Dalla crisi energetica scatenata dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, l’Unione Europea ha compiuto passi significativi per liberarsi dalla storica dipendenza dal gas russo. Ma l’ambizioso piano per eliminare completamente le importazioni di gas naturale e GNL russo entro il 2027 si scontra con una realtà complessa, fatta di interessi divergenti, limiti infrastrutturali, volatilità dei mercati e scenari geopolitici ancora incerti.
Ad oggi, nonostante un netto calo delle forniture via gasdotto, la Russia continua a coprire circa il 19% del fabbisogno di gas dell’Unione Europea, attraverso il gas liquefatto e il corridoio del TurkStream, che attraversa la Turchia per rifornire l’Europa centrale. È un dato che mostra chiaramente come, al di là degli annunci politici, la dipendenza da Mosca non sia ancora stata del tutto superata.
La Commissione Europea, consapevole della necessità di rendere strutturale il disaccoppiamento energetico, ha recentemente presentato una roadmap dettagliata. Entro la fine del 2027, Bruxelles propone di vietare tutte le importazioni di gas russo sotto contratti esistenti, mentre già entro il 2025 vorrebbe introdurre il divieto di stipulare nuovi accordi o acquistare gas russo sul mercato spot. È un piano ambizioso che, sulla carta, mira a tagliare ogni legame con Mosca in materia di energia fossile.
Tuttavia, il contesto attuale presenta ancora forti incognite. L’inverno appena trascorso ha dimostrato come l’equilibrio energetico europeo rimanga vulnerabile: il freddo intenso e l’azzeramento delle forniture dal gasdotto Yamal hanno causato un preoccupante calo delle scorte, nonostante l’obbligo comunitario di mantenere gli stoccaggi sopra il 90% entro novembre. A maggio 2025, le riserve si attestano intorno al 43%, in recupero rispetto al minimo stagionale, ma ancora ben al di sotto del livello dello stesso periodo dell’anno precedente.
La relativa stabilità dei mercati di inizio primavera, favorita da un’ondata di importazioni di GNL, in particolare dagli Stati Uniti, ha riportato i prezzi del gas TTF a circa 35 euro/MWh, dopo i picchi di febbraio. Ma la situazione resta fragile. Gran parte della nuova stabilità si basa su un’elevata dipendenza da fornitori alternativi, primo fra tutti proprio gli Stati Uniti, che oggi rappresentano il 55% del GNL importato in Europa. In caso di eventi estremi come uragani o disastri naturali nel Golfo del Messico — da cui parte gran parte dell’export americano — l’Europa potrebbe trovarsi esposta a una nuova crisi.
Ed è proprio qui che si manifesta un paradosso strategico: per liberarsi della dipendenza dalla Russia, l’UE rischia di costruire una nuova dipendenza, questa volta dagli USA. Un’asimmetria che, in un contesto globale segnato da tensioni commerciali e instabilità politica, potrebbe rivelarsi altrettanto rischiosa.
Non mancano poi ostacoli politici interni. Paesi come Ungheria e Slovacchia, che ancora oggi dipendono fortemente dall’energia russa e che mantengono rapporti privilegiati con il Cremlino, hanno già espresso una netta opposizione alla proposta di bando totale. È vero che per approvare il piano della Commissione è sufficiente una maggioranza qualificata, e quindi il veto dei due paesi non sarebbe sufficiente a bloccarlo. Ma le resistenze potrebbero rallentare l’attuazione e creare nuove fratture all’interno dell’Unione, proprio in un momento in cui servirebbe la massima coesione.
Un’altra variabile geopolitica da non sottovalutare riguarda gli sviluppi del conflitto russo-ucraino. L’eventuale ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, nel 2025, potrebbe comportare un radicale cambiamento nell’approccio occidentale alla guerra. Trump ha già dichiarato la sua volontà di “chiudere” il conflitto con un accordo negoziale e potrebbe chiedere all’Europa concessioni, come il ripristino di alcune importazioni energetiche russe, in cambio di un cessate il fuoco. Bruxelles ha finora escluso un ritorno al passato, ma la pressione diplomatica americana in questo senso non è da escludere.
Tuttavia, non tutto gioca contro l’Europa. La crescita delle energie rinnovabili, lo sviluppo di nuove infrastrutture di stoccaggio gas, l’espansione dei terminali GNL e il calo strutturale della domanda, legato alla contrazione delle industrie energivore e a una maggiore efficienza energetica, rappresentano fattori che rafforzano la resilienza energetica del continente. Inoltre, nel corso del prossimo decennio è atteso un forte aumento della produzione globale di GNL, soprattutto da progetti in espansione in Qatar, negli Stati Uniti e in Africa occidentale. Questo incremento dell’offerta potrebbe facilitare la sostituzione del gas russo, ammortizzando i rischi connessi alla concentrazione dei fornitori.
In conclusione, la transizione energetica dell’Europa si trova a un bivio. Se da un lato il continente ha compiuto progressi notevoli nel ridurre la propria esposizione alla Russia, dall’altro la strada per una completa autonomia energetica è ancora lunga, tortuosa e disseminata di ostacoli. Non basterà cambiare fornitore: servirà rafforzare l’infrastruttura interna, diversificare strategicamente, investire nelle tecnologie verdi e costruire un’alleanza energetica davvero europea. Solo così l’UE potrà trasformare la crisi energetica del 2022 in un’opportunità per costruire un sistema energetico più stabile, indipendente e sostenibile.