Cosa significa l’Euribor, perché è importante sapere a cosa serve? Come si calcola l’indice e come influenza davvero le rate dei mutui a tasso variabile
Conoscere l’Euribor e come si calcola è importante poiché l’indice influenza direttamente i mutui. E il 2026 ce lo ha ricordato nel modo più concreto possibile: dopo due anni di discesa, il costo del denaro in Europa è tornato a salire.
Il 10 settembre scorso il Consiglio direttivo della Bce ha alzato per la seconda volta nell’anno i tre tassi di riferimento di 25 punti base: tasso sui depositi al 2,50%, rifinanziamenti principali al 2,65%, prestiti marginali al 2,90%, in vigore dal 16 settembre. Era già accaduto il 17 giugno 2026, quando il tasso sui depositi era passato dal 2,00% al 2,25%. Due strette in un anno, dopo il ciclo di tagli che tra giugno 2024 e giugno 2025 aveva portato il costo del denaro dal 4,00% al 2,00%.
Solo per fare un esempio, con i tre tagli al costo del denaro della Bce, tra giugno e ottobre 2024, la rata del mutuo era diminuita mediamente dell’8,7%. Oggi il movimento è di segno opposto e si legge già nei fixing: l’Euribor 3 mesi, che a febbraio 2026 girava in media intorno al 2,01%, il 10 settembre 2026 ha chiuso a 2,643%.
Per orientarsi tra le oscillazioni delle rate del mutuo a tasso variabile occorre quindi fare riferimento all’Euribor, indice di mercato le cui variazioni dipendono anche, ma non solo, dalle decisioni Bce. Nello specifico, l’Euribor è un parametro su cui si basa l’oscillazione del tasso che modifica mese dopo mese la rata di tanti mutuatari. L’indice è usato dalle banche per determinare il tasso di interesse di offerta dei mutui a tasso variabile.
Capire cos’è, come si calcola, come si legge nel contratto e perché l’Euribor è così importante per i mutui è fondamentale per avere una maggiore consapevolezza quando si pagano le rate a tasso variabile.
Cos’è l’Euribor: significato e definizione
L’Euribor (Euro Interbank Offered Rate) è il tasso interbancario di riferimento dell’area euro, comunicato ogni giorno lavorativo dal European Money Markets Institute (EMMI), l’ente belga che ne è amministratore e che in passato era noto come European Banking Federation (EBF). Come ricorda Borsa Italiana, l’indice esprime la media dei tassi d’interesse ai quali primarie banche attive nel mercato monetario dell’euro, sia nell’Eurozona sia nel resto del mondo, si scambiano depositi a termine in euro.
Da precisare che una «primaria banca» è l’istituto di credito che presenta elevata affidabilità per quanto riguarda i depositi a breve termine, in grado di effettuare prestiti a tassi di interesse competitivi. La banca è attiva in strumenti di mercato monetario denominati in euro e accede alle operazioni di mercato aperto dell’Eurosistema.
Un dettaglio tecnico che conta: l’Euribor fotografa il costo della raccolta nel mercato interbancario non garantito, cioè senza collaterale a garanzia. È questo che lo distingue dai tassi ufficiali BCE, che sono invece il prezzo amministrato a cui l’Eurosistema fornisce o remunera liquidità.
Si può quindi sintetizzare che l’indice Euribor è il parametro di riferimento europeo che indica il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee. L’Euribor varia tutti i giorni feriali e viene utilizzato dagli istituti di credito per stabilire la base del valore del tasso nominale annuo (Tan) di un finanziamento.
La prima rilevazione dell’indice Euribor è stata pubblicata il 4 gennaio 1999, lo stesso anno in cui l’euro è stato introdotto come moneta sui mercati finanziari europei.
Perché l’Euribor è un indice «sorvegliato»
L’Euribor non è un numero qualunque: la Commissione europea lo ha classificato nel 2016 come benchmark critico di rilevanza sistemica per la stabilità finanziaria. Dopo gli scandali di manipolazione che negli anni scorsi hanno coinvolto diversi benchmark globali, la materia è stata incardinata nel regolamento europeo sui benchmark (EU Benchmarks Regulation, BMR), che impone agli amministratori metodo documentato, tracciabilità dei dati e vigilanza.
