Il punto di rottura arriva quando uno di loro, Riccardo, un bambino ebreo, viene portato via. Ed è lì che la storia smette di essere solo un racconto di amicizia e diventa una corsa disperata, un tentativo ingenuo e commovente di “aggiustare” qualcosa che i bambini non possono capire fino in fondo, ma che sentono come profondamente ingiusto. Loro non hanno strumenti politici, non hanno potere. Hanno solo la lealtà e il coraggio cieco dell’infanzia. E provano a usarli.
È un film che funziona perché non finge che i bambini siano eroi, ma li mostra per quello che sono: piccoli, vulnerabili, testardi, capaci di azioni gigantesche senza comprenderne fino in fondo la portata. E proprio per questo commuove. Perché ci ricorda che il nazifascismo non ha rubato soltanto vite: ha rubato età, spensieratezza, futuro.
Nel Giorno della Memoria 2026 questo titolo è perfetto per chi vuole una visione italiana, contemporanea, emotiva ma non retorica, capace di parlare a un pubblico ampio e anche alle nuove generazioni.
L’ultima volta che siamo stati bambini va in prima serata su CANALE 5 il 27 gennaio 2026.
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