Le manovre del Venezuela di Nicolas Maduro per rivendicare, dopo i referendum di domenica approvati dall’elettorato, i due terzi del territorio della confinante Guyana, nella regione del cosiddetto Esequibo, stanno profondamente imbarazzando gli Stati Uniti di Joe Biden.
L’amministrazione Usa, per mezzo del segretario di Stato Tony Blinken, ha nel corso dell’ultimo anno e mezzo alleviato molte delle sanzioni imposte al governo socialista di Caracas.
La motivazione? Evitare di consegnare ai Paesi rivali, Russia e Cina in testa, l’Eldorado petrolifero che tra Maracaibo e dintorni fa del Venezuela il Paese con le più grandi riserve di greggio al mondo. Certificando il fallimento della strategia di regime change avviata da Donald Trump con il sostegno a Juan Guaidò come presidente “alternativo”.
L’innalzamento delle tensioni tra Maduro e la Guyana colgono in fallo Washington. Per almeno una triplice serie di motivi. Il primo è legato a una curiosa ironia della sorte: Maduro attacca Georgetown retoricamente accusandone il governo di essere una succursale del Big Oil americano, precisamente della ExxonMobil. In secondo luogo, le rivendicazioni sono legate alla volontà venezuelana sia di alzare la posta sul greggio della Guyana sia di condizionare attivamente il mercato dell’oro nero in un “uno-due” coi recenti tagli alla produzione dell’Opec+. Terzo punto, Maduro in una fase in cui in America Latina prendono il potere leader occidentalisti come Javier Milei riscopre il terzomondismo contestando come “coloniale” il confine stabilito tra il Venezuela e l’allora Guyana britannica nel 1899 da un arbitrato internazionale.
Braccio di ferro tra Maduro e l’opposizione
L’uomo succeduto dieci anni fa a Hugo Chavez alla presidenza è stato a ottobre “graziato” dalle soffocanti ma alla prova dei fatti inefficaci sanzioni Usa contro il Venezuela. Washington ha concesso al colosso venezuelano del petrolio Pdvsa una licenza di sei mesi per produrre ed esportare petrolio oltre il Mar dei Caraibi. Una licenza condizionata al raggiungimento di un accordo tra Maduro e l’opposizione unitaria alle Barbados per lo svolgimento di nuove elezioni presidenziali nel 2024. Per gli Stati Uniti, l’accettazione del fallimento del piano di Trump conteneva in sé l’auspicio che Maduro accettasse di venire a più miti consigli. Ma l’accordo è nato sotto una cattiva stella.
A novembre María Corina Machado, un’ex parlamentare conservatrice scelta alle primarie dell’opposizione che unisce forze estremamente eterogenee, è stata confermata come interdetta dalla partecipazione al voto. La Machado è esclusa dai pubblici uffici dal 30 giugno sulla base dell’accusa di non aver compilato una dichiarazione patrimoniale e di reddito quando era un legislatore dell’Assemblea Nazionale. L’opposizione, riunita nel cartello Piattaforma Unitaria, lo ricordiamo, unisce formazione socialdemocratiche, come Accion Democratica, conservatrici, quali Primera Justicia, e radicali quali Bandiera Roja, partito comunista e anti-chavista. Tutti in corsa contro il Partito Socialista Unito Venezuelano di Maduro. Il quale sentendo il fiato sul collo si è buttato sulle rivendicazioni nazionaliste e terzomondiste. Politiche di espansione del Paese non hanno speranza di concretizzarsi, specie per la sostanziale impreparazione bellica delle forze armate venezuelane e per la contrarietà a ogni destabilizzazione di un leader regionale come il brasiliano Lula, che ha mobilitato l’esercito al confine. Ma che hanno un grande effetto politico in termini di mobilitazione dell’opinione pubblica.
Uno scacco per Washington
A essere presi d’infilata sono gli Stati Uniti. I quali si trovano ad aver sdoganato un attore imprevedibile come Maduro per creare nel leader bolivariano un’alternativa all’asse guidato dalla Russia e dai Paesi arabi nel mercato del greggio mondiale e aumentare la concorrenza senza per questo riuscire ad irreggimentarlo. Anzi, ora Maduro mostra il fallimento dell’arma sanzionatoria da un lato e la scarsa presa degli Usa nel loro fu “cortile di casa” dall’altro.
Impediti a intervenire dal respiro concesso al Venezuela, gli States ora dovranno osservare da vicino le rivendicazioni del leader socialista e si trovano ad appaltare a un partner attivo come Lula la sicurezza regionale e la stabilità. Un’ammissione di fragilità che mostra la confusione del sistema politico Usa. Che ha venduto la deterrenza col Venezuela letteralmente per qualche barile di petrolio, senza che sull’export da Caracas a Washington peraltro si sia prodotto alcun effetto concreto. E le ridotte proteste degli Usa sul mancato rispetto di Maduro verso l’opposizione e la sovranità della Guyana mostrano uno stato di torpore che segnala la ridotta presa della superpotenza sull’America Latina.