Tradotto: per un indice usato in massa da famiglie e imprese servono regole verificabili. Ed è il motivo per cui dal 2019 l’Euribor ha abbandonato il vecchio sistema basato sulle stime dichiarate dalle banche.
Come si calcola l’Euribor
L’Euribor viene utilizzato come indice per definire i parametri dei mutui a tasso variabile di milioni di famiglie europee, ma è anche il riferimento europeo dei tassi che si applicano a vari prodotti finanziari, tra cui i futures, gli swap e i forward rate agreement.
Ma come si calcola? Il calcolo operativo è eseguito da Global Rate Set Systems (GRSS), la società che svolge la funzione di Calculation Agent per conto dell’EMMI. Il panel che alimenta l’indice è oggi composto da 21 banche attive nel mercato monetario in euro.
L’Euribor si ottiene da questi passaggi:
- raccolta dei contributi delle banche del panel per ciascuna scadenza;
- i contributi vengono ordinati in senso crescente e si scarta il 15% più alto e il 15% più basso dei valori ricevuti;
- si calcola la media semplice dei valori rimasti, ossia una media «trimmed»;
- il risultato viene arrotondato a tre decimali.
La pubblicazione avviene ogni giorno lavorativo TARGET, alle 11:00 CET o poco dopo. Il calcolo può slittare fino alle 11:15 quando servono verifiche sui dati inviati, ed è previsto un eventuale re-fixing infragiornaliero alle 15:00 nel caso di revisioni dei dati di input o errori di raccolta, calcolo o pubblicazione. Se meno del 50% delle banche contribuisce entro l’orario previsto, il calcolo viene posticipato; in casi estremi vengono ripubblicati i tassi del giorno precedente, segnalandoli come tali.
La metodologia ibrida: cosa è cambiato davvero
Il punto che distingue l’Euribor di oggi da quello del passato è la metodologia ibrida, in vigore dal 2019 e ulteriormente rivista nel 2024. Il principio è la cosiddetta «cascata»: si parte dai dati reali e si scende per gradi solo quando i dati reali mancano.
- Livello 1: contributi basati esclusivamente su transazioni effettive nel mercato monetario non garantito in euro, con un importo nozionale minimo di 10 milioni di euro (soglia abbassata nel 2021, prima era 20 milioni). Il contributo è la media dei tassi ponderata per i volumi.
- Livello 2: quando una banca non ha abbastanza transazioni idonee su una scadenza, il contributo viene ricostruito con tecniche definite, per esempio interpolando tra scadenze vicine o riadattando operazioni con durata non standard.
La revisione approvata nel 2024, con migrazione delle banche completata a ottobre 2024, ha riformulato il Livello 2.3 e ha dismesso il Livello 3, eliminando di fatto il ricorso al giudizio discrezionale degli operatori nella determinazione dell’indice. In parallelo la precisione dei contributi è salita a tre decimali. È la differenza che conta per chi paga un mutuo: l’Euribor non è più una dichiarazione di intenti, è una misura ancorata a scambi realmente avvenuti.
Le scadenze: perché esistono Euribor diversi
Per conoscere il valore reale dell’Euribor è necessario distinguere le varie scadenze dell’indice. L’Euribor è composto da cinque diversi tassi, suddivisi per periodo di riferimento:
- Euribor a 1 settimana;
- Euribor a 1 mese;
- Euribor a 3 mesi;
- Euribor a 6 mesi;
- Euribor a 12 mesi.
Le scadenze più utilizzate dalle banche italiane sono quelle relative ai mesi, con l’Euribor 3 mesi nettamente prevalente nei mutui variabili. Ogni durata ha un suo valore e ogni contratto di mutuo deve stabilire chiaramente la scadenza di riferimento.
Ed è qui che spesso nasce la confusione. Un Euribor a 3 mesi e un Euribor a 12 mesi fotografano orizzonti diversi: possono muoversi insieme, ma non sono obbligati a farlo e non vanno confrontati a occhio come se fossero lo stesso dato. La distanza tra le scadenze, anzi, è informativa: quando le scadenze lunghe stanno sopra le corte, il mercato si attende tassi in rialzo.
Euribor oggi: i valori aggiornati e cosa dicono
Alla rilevazione di giovedì 10 settembre 2026, quella immediatamente successiva alla decisione Bce, i fixing erano questi:
- Euribor 1 mese: 2,386% (dal 2,369% precedente);
- Euribor 3 mesi: 2,643% (dal 2,626%);
- Euribor 6 mesi: 2,806% (dal 2,800%);
- Euribor 12 mesi: 3,138%, invariato.
La curva resta inclinata verso l’alto: il 12 mesi supera il 3 mesi di circa mezzo punto percentuale. È il segnale che i mercati stanno prezzando un costo del denaro più alto sulle scadenze lunghe, non una certezza sul futuro.
Per sapere l’Euribor oggi conviene usare fonti che pubblicano i fixing ufficiali EMMI. La prima verifica, soprattutto quando si trovano valori discordanti, è sempre la stessa: controllare data e scadenza. In pratica:
- stesso indice del contratto (per esempio Euribor 3 mesi);
- stessa modalità di rilevazione (fixing di un singolo giorno oppure media di un periodo);
- stessa base di calcolo (360 o 365 giorni);
- stessa data di pubblicazione.
Euribor e mutuo a tasso variabile: la formula da conoscere
Nei mutui variabili la logica è sempre la stessa:
tasso del mutuo = Euribor di riferimento + spread
Per capire l’entità della rata bisogna conoscere il valore dell’Euribor di un determinato giorno e aggiungere a questo dato lo spread applicato dalla banca. La somma di questi due elementi costituisce il tasso finale per il cliente, sul quale viene calcolata la rata.
Un punto chiave, ricordato anche dalla Banca d’Italia nelle guide alla trasparenza: lo spread resta di norma fisso per tutta la durata del finanziamento, salvo rinegoziazioni o surroghe, mentre l’Euribor cambia nel tempo. È questa combinazione che fa salire o scendere il tasso applicato.
Se si conosce il valore dell’Euribor in base alla rilevazione prevista dal proprio contratto, è possibile calcolare la rata del mutuo in anticipo e verificare la correttezza dell’applicazione da parte della banca. Basta sapere in quale giorno l’istituto prende il dato e sommare lo spread indicato nel contratto.
Facciamo un esempio con i numeri di oggi. Se la banca propone «Euribor 3 mesi più lo spread dell’1,00», con il fixing del 10 settembre 2026 al 2,643% il tasso finito si colloca al 3,643%, sempre che l’istituto non abbia inserito una clausola floor, che stabilisce un tasso minimo al di sotto del quale non si può scendere, solitamente pari allo spread applicato.
Poiché l’indice Euribor oscilla in base ai mercati, anche la rata del mutuo variabile cambia. Se l’Euribor fosse pari a 0 e restasse stabile, la rata risulterebbe calcolata sul solo spread applicato dalla banca. Se il parametro si impenna, per esempio per un aumento del costo del denaro Bce come quello di settembre 2026, il tasso della rata risulta più alto. Viceversa, con un Euribor in calo il tasso scende.
Come si legge nel contratto: fixing, media, base 360 e base 365
Nel testo contrattuale l’indice compare quasi sempre dentro una formula precisa, del tipo:
- «Euribor 3 mesi media del mese precedente + spread»;
- «Euribor 6 mesi rilevato due giorni lavorativi prima della revisione + spread»;
- «Euribor 365 a 3 mesi puntuale, rilevato il penultimo giorno lavorativo del mese precedente».
Una media tende a smussare i movimenti giornalieri, mentre un valore puntuale aggancia la rata a una data precisa.
Attenzione anche alla base di calcolo. L’Euribor è pubblicato su base 360 giorni, mentre molti contratti italiani usano la conversione su base 365: si divide il valore per 360 e si moltiplica per 365, arrotondando alla terza cifra decimale. Sul fixing del 10 settembre 2026 la differenza è tangibile: 2,643% base 360 diventa 2,680% base 365. Su un mutuo importante sono decine di euro l’anno.
Da verificare sempre in contratto, o nel PIES e nella documentazione informativa precontrattuale: indice, scadenza, base di calcolo, frequenza di revisione, spread, criteri di arrotondamento (alcuni contratti prevedono arrotondamenti allo 0,05 o allo 0,10 superiore) ed eventuale presenza di floor o cap, cioè di un tasso massimo.
Un esempio pratico? Ricalcolo della rata quando l’Euribor si muove
Un esempio numerico aiuta a vedere il meccanismo. Ipotesi coerenti con il movimento reale dei primi nove mesi del 2026, quando l’Euribor 3 mesi è passato da una media del 2,01% a febbraio al 2,643% del 10 settembre:
- debito residuo: 150.000 euro;
- durata residua: 20 anni;
- spread: 1,00%;
- tasso complessivo che passa dal 3,00% al 3,64%.
Con ammortamento alla francese e rata costante:
- a 3,00%: circa 832 euro al mese;
- a 3,64%: circa 881 euro al mese.
Differenza: circa 49 euro al mese, ossia quasi 590 euro l’anno. Nella realtà il piano dipende dalle date di revisione, dalle regole di calcolo, dagli arrotondamenti e soprattutto dal capitale residuo nel momento dell’aggiornamento. Il punto però resta: nei mutui variabili non si muove solo l’indice, si muove il tasso complessivo applicato al capitale che resta da rimborsare.
Differenza tra Euribor e IRS (Eurirs): perché non sono intercambiabili
Va fatta una distinzione netta.
- L’Euribor è il riferimento del tasso variabile e vive di aggiornamenti periodici.
- L’IRS, o Eurirs, è il riferimento del tasso fisso: la banca prende l’IRS della durata corrispondente al mutuo, ci somma lo spread e il risultato resta bloccato per tutta la durata del finanziamento.
La Banca d’Italia, nelle guide alla trasparenza e ai mutui, distingue chiaramente questi riferimenti: uno segue il mercato monetario a breve, l’altro aggancia il prezzo alle condizioni dei tassi a lungo termine nel momento della stipula. Ne discende una conseguenza che confonde molti: allungare la durata di un mutuo a tasso fisso di solito alza il TAN, perché si prende un IRS di scadenza più lunga.
Nel 2026 il differenziale si è mosso parecchio. Secondo i Rapporti mensili ABI, a giugno 2026 l’IRS a 10 anni era al 3,02% e l’Euribor a 3 mesi medio al 2,34%, con il fisso quindi ancora sopra al variabile ma con una distanza in restringimento rispetto ai mesi precedenti.
Previsioni Euribor 2026-2027: cosa significano (e cosa no)
Quando si leggono le previsioni, nella quasi totalità dei casi si stanno guardando tassi impliciti ricavati dai mercati: curve, contratti forward, aspettative sui futuri movimenti Bce. Sono informazioni utili per capire come il mercato prezza il futuro, ma non sono promesse e non eliminano l’incertezza.
Il contesto di settembre 2026 lo dimostra. Il rialzo del 10 settembre è stato deciso all’unanimità e i mercati lo prezzavano al 95% alla vigilia, ma le stesse case di investimento si dividono su cosa accadrà dopo. Da un lato c’è chi osserva che un tasso sui depositi al 2,50% si colloca già sul limite superiore dell’intervallo considerato neutrale, stimato tra l’1,75% e il 2,50%, e ritiene quindi improbabili ulteriori strette senza uno shock salariale. Dall’altro, la risalita dell’inflazione dell’area euro al 3,3% di agosto 2026, massimo da settembre 2023, spinta dai rincari energetici legati alle tensioni in Medio Oriente, lascia la porta aperta a nuovi interventi. La Bce ha contestualmente rivisto al rialzo le stime di crescita, con il PIL dell’area euro allo 0,9% nel 2026 e all’1,4% nel 2027.
Basta un cambio di scenario macroeconomico, sull’inflazione o sulla politica monetaria, perché i livelli attesi si riscrivano. Per un uso pratico, più che inseguire l’ultimo numero conviene farsi due domande operative:
- l’attuale rata è sostenibile anche con un ulteriore margine di aumento dell’indice?
- nel contratto esistono limiti (cap o floor) oppure opzioni come rinegoziazione, surroga o passaggio a tasso fisso, che cambiano l’equilibrio tra rischio e stabilità